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	<title> &#187; 1 &#8211; La Globalizzazione</title>
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		<title>La Globalizzazione</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 13:33:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - La Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra le attività umane, l’economia è indubbiamente quella che più rapidamente ha travalicato le frontiere politiche degli Stati, unificandoli mondialmente. Il termine “globalizzazione” indica proprio l’emergere di un mercato e di una finanza operanti su scala planetaria. Ma l’economia non è tutto: non si vive di solo pane, né individualmente né collettivamente.
Oggi pace, libertà, benessere, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le attività umane, l’economia è indubbiamente quella che più rapidamente ha travalicato le frontiere politiche degli Stati, unificandoli mondialmente. Il termine “globalizzazione” indica proprio l’emergere di un mercato e di una finanza operanti su scala planetaria. Ma l’economia non è tutto: non si vive di solo pane, né individualmente né collettivamente.<br />
<br/>Oggi pace, libertà, benessere, giustizia, sono beni propriamente universali non solo perché preziosi per tutti gli esseri umani, ma anche perché non è più possibile realizzarli e tutelarli entro i confini di un solo paese. E’ quindi necessaria la presenza di poteri capaci di esercitare funzioni di governo analoghe a quelle che l’ordinamento politico nazionale svolge nei confronti dell’economia nazionale.<br />
<br/>Queste funzioni sono oggi affidate alle istituzioni internazionali che,  come avviene a livello nazionale, operino laddove il riconoscimento di un interesse pubblico dà luogo a un intervento di carattere politico. Le istituzioni internazionali oggi esistenti non riescono ad assicurare un vero e proprio “governo globale”; si tratta di una realtà ancora carente e incompleta, ma è un cantiere nel quale si lavora da tempo con risorse, energie e proposte, che ha spesso raggiunto significativi risultati (come nella lotta alla povertà e alle malattie endemiche) e che trae forza e credibilità dal sostegno che riceve dai singoli stati e dai cittadini. </p>
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		<title>Padoa-Schioppa: &#8220;Il sogno di una moneta mondiale&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jun 2009 14:41:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - La Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[2 - La crisi del 2007-2009]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alberto Orioli
Regole e moneta. Da ex banchiere centrale Tommaso Padoa-Schioppa tiene uno sguardo &#8220;lungo&#8221; su entrambi questi capisaldi, i fondamenti dell&#8217;economia di mercato. &#8220;Lungo&#8221; giacché &#8211; come sostiene nel libro scritto con Beda Romano La veduta corta &#8211; è proprio la limitatezza dell&#8217;orizzonte &#8211; dei mercati, dei decisori politici, dei consumatori, degli azionisti &#8211; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Alberto Orioli</p>
<p>Regole e moneta. Da ex banchiere centrale Tommaso Padoa-Schioppa tiene uno sguardo &#8220;lungo&#8221; su entrambi questi capisaldi, i fondamenti dell&#8217;economia di mercato. &#8220;Lungo&#8221; giacché &#8211; come sostiene nel libro scritto con Beda Romano La veduta corta &#8211; è proprio la limitatezza dell&#8217;orizzonte &#8211; dei mercati, dei decisori politici, dei consumatori, degli azionisti &#8211; ad aver portato la situazione dov&#8217;è ora.</p>
<p><strong>Cominciamo dall&#8217;euro. Con lo sguardo lungo dove lo vede?</strong><br />
Se la crisi portasse a un massiccio spostamento di composizione delle riserve e a un forte indebolimento del dollaro, l&#8217;euro si apprezzerebbe in misura eccessiva; per l&#8217;Europa sarebbe allora un problema, un grande problema.</p>
<p><strong>Quindi la &#8220;lezione per il futuro&#8221; è una nuova moneta unica come chiedono i cinesi?</strong><br />
Non lo chiedono solo i cinesi. Ne parlano da tempo una delle menti economiche più acute della nostra epoca come Robert Mundell e un autorevolissimo ex banchiere centrale americano come Paul Volcker. Sono convinto che la Cina abbia sollevato un tema ormai maturo. Se poi lo ha fatto per interesse &#8211; come dice Paul Krugman &#8211; cioè perché ha accumulato troppi dollari, può essere. In ogni caso è una motivazione legittima, visto che non si può chiedere a Pechino di essere altruista quando tutti agiscono per interesse. Il punto, semmai, è comprendere quale sia la coincidenza tra ragion di stato cinese e interesse generale globale. In ogni caso, da ex banchiere centrale penso che quando si parla di standard globali, prima ancora che a quelli legali si debba guardare a quello monetario, che è un fatto economico funzionale, seppure vincolato a un substrato legale. Insomma, credo proprio che questa crisi ponga il problema di un nuovo standard monetario internazionale. La sua assenza e l&#8217;assenza della disciplina che esso imporrebbe sono una delle cause profonde della crisi attuale.</p>
<p><strong>Prima c&#8217;era l&#8217;aggancio della moneta all&#8217;oro&#8230;</strong><br />
Se ci fosse stato ancora quell&#8217;aggancio, negli ultimi anni i paesi che accumulavano ingenti disavanzi esterni &#8211; come gli Stati Uniti &#8211; avrebbero dovuto convertirne una parte proprio in oro; la conseguente scarsità di riserve auree li avrebbe obbligati a correggere la rotta.</p>
<p><strong>O a denunciare l&#8217;accordo, come fecero gli Usa che sganciarono il dollaro dal metallo giallo.</strong><br />
È vero, nel &#8216;71 gli Usa si sottrassero all&#8217;impegno. Per anni l&#8217;&#8221;aereo&#8221; del dollaro ha continuato a volare spinto dalla forza politica ed economica degli Stati Uniti. Ma non penso che, se si guarda al mondo di domani, quando ci saranno 4-5 o 6 colossi mondiali, questi potranno accettare che la moneta di uno solo di essi sia la moneta di tutti. Anche se il tema non è ancora iscritto all&#8217;ordine del giorno, quando si parla di standard internazionali penso si debba riflettere sulla moneta mondiale.</p>
<p><strong>Ma come sarebbe il mondo con una sola moneta?</strong><br />
Non lo so, è un progetto su cui è urgente lavorare e pensare a fondo, e dubito che la soluzione sia una sola moneta. È diverso immaginare un oggetto che vola e inventare l&#8217;aeroplano. Oggi ne sappiamo abbastanza per dire che abbiamo bisogno di un oggetto che vola, di una misura comune che imponga disciplina al sistema monetario mondiale. Su scala mondiale non mi pare praticabile una soluzione tipo euro, fondata sul modello della moneta unica &#8211; un &#8220;globus&#8221; ad esempio &#8211; e della banca centrale unica. Vedo piuttosto una costruzione a due livelli: uno standard globale governato in comune e monete regionali con cambi non più interamente lasciati al mercato.</p>
<p><strong>Chi ha ragione tra Krugman, che chiede più debito per uscire dalla crisi, e Ferguson, che mette in guardia dai pericoli dell&#8217;eccesso di debito che mina la stabilità dei governi?</strong><br />
Entrambi e, quando si danno torto l&#8217;un l&#8217;altro, nessuno dei due. Il fatto è che i rimedi &#8211; monetari e di bilancio &#8211; per combattere l&#8217;emergenza e quelli per impedire il ripetersi della crisi hanno segno opposto: espansivi gli uni, restrittivi gli altri. Come quando si somministra metadone a un tossicodipendente in cura.</p>
<p><strong>Al G-8 l&#8217;Italia intende abbozzare i nuovi global legal standard per i mercati finanziari. Sarà &#8211; nelle intenzioni del Governo &#8211; un primo strumento per uscire dalla crisi e per evitarne altre.</strong><br />
Le determinanti profonde della crisi sono tre: l&#8217;illusione che i mercati si possano autoregolare; la contraddizione tra mercati globali e politiche rimaste nazionali; la veduta corta come criterio per le scelte, pubbliche e private. I global legal standard abbracciano i primi due temi e nascono dall&#8217;idea che il mercato abbia bisogno di regole e che le regole debbano essere internazionali. Ma il problema non finisce qui, qui incomincia: chi decide le regole? E che strumenti ha per farle rispettare? Si pone l&#8217;ardua questione di un potere di politica economica superiore.</p>
<p><strong>Oggi quel potere non c&#8217;è.</strong><br />
No e sì. L&#8217;intero universo della cooperazione internazionale si è spostato negli anni verso azioni volontarie e non vincolanti, soprattutto da quando si è abbandonato il sistema di Bretton Woods che è un &#8211; sia pur debole &#8211; potere sovranazionale. Prima il G-5, poi il G-7 e il G-8 ora il G-20: sigle dietro cui non c&#8217;è alcuna realtà istituzionale, non trattati, non sistemi giuridici. Parlare in queste sedi di global legal standard significa fare menzione di qualcosa che per adesso manca di ogni infrastruttura giuridico-istituzionale.</p>
<p><strong>In attesa di avere un modello diverso di governance globale, qual è la sede migliore dove ridisegnare le regole?</strong><br />
Una forte convergenza politica in seno al G-20 è un passaggio necessario ma non sufficiente per arrivare ai nuovi standard di cui parla il governo italiano. Quel passaggio deve portare a mutamenti sul piano del diritto e della distribuzione tra poteri nazionali e potere internazionale, mutamenti che sono impossibili al di fuori di una chiara architettura istituzionale e senza una base posta da trattati internazionali. A proposito di nuove regole vorrei però osservare che a mio parere non è stato un virus sconosciuto a provocare la crisi. Più spesso è stato un mancato rispetto di regole esistenti, sicché un&#8217;ordinaria profilassi sarebbe bastata a evitare le vicende più nefaste. Questo, i regolamentatori non lo ammettono volentieri.</p>
<p><strong>Intanto se ne parlerà al G-8 di Lecce.</strong><br />
Sarà un primo esame. Sono stato nel G-20 fin dalla sua riunione costitutiva. Hai davvero la sensazione di vedere seduto al tavolo tutto il mondo, in una riunione sufficientemente ristretta per consentire un&#8217;efficace interazione tra i partecipanti. Le altre riunioni, con 200 paesi rappresentati, sono assemblee dove si fanno solo dichiarazioni e non c&#8217;è alcuna interazione tra partecipanti. E poi, grazie alla sua composizione, il G-20 tratta anche dei temi del commercio, che sono parte essenziale della cooperazione internazionale; il G-8 non lo poteva utilmente fare perché in questa materia gli interlocutori devono essere soprattutto i paesi emergenti o quelli a basso reddito. Infine, è positivo il fatto che al G-20 siedano ora i capi di stato o di governo, perché solo a quel livello è possibile una sintesi politica; i ministri delle finanze non hanno delega sufficiente.</p>
<p><strong>Anche le decisioni del G-20 sono senza infrastruttura giuridica. Poi contano Fondo monetario, Banca mondiale e Wto.</strong><br />
Il G-20 dovrebbe trovare una forma di confluenza nelle istituzioni che ancora oggi costituiscono i pilastri della cooperazione internazionale multilaterale: Fmi, Banca mondiale, Wto e le stesse Nazioni Unite. Sono quanto di meglio ci abbia lasciato &#8211; dagli anni 40 &#8211; l&#8217;esperienza storica del XX secolo. Quando il cancelliere Angela Merkel propone un Consiglio di sicurezza dell&#8217;economia esprime proprio l&#8217;esigenza di far confluire le decisioni politiche del G-20 in istituzioni dotate di un&#8217;infrastruttura giuridica più solida dell&#8217;occasionale concorso di volontà che, in una sede di cooperazione volontaria, può sempre venire meno. Com&#8217;è noto, gli accordi del G-20 sono reversibili e vanno raggiunti con il benestare di tutti i partecipanti.</p>
<p><strong>Torniamo alle regole. Quanto hanno influito sulla crisi i conflitti d&#8217;interessi tra regolatori e regolati, tra controllori e controllati?</strong><br />
Moltissimo. In questo caso le regole o non c&#8217;erano o erano troppo blande perché scritte da coloro ai quali si applicavano. Se i modelli interni su cui è basata la valutazione non sono rigorosi e l&#8217;autorità pubblica che li deve validare si fida troppo di come sono fatti o non li capisce, allora c&#8217;è un problema. Se a loro volta quei modelli sono appoggiati sulla valutazione (rating) di agenzie pagate da coloro stessi che emettono i titoli che esse devono giudicare, allora c&#8217;è un problema. Se le regole sui compensi dei manager sono fatte dagli stessi manager o approvate da comitati che non prendono le distanze dai soggetti di cui determinano i compensi, allora c&#8217;è un problema. Insomma, così tutto il sistema non ha timone.</p>
<p><strong>Ed è qui che entra il tema dello sguardo corto? </strong><br />
Sì, tutte le anomalie descritte finora sono riconducibili alla tematica dell&#8217;accorciamento degli orizzonti temporali: le agenzie di rating invece di guardare avanti guardano al momentaneo umore del mercato; i compensi sono legati ai risultati ottenuti nel breve periodo; le politiche economiche sono agganciate alle scadenze elettorali che obbligano a tenere l&#8217;economia sempre in effervescenza. Se ci fosse qualcosa che semplicemente obbligasse, pur usando gli stessi parametri decisionali, a passare dalla lunghezza d&#8217;onda trimestrale a quella di uno o due lustri, tutto potrebbe rimanere uguale, ma tutto cambierebbe in meglio.</p>
<p><strong>Oggi appare impossibile.</strong><br />
Me ne rendo ben conto. Eppure una presidenza come quella di Barack Obama è impegnata proprio in questa difficile arte di persuadere una nazione di quanto sia necessario allungare i tempi per uscire dalla crisi e per avere risultati durevoli. I sondaggi per ora lo confortano.</p>
<p><strong>Il voto di domenica sembra dimostrare che in Europa ritrovano forza i gruppi nazionalistici o addirittura anti-europei. C&#8217;è il rischio di arroccamenti o di nuovi nazionalismi.</strong><br />
Purtroppo l&#8217;arroccamento è già in atto. Se è vero che l&#8217;ipocrisia è l&#8217;omaggio che il vizio rende alla virtù, il fatto che ne vediamo molta in questi giorni nelle partite che riguardano banche e auto, i due settori finora più colpiti dalla crisi, ci dà la misura del vizio sottostante. Più si moltiplicano le dichiarazioni retoriche sulla cooperazione europea, meno c&#8217;è coesione europea.</p>
<p><strong>Dunque un&#8217;Europa più piccola?</strong><br />
Credo che l&#8217;Europa sia su un crinale. È tirata da due forze opposte: quelle che vogliono aumentare la dose di unione e quelle che puntano alla rinazionalizzazione delle economie e delle politiche. La partita è aperta, anche se ora prevalgono le spinte disgregatrici. Sono convinto che la crisi porterà a un&#8217;Europa diversa da com&#8217;è ora, perché essa è troppo forte per lo stato attuale di semi-integrazione.</p>
<p><strong>E l&#8217;Europa politica?</strong><br />
Quello che si poteva fare per l&#8217;unificazione che non fosse politico è stato fatto: ma fare un&#8217;Europa politica avrebbe un effetto economico formidabile e certo aiuterebbe anche ad uscire dalla crisi, perché consentirebbe di governare la politica economica in modo congiunto nuovo e unitario. Basterebbe riconoscere in un bilancio comune ciò che già è europeo (alcune infrastrutture, parte dell&#8217;energia, parte della difesa). In fin dei conti, il bilancio federale Usa all&#8217;inizio del XX secolo, cento anni dopo la nascita della Federazione americana, era pari a circa il 5% del Pil Usa. Bisognerebbe che anche i poteri nazionali accettassero la logica espressa in questi giorni da John Elkann, azionista di maggioranza della Fiat: accettare di diventare più piccoli in una realtà più grande. L&#8217;Europa che immagino è esattamente questo.</p>
<p><a href='http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/06/il_sogno.pdf'>Vedi l&#8217;intervista in pdf</a></p>
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		<title>La miopia delle elite</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Sep 2005 09:25:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - La Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Economia e politica nell’era dell’incertezza.
Bel tempo nell&#8217; economia mondiale per oggi e per buona parte di domani: crescita forte nel 2005, nessun brusco arresto all&#8217; orizzonte. Ma per il dopodomani il campo è diviso tra chi annuncia sereno e chi attende tempesta, tra Pangloss, il personaggio di Voltaire ostinatamente convinto che viviamo nel migliore dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Economia e politica nell’era dell’incertezza.</em></p>
<p>Bel tempo nell&#8217; economia mondiale per oggi e per buona parte di domani: crescita forte nel 2005, nessun brusco arresto all&#8217; orizzonte. Ma per il dopodomani il campo è diviso tra chi annuncia sereno e chi attende tempesta, tra Pangloss, il personaggio di Voltaire ostinatamente convinto che viviamo nel migliore dei mondi possibili, e Cassandra, la preveggente figlia di Priamo, secondo cui la quiete sta per diventare tempesta. La disputa che li divide riguarda non solo l&#8217; economia, ma anche la politica.</p>
<p>Dice Pangloss: il benessere non è mai tanto cresciuto nel mondo quanto nella presente generazione e grazie al mercato si estenderà sempre più a tutti. Le turbolenze recenti (insolvenze finanziarie, Enron, boom e caduta della Borsa, effetto tsunami, caro petrolio) sono state superate più facilmente di quelle precedenti (primo choc petrolifero, crisi del debito latinoamericano). Sì, ci saranno altre turbolenze, ma il mercato ci penserà. Dopotutto io, Pangloss, non dico che il nostro mondo sia magnifico né che sia il migliore in assoluto, ma è il migliore possibile. Abbiate fiducia: le tempeste verranno, ma le sapremo affrontare.</p>
<p>Dice Cassandra: stiamo prolungando una festa che non può durare, e alla cui fine non ci stiamo preparando. L&#8217; energia che usiamo (carbone, petrolio, gas) si estingue, dilapidiamo le risorse del pianeta, di cui minacciamo vita e clima. Il mercato di cui ci beiamo è una bestia senza controllo. Stiamo entrando in un nuovo stato di natura dove è privatizzato l&#8217; uso stesso della forza, dal terrorista suicida al mercato nero di armi di distruzione di massa. L&#8217; economia sembra governare un mondo anarchico, ma finirà per esserne la vittima.</p>
<p>Che cosa dovremmo pensare <em>noi</em>, cittadini comuni? Provo a suggerire alcuni punti, che nascono da una medesima considerazione: prima ancora del mercato e della politica vi è la società, che influenza entrambi, oltre ad esserne influenzata.</p>
<p>Primo punto: ogni lettore può e deve formarsi una propria opinione. Sbaglierebbe a ritenersi in inferiorità rispetto agli specialisti della materia o ai detentori del potere. Questo punto può inquietare chi si attende miracoli da scienziati e governanti; invece, a mio giudizio, dovrebbe rassicurare. Quando non coincide col buonsenso l&#8217; economia di solito sbaglia. Viviamo in democrazia e ciascuno contribuisce a scegliere indirizzi e persone di governo. Il pensare che la generalità dei cittadini abbia buonsenso e informazioni sufficienti a compiere scelte ragionevoli è motivo di profonda fiducia per le sorti della nostra libertà e per le prospettive di un buon governo. Gli atteggiamenti diffusi nel corpo sociale si riflettono sul funzionamento del mercato e della politica.</p>
<p>Secondo punto: il «noi» usato sopra è un aggregato di interessi eterogenei. Comprende imprese e famiglie, consumatori e produttori, settori di punta e settori in declino, debitori e creditori. Spesso la fortuna di alcuni è la sfortuna di altri. I pantaloni e i mobili a basso costo offerti dai cinesi e da Ikea mettono in difficoltà il produttore nazionale, ma sono graditissimi al consumatore. L&#8217; eterogeneità degli interessi attraversa la singola persona, la singola impresa, il settore, per non dire il Paese. È come se fossimo, nello stesso tempo, <em>dipendenti</em> di Alitalia (oltre 1000 euro per il volo Roma-Londra) e utenti di Ryan Air (meno di 50 per lo stesso viaggio). Tra interessi eterogenei occorre scegliere e i due processi attraverso cui le scelte si compiono nelle nostre società sono il mercato e la democrazia.</p>
<p>Terzo punto: per capire e per decidere bene occorre uno sguardo lungo. Solo questo permette di non arrivare impreparati agli eventi. Le previsioni dell&#8217; economista e le decisioni del governo tendono, invece, a non guardare oltre l&#8217; orizzonte breve dei modelli o le scadenze delle prossime elezioni. Guardando più lontano, specialisti e politici mettono a repentaglio quanto hanno di più caro, il prestigio scientifico e il potere. Eppure, solo scrutando il paesaggio nebbioso del dopodomani si possono predisporre soluzioni non troppo dolorose alle difficoltà che ci stanno venendo incontro. La recente disputa con la Cina nel tessile e nell&#8217; abbigliamento è venuta per aver quasi dimenticato il giungere a scadenza di accordi commerciali liberamente stipulati e noti da tempo.</p>
<p>Quarto punto: il futuro è aperto. Nell&#8217; economia, nella politica economica, nelle relazioni umane, più di un futuro può scaturire da uno stesso presente. Nonostante l&#8217; importanza del Fato nella cultura greca, perfino Cassandra descrive catastrofi contro le quali, se fosse creduta, potrebbero essere predisposte contromisure. Il suo dramma è che, per punirla, Apollo le ha lasciato il dono della profezia, ma le ha tolto quello della persuasione. A noi Apollo non ha fatto questo cattivo scherzo.</p>
<p>Gli ammonimenti di Cassandra sono fondati. La più ricca società del pianeta (gli Stati Uniti) non potrà per molti anni ancora vivere sul credito di popolazioni e Paesi più poveri. Il mercato globale non può continuare a svilupparsi in modo pacifico e ordinato, se le istituzioni per il suo governo restano insufficienti, prive di potere e di legittimità. Le risorse della Terra (dalle foreste ai giacimenti energetici) non potranno non rincarare drammaticamente e infine mancare, se il consumo che ne facciamo continua a espandersi come se fossero illimitate. L&#8217; equilibrio della vita non potrà non alterarsi, se quasi due secoli dopo averlo scoperto continuiamo a ignorare l&#8217; effetto serra. Non può rimanere senza conseguenze profonde la disparità di tenore di vita e di condizioni di lavoro tra esseri umani &#8211; come gli europei e gli asiatici &#8211; con livelli di cultura e di capacità lavorativa quasi uguali.</p>
<p>Settembre è alta stagione per la diplomazia economica internazionale: in ogni parte del mondo sono in corso analisi e consultazioni, che culminano nelle riunioni del Fondo monetario internazionale a Washington. Incontri regionali (l&#8217; Unione Europea, i Paesi asiatici), settoriali (finanza, commercio, energia, sviluppo), consultazioni tra Paesi ricchi (il G7) e tra poveri (Africa, America Latina, Paesi in via di sviluppo). Si fa il punto sull&#8217; anno che sta per finire e si definisce l&#8217; animo con cui guardiamo al futuro.</p>
<p>Vi è motivo di temere che il messaggio degli specialisti e quello dei governanti abbiano lo sguardo più corto e il tono più rassicurante di quanto giustifichi una disincantata osservazione delle tendenze di lungo periodo operanti nell&#8217; economia mondiale e nelle nostre società. Spetta innanzi tutto alla riflessione, al buon senso, al desiderio di informarsi e di capire del cittadino comune rendersene conto e trarne conseguenze per il suo modo di guardare al futuro, ai propri comportamenti economici e sociali.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/11/Corsera_nazionale_11_09_2005.pdf">Scarica il pdf</a></p>
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		<title>La maschera di Pechino</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Aug 2005 09:34:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il capitalismo cinese e i nostri Diliberto.
«Ai mercati vorrei dire che il Paese con la crescita economica maggiore è la Cina comunista». Forse anche altri hanno colto questa frase di Oliviero Diliberto in una recente intervista (Corriere del 10 agosto). Io ne sono rimasto affascinato: sedici parole sistemano in un colpo solo ardue questioni che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il capitalismo cinese e i nostri Diliberto.</em></p>
<p>«Ai mercati vorrei dire che il Paese con la crescita economica maggiore è la Cina comunista». Forse anche altri hanno colto questa frase di Oliviero Diliberto in una recente intervista (<em>Corriere</em> del 10 agosto). Io ne sono rimasto affascinato: sedici parole sistemano in un colpo solo ardue questioni che ci occupano da un secolo e più, questioni come crescita, comunismo, mercato, rapporto tra regime economico e regime politico, emergere della potenza cinese, traendone un fresco e singolarissimo pronunciamento.</p>
<p>Riassumiamo l&#8217; antefatto. L&#8217; agenzia internazionale Standard &amp; Poor&#8217; s abbassa il voto all&#8217; Italia, retrocedendola a Paese dove investire è divenuto più rischioso; motiva il suo passo osservando che manca un chiaro piano di risanamento non solo del governo ma della stessa opposizione. Da un partito moderato di questa (<em>Corriere</em> del 9 agosto) si osserva che può aver pesato la presenza nell&#8217; Unione di due partiti che hanno ancora la parola comunista nel loro nome. Con prontezza di spirito interviene allora Diliberto, la cui frase, in chiaro, vuol dire: proprio la presenza dei comunisti dovrebbe rassicurare i mercati, perché la miglior ricetta per la crescita è il comunismo, come la Cina dimostra.</p>
<p>Si discute da mesi e anni della concorrenza cinese, come resistervi, se occorra un nuovo protezionismo europeo o italiano. Si discute da mesi e da anni della bassa crescita in Europa e del declino italiano, quali siano i modi per uscirne. Qui abbiamo una proposta originale: facciamo come i cinesi, ispiriamoci al comunismo. Avremo crescita e fiducia dei mercati.</p>
<p>Circa venticinque anni fa, con l&#8217; ascesa di Deng, in Cina le strade del regime politico e del regime economico si divisero. La politica restò comunista, l&#8217; economia divenne capitalista. Cosa in sé strana, perché il comunismo nasce proprio da una critica del capitalismo e dall&#8217; intento di fuoriuscirne. Ancor più strana perché quello scelto in Cina fu un modello forse più simile al capitalismo del XIX che a quello del XX secolo. La svolta avvenne dopo che erano naufragati ripetuti tentativi di attuare il comunismo economico; tentativi finiti in impoverimento, oppressione, morte per inedia di decine di milioni di cinesi. Li chiameremmo tentativi ridicoli se non fossero stati soprattutto tragici.</p>
<p>Con la svolta di Deng, il non spento spirito mercantile dei cinesi fu liberato e l&#8217; economia fu aperta allo scambio e all&#8217; investimento estero. Iniziò una straordinaria ascesa economica, una trasformazione anche fisica di un Paese quasi immobile da secoli. Una vera esplosione, svoltasi sotto gli occhi di chiunque abbia regolarmente visitato la Cina negli ultimi quindici anni, come a me è accaduto: a ogni viaggio un Paese diverso, un diverso paesaggio urbano, un diverso modo di vestire, una diversa conoscenza dell&#8217; inglese, diversi mezzi di trasporto, strumenti di lavoro, concetti usati, case abitate, libri citati.</p>
<p>La crescita della Cina non è trainata dalle esportazioni, come quella di Taiwan, Hong Kong, Corea, Singapore, piccoli Paesi o città-Stato dove l&#8217; esportazione costituisce la gran parte del prodotto nazionale. La Cina non è un&#8217; economia molto più aperta di quanto lo siano l&#8217; americana o l&#8217; europea. Altre cose la caratterizzano e producono terremoti nell&#8217; economia mondiale. Prima di tutto, la combinazione di un tenore di vita molto basso con un livello di istruzione e una disciplina di lavoro molto alti (accuratezza, dedizione, cura della qualità): capacità di produrre non solo cravatte e cestini, ma anche automobili, calcolatori, televisori.</p>
<p>Poi la dimensione: una popolazione pari a quasi 25 Italie, venticinque. Poi ancora, la repressione politica e sociale: arricchitevi, ma lasciate stare la politica. La crescita è trainata dalla trasformazione del tenore di vita di un&#8217; immensa popolazione, che rapidamente (ancor più dell&#8217; Italia degli anni Cinquanta e Sessanta) si dota di abitazioni con bagno e stanza separata per il figlio, di elettrodomestici, di un mezzo di trasporto. Rapidamente, sì; ma non più di quanto crescano la produzione e la produttività. L&#8217; effetto del fenomeno cinese sulla scena mondiale non nasce tanto da una volontà o tendenza del Paese di proiettarsi verso l&#8217; esterno; nasce dalla mera sua dimensione. Come fu per l&#8217; America un secolo fa. Il partito comunista, l&#8217; oligarchia postasi alla guida della trasformazione economica, finora è riuscito a impedire due effetti. Il primo, deprecabile: che l&#8217; esplosione di libertà economica vada fuori controllo. Difficilissimo governare un enorme Tir che corre a 150 l&#8217; ora su una strada sconnessa. Tanti sono i modi in cui può andare fuori strada: un&#8217; inflazione incontrollata, un esodo dalla campagna più rapido della capacità di ricezione delle città e della possibile crescita di posti di lavoro fuori dell&#8217; agricoltura, un collasso delle deboli industrie pubbliche ereditate dal vecchio regime, una rivendicazione immediata di uguaglianza e di guarentigie sociali. Il secondo, auspicabile: che l&#8217; esplosione di libertà si propaghi, sia pur gradualmente, dall&#8217; economia alla sfera sociale, politica, culturale e, oggi particolarmente, religiosa. Nel 1989 fu sanguinosamente soffocato sul nascere (sulla piazza di Tienanmen) un principio di reazione a catena. Da allora non se ne sono prodotti altri, ma è difficile pensare che il fuoco dello spirito di libertà sia spento o che resti indefinitamente confinato nel recinto dell&#8217; economia. L&#8217; oligarchia ha mantenuto finora un ferreo controllo dell&#8217; esplosione combinando con maestria cambiamento e repressione. Il modello cinese ricorda il dispotismo illuminato dei sovrani assoluti, forse l&#8217; oligarchia che governò Venezia per secoli. «Cina comunista» è la magica espressione che dovrebbe rassicurare i mercati che guardano all&#8217; Italia del futuro. Ed è chiaro che la chiave sta nell&#8217; aggettivo, perché esso è il qualificativo comune ai due partiti politici italiani e a quello che governa la Cina, esso è il ponte tra le due politiche economiche. «Ai mercati vorrei dire&#8230;». Se crederanno alla magica frase, i mercati &#8211; che non sono molto sottili nei loro ragionamenti &#8211; si aspetteranno allora passi in queste direzioni: smantellamento dello Stato sociale, settimana lavorativa di sette giorni e di sessanta e più ore, ampia revoca delle norme di sicurezza sul lavoro e di tutela dell&#8217; ambiente, restrizioni allo spostamento del luogo di residenza, drastico abbattimento di stipendi e salari. Oggi, i mercati non chiedono tanto. Non chiedono forse nemmeno un modello inglese. Si accontenterebbero di una ricetta svedese, o anche semplicemente tedesca, Paesi a governo socialista. Forse basterebbe loro che i due partiti comunisti italiani uscissero dal sogno. Nel Gattopardo, Tomasi di Lampedusa parla di «quella prontezza di spirito che in Sicilia usurpa il nome di intelligenza». Nel parlarci di crescita, mercati e Cina, Diliberto ha mostrato prontezza di spirito.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/11/Corsera_nazionale_15_08_2005.pdf">Vedi l&#8217;articolo in pdf<br />
</a></p>
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		<title>Lo status quo è pericoloso</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2005 10:14:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - La Globalizzazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo il G-8 e l&#8217;attacco a Londra


Chiunque abbia osservato alla televisione gli attentati di Londra ha provato grande ammirazione per il popolo e le autorità britanniche: ordine, compostezza, controllo. Proprio lo stesso Paese che nel 1940 aveva preparato la sconfitta di Hitler opponendogli, prima ancora delle armi, il carattere. Era evidente una quasi perfetta preparazione: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dopo il G-8 e l&#8217;attacco a Londra</em></p>
<p><em><br />
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<p>Chiunque abbia osservato alla televisione gli attentati di Londra ha provato grande ammirazione per il popolo e le autorità britanniche: ordine, compostezza, controllo. Proprio lo stesso Paese che nel 1940 aveva preparato la sconfitta di Hitler opponendogli, prima ancora delle armi, il carattere. Era evidente una quasi perfetta preparazione: tutto era pronto per un attentato, anche il modo in cui i mezzi d&#8217; informazione avrebbero operato. Bloccato l&#8217; accesso all&#8217; epicentro della tragedia, telecamere puntate assai più sui soccorsi che sulle vittime, estrema cautela nel conteggio dei morti, visione di feriti sempre già medicati.</p>
<p>I terroristi hanno clamorosamente perso la battaglia delle immagini.</p>
<p>Per mostrare panico e cruenza, le televisioni dovevano continuamente ricorrere agli attentati di Madrid del 2004 o a quelli di New York del 2001.</p>
<p><em>Business as usual</em>, è il bell&#8217; elogio della normalità che fa la lingua inglese: «Andiamo avanti come al solito», non cediamo al ricatto dell&#8217; emergenza. Tenacia, rifiuto di lasciarsi dirottare dall&#8217; imprevisto. Vi è una profonda virtù in quest&#8217; essere, come dice Dante, «ben tetragono ai colpi di ventura».</p>
<p>«Andiamo avanti come al solito», però, anche a Gleneagles. E lo sforzo di magnificare i risultati del G8 non è riuscito a nascondere che su Africa, commercio, clima, energia i risultati sono minimi o nulli.</p>
<p><em>Business as usual</em> qui è segno di miopia, non di tenacia.</p>
<p>Non si poteva forse attendere uno scatto di volontà all&#8217; ultima ora, per effetto degli attentati. Il vertice non è più la riunione informale inventata nel 1975 da Giscard d&#8217; Estaing e Schmidt: poca televisione, poche persone, vestite da lavoro, senza ordine del giorno, emancipate per qualche ora da apparati e consiglieri. Quella era una piccola barca cui l&#8217; equipaggio poteva imprimere un cambio di rotta; questo è un enorme transatlantico guidato da un tetragono pilota automatico, sul quale i cosiddetti potenti della terra viaggiano come passeggeri, in abito di vacanza o di gala.</p>
<p>Non gli attentati terroristici dovrebbero far mutare la rotta dei Paesi ricchi, potenti, prepotenti, inquinatori. Ma un&#8217; analisi attenta e spregiudicata dello stato del mondo e dei propri stessi interessi, sì.</p>
<p>L&#8217; analisi dice che i temi del vertice erano quelli su cui è a rischio il futuro dell&#8217; umanità. Dice che la cifra del regalo all&#8217; Africa è modesta e non nuova (i quattro quinti erano stati decisi da tempo). Che cancellare debiti in genere serve a poco e forse nuoce, perché rischia di atrofizzare le capacità produttive dei Paesi poveri e di aggravarne le corrotte amministrazioni. Dice che solo una minore grettezza nel commercio &#8211; soprattutto agricolo e tessile &#8211; può favorire lo sviluppo dei continenti poveri: sono le spropositate sovvenzioni al cotone americano o alle barbabietole europee che impediscono al contadino africano di esportare cotone e zucchero. Dice che portando il carbonio dal sottosuolo all&#8217; atmosfera si cambia il clima e si minaccia la vita sulla terra; l&#8217; effetto serra è stato scoperto da più di un secolo.</p>
<p>Africa, commercio, clima: i temi dell&#8217; agenda erano quelli giusti. Sono temi centrali anche per la questione dell&#8217; odio e della sicurezza nel mondo, terrorismo compreso. Ma su quei temi il progresso da anni è solo millimetrico, mentre l&#8217; aggravamento corre.</p>
<p>«Attentano ai nostri valori», «non cambieremo il nostro modo di vivere»: sono le espressioni che ricorrono nel commento dei grandi presenti al G8. Ma forse i valori di libertà e democrazia, beni preziosi non solo «nostri» ma dell&#8217; umanità intera, li mette in pericolo proprio la nostra incapacità di cambiare, anche poco, il nostro modo di vivere.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/11/Corsera_naz11_07_2005.pdf">Vedi l&#8217;articolo in pdf<br />
</a></p>
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		<title>Sfide globali e l&#8217;Onu non c&#8217;è</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jan 2005 09:22:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il maremoto e le altre emergenze


Nulla sarà più come prima: una frase che si pronuncia poche volte nell&#8217; arco della vita, già ritorna sulle nostre labbra, solo tre anni dopo l&#8217; attacco alle Torri. Quel disastro finì col dividere, questo unisce; fatto umano l&#8217; uno, della natura l&#8217; altro. Entrambi hanno sconvolto sicurezze e prodotto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il maremoto e le altre emergenze</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p>Nulla sarà più come prima: una frase che si pronuncia poche volte nell&#8217; arco della vita, già ritorna sulle nostre labbra, solo tre anni dopo l&#8217; attacco alle Torri. Quel disastro finì col dividere, questo unisce; fatto umano l&#8217; uno, della natura l&#8217; altro. Entrambi hanno sconvolto sicurezze e prodotto reazioni, militari o umanitarie. Entrambi richiedono anche una risposta politica.</p>
<p>Il mito di un&#8217; originaria catastrofe naturale presente in culture tra loro lontanissime e apparentemente non comunicanti, può ben nascere da uno stesso fatto accaduto in tempi immemorabili. Popoli viventi a migliaia di chilometri di distanza possono essere stati colpiti, come oggi, da una medesima catastrofe, averne tratto una morale e poi trasformato entrambe in mito, ciascuno a suo modo.</p>
<p>Quelli erano popoli sparsi e senza consapevolezza reciproca, questi un popolo solo. Dunque la morale, anche politica, dovremmo trarla insieme.</p>
<p>Il terremoto che distrusse Lisbona nel 1755 animò soprattutto il dibattito dei filosofi, che in Europa erano una comunità. La politica mutò solo in Portogallo e nessuno propose che mutasse in Europa.</p>
<p>Oggi è diverso. Il mondo non è solo Europa, ma la Terra. L&#8217; umanità è più libera e più potente, ma soprattutto forma un&#8217; unica famiglia, pur eterogenea e litigiosa, articolata in duecento Paesi e seimila lingue. È accomunata non solo dal sapere e dal riflettere, ma anche dal fare e dal dovere. Onda anomala, origine delle vittime, pietà, immagini, sistemi di rilevazione sono globali. Ma disponibilità e governo di sistemi di allarme, medicinali, elicotteri, fondi per l&#8217; emergenza non sono attrezzati per il mondo, mentre lo sono entro i Paesi.</p>
<p>Dei due opposti atteggiamenti che, spesso confondendosi, animano la protesta sulla globalizzazione &#8211; ritirarsi nel locale, rafforzare il governo globale &#8211; è evidente che solo il secondo può far fronte a un evento che scuote metà della Terra sotto gli occhi dell&#8217; altra metà.</p>
<p>È l&#8217; Onu lo strumento politico di cui la comunità internazionale dispone per affrontare problemi che sono ormai del pianeta: sicurezza, conservazione della vita, solidarietà, legalità. L&#8217; inadeguatezza delle Nazioni Unite al compito resta drammatica. La riforma in discussione non la correggerà; la cambierà assai poco, mentre la morale politica dello tsunami è che occorrono decisivi passi per rafforzare e migliorare le istituzioni pubbliche globali. L&#8217; Europa è assente, l&#8217; America indifferente, il resto del mondo impotente: compassioni immediate e mediatiche sì, rafforzamento dell&#8217; Onu no.</p>
<p>Vi è un compito per chi governa e uno per chi è governato, un appello alla coscienza degli uni e a quella degli altri. Ai governanti democratici, come a quelli autocratici, spettano decisioni coraggiose e forse impopolari per dare un soccorso adeguato, per usarlo correttamente, per assegnare all&#8217; Onu un ruolo pieno. Alla società civile spettano sì beneficenza privata, ma anche controllo democratico e mobilitazione in favore delle istituzioni internazionali.</p>
<p>In altri tempi, uomini di spirito profetico non avrebbero esitato a proclamare provvidenziale la tragedia scatenata dalla natura, un segno inviato agli uomini affinché traessero un insegnamento. Blasfemo sarebbe apparso chi avesse negato ogni nesso tra il naturale, il soprannaturale e la responsabilità umana. Oggi neppure i religiosi sembrano osare tanto. Ma, nell&#8217; odierno mondo secolarizzato e scientifico, nulla vieta all&#8217; uomo &#8211; anzi lo impone ancor più che in quello impregnato di religiosità e di mistero &#8211; di trarre insegnamento da ciò che accade e dalle sofferenze patite.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/11/Corsera_nazionale_11_01_2005.pdf">Vedi l&#8217;articolo in pdf</a></p>
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		<title>Democrazie da ricostruire</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jan 2004 10:49:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Istituzioni internazionali, l&#8217;annus horribilis


L&#8217; anno che inizia sarà fruttuoso solo se avremo guardato il vecchio con la lucidità necessaria a correggerne le devianze.
Tempo fa, la regina d&#8217; Inghilterra inventò il termine annus horribilis per deplorare i comportamenti poco regali delle proprie nuore. Il 2003 è stato orribile non perché le nuore di Elisabetta abbiano scosso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Istituzioni internazionali, l&#8217;annus horribilis</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p>L&#8217; anno che inizia sarà fruttuoso solo se avremo guardato il vecchio con la lucidità necessaria a correggerne le devianze.</p>
<p>Tempo fa, la regina d&#8217; Inghilterra inventò il termine <em>annus horribilis</em> per deplorare i comportamenti poco regali delle proprie nuore. Il 2003 è stato orribile non perché le nuore di Elisabetta abbiano scosso la corona britannica, ma perché i Paesi più prosperi e potenti si sono applicati a scassare gl&#8217; istituti su cui si era tentato di edificare la pace e la cooperazione internazionale dopo due guerre terribili. Non era mai accaduto che ciò avvenisse a opera di governi democraticamente eletti.</p>
<p>Fatti del 2003: rottura dell&#8217; Onu, a New York, sulla questione irachena; rottura, a Cancun, dei negoziati sulla riforma del commercio internazionale; rottura, a Bruxelles, della conferenza sulla Costituzione europea; lacerazione del piano di pace in Medio Oriente; violazioni continue (in Afghanistan, Guantánamo, Cecenia, Iraq) della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra. E, poco prima: abbandono del trattato di non proliferazione nucleare; revoca della firma posta al protocollo di Kyoto sull&#8217; effetto serra.</p>
<p>La sopravvivenza della vita sul pianeta, il controllo di armi capaci di distruggere il mondo, la convivenza e l&#8217; incontro tra religioni e culture, l&#8217; esportazione di prodotti della terra e del lavoro umano per lenire la povertà estrema, il rispetto della dignità del nemico in guerra, la ricerca di una forma politica per l&#8217; Europa non sono lussi riservati a chi abbia soddisfatto i bisogni domestici. Sono, per quasi ogni uomo sulla Terra, condizione vitale di sicurezza e giustizia, nonché fonte prima della speranza o dell&#8217; angoscia.</p>
<p>Nel 1914 bastò una settimana &#8211; dal 28 luglio al 4 agosto &#8211; perché all&#8217; attentato di un terrorista seguisse una guerra che durò cinque anni, uccise 8 milioni di soldati e produsse poi dittature, stermini e nuove guerre.</p>
<p>Il 2003 non ha colto di sorpresa chi sapeva da tempo quanto fosse esile l&#8217; edificio eretto dopo il 1945; è solo accaduto ciò che da anni si temeva e si ammoniva a evitare.</p>
<p>Ma ciò che maggiormente inquieta, e sembra preludere a rovesci maggiori, è l&#8217; ottusa soddisfazione con cui i fatti avvenuti sono stati salutati da alcuni dei potenti che li hanno causati; inquieta l&#8217; elogio di intellettuali e osservatori che, in nome del realismo, vi hanno visto la meritata sconfitta di chi crede possibile un mondo di pace.</p>
<p>Preoccupa, soprattutto, il rapporto tra quanto sta accadendo e l&#8217; istituto della democrazia. Come, un tempo, la vera religione o la superiore civiltà, così la democrazia sembra oggi diventare un prodotto per la cui esportazione si può invadere un Paese. Sembra autorizzare chi la pratica ad annettere territori conquistati in una guerra difensiva. Non solo fatica a impedire questi sviluppi, ma è addirittura invocata per legittimarli e per negarne la nefandezza.</p>
<p>Chiusa nel recinto troppo angusto degli Stati, la democrazia sembra ergersi a ragione per rifiutare la cooperazione e le istituzioni internazionali. Nata come antidoto all&#8217; utopia di un governo fattore del bene supremo, e perciò assolutista ed oppressore, rischia oggi di divenire essa stessa utopia, assolutismo, oppressione.</p>
<p>Cittadini di Paesi democratici &#8211; europei, americani, mediorientali, asiatici &#8211; si chiedono con profonda preoccupazione dove condurrà la deriva in corso. Essi devono sapere che la speranza in un futuro migliore è affidata sì a chi li governa, ma anche alla loro capacità di tradurre in azione politica la loro coscienza di essere cittadini del mondo. A loro è affidato, in ultima istanza, il compito di far cessare la demolizione, riprendere la costruzione, consolidare la democrazia.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/11/Corsera_nazionale_02_01_2004.pdf">Vedi l&#8217;articolo in pdf</a></p>
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		<title>Il senno del prima e quello del dopo</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Apr 2003 10:15:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - La Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Torti e ragioni al termine del conflitto


Nonostante i fatti di ieri, la guerra irachena sembra finita. Ma la disputa che l&#8217; ha preceduta continua, traendo nuovi argomenti dai fatti accaduti. È ancora utile quella disputa? E quali devono esserne le categorie? Essa è utile, ma le categorie vanno definite con cura.
Se l&#8217; Iraq nasconda armi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Torti e ragioni al termine del conflitto</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p>Nonostante i fatti di ieri, la guerra irachena sembra finita. Ma la disputa che l&#8217; ha preceduta continua, traendo nuovi argomenti dai fatti accaduti. È ancora utile quella disputa? E quali devono esserne le categorie? Essa è utile, ma le categorie vanno definite con cura.</p>
<p>Se l&#8217; Iraq nasconda armi di distruzione di massa, se sia ammissibile una guerra preventiva, se solo col consenso dell&#8217; Onu sia lecito intervenire contro uno Stato sovrano in assenza di una strage in corso, se gli iracheni si sarebbero sollevati in massa contro il dittatore che li opprimeva da anni, se la guerra sarebbe stata breve o lunga, se sia possibile esportare la democrazia, se l&#8217; intervento militare incoraggerà o scoraggerà il terrorismo internazionale, se sia in atto uno scontro di civiltà e di religioni, quali gli effetti sul conflitto israelo-palestinese, se l&#8217; Onu uscirà distrutta da una guerra unilaterale: ecco le domande che dividevano ogni Paese, l&#8217; Europa, i partiti, soprattutto la coscienza di ognuno.</p>
<p>Un proverbio &#8211; «del senno di poi sono piene le fosse» &#8211; suggerisce che la saggezza acquisibile dopo i fatti sia cosa vile, sovrabbondante, un morto da sotterrare; difficile essere assennati prima, facile dopo. Ma un altro &#8211; «il tempo è galantuomo» &#8211; suggerisce di aspettare, perché il dopo non è ancora venuto; né sappiamo quando verrà.</p>
<p>Sappiamo ormai che aveva ragione chi prevedeva una guerra breve e con poche vittime, chi dubitava che gl&#8217; iracheni si sarebbero sollevati, e forse anche chi non credeva alla cospicua presenza in Iraq di armi di distruzione di massa. Il popolo iracheno deve alla determinazione americana la libertà ritrovata.</p>
<p>I fatti avvenuti, invece, non bastano a stabilire se l&#8217; impianto della democrazia in Iraq alla fine riuscirà, se la pace tra Israele e palestinesi sarà facilitata, se la sicurezza internazionale aumenterà, se l&#8217; Onu sia rafforzata o indebolita. È troppo presto per dirlo, ci vogliono altri fatti. Ma, a misura che altri fatti si aggiungono, si allenta la concatenazione tra cause ed effetti, sicché diviene vieppiù difficile, e infine impossibile, ricavare il senno di poi. La storia non è un laboratorio dove si possa isolare il rapporto causa-effetto. La disputa passerà così dai contemporanei agli storici, che forse la terranno aperta indefinitamente.</p>
<p>Tantomeno, i fatti avvenuti bastano a dirci che vada gettato nel cestino l&#8217; ideale di un ordine mondiale fondato sul diritto, l&#8217; unico che la storia abbia dimostrato (sì, dimostrato) efficace per comunità umane via via più numerose.</p>
<p>Infine, non sono i fatti, ma l&#8217; adesione a un principio costituzionale ed etico, a stabilire se e in quali circostanze sia ammissibile la guerra preventiva.</p>
<p>Dunque: per alcune domande, l&#8217; accaduto basta ad attribuire torto e ragione; per altre, i fatti già avvenuti non sono sufficienti; per altre ancora, i fatti non basteranno mai e bisogna proprio aspettare il giorno del giudizio. Poiché quaggiù l&#8217; errore giudiziario è sempre possibile, non possiamo accettare che un delitto divenga azione lecita se un tribunale assolve, né che un innocente divenga colpevole se condannato.</p>
<p>Nulla è più pericoloso, e talvolta anche moralmente riprovevole, che trarre, dai fatti, lezioni sbagliate. Bisogna guardarsi da due facili scappatoie: la prima, credere che la ragione sia comunque di chi ha la forza; la seconda, illudersi che la lezione dei fatti possa essere ignorata.</p>
<p>Il faticoso distinguere tra le categorie è sommamente importante. La fiducia nel progresso è fiducia nella capacità dell&#8217; uomo di apprendere dai propri errori e di correggersi; ma questa capacità &#8211; essa stessa fragile e fallibile &#8211; consiste, appunto, nel saper forgiare quel bene raro che è il senno di poi.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/11/Corsera_27_04_20031.pdf">Vedi l&#8217;articolo in pdf</a></p>
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		<title>Le piazze piene l&#8217;Europa vuota</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Feb 2003 09:26:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - La Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>

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		<description><![CDATA[Il sottile crinale su cui tutti viviamo
Il futuro è aperto, dicono i forse cento milioni di esseri umani che hanno manifestato contro la guerra in 600 città del mondo. Il futuro è aperto, scrive il presidente della Repubblica al capo del governo. Vediamolo con un&#8217; immagine. Vi è un piccolo territorio delle Alpi in cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il sottile crinale su cui tutti viviamo</em></p>
<p>Il futuro è aperto, dicono i forse cento milioni di esseri umani che hanno manifestato contro la guerra in 600 città del mondo. Il futuro è aperto, scrive il presidente della Repubblica al capo del governo. Vediamolo con un&#8217; immagine. Vi è un piccolo territorio delle Alpi in cui un movimento del vento basta a determinare se l&#8217; imminente temporale scaricherà l&#8217; acqua nel Danubio, nel Reno, o nel Rodano. Un soffio di vento decide se, fluendo per centinaia di chilometri, l&#8217; acqua finirà nel Mar Nero, nell&#8217; Atlantico, o nel Mediterraneo.</p>
<p>Vi sono momenti in cui sconfitta e vittoria, pace e guerra, torto e diritto, lealtà e tradimento sono vicinissimi. Sopra questi crinali, incerti sul versante da prendere, si muovono ancora non solo i potenti della Terra e i loro consiglieri, ma anche i nostri pensieri e le speranze della nascente opinione pubblica mondiale.</p>
<p>Le Nazioni Unite rischiano di essere sconfitte dalla determinazione di Bush. Eppure non sono state mai forti come oggi. Esse forse otterranno, con gli Stati Uniti, ciò che non ottennero in passato con l&#8217; Unione Sovietica per l&#8217; Ungheria, con la Cina per il Tibet, con la Francia per l&#8217; Algeria, con il Portogallo per l&#8217; Angola. Forse le sorti della crisi saranno decise a New York e non a Washington.</p>
<p>Gli Stati Uniti non sono mai stati potenti come oggi, mai così vicini a dominare il mondo né così disposti a usare le armi. Eppure sono proprio loro a dare all&#8217; Onu la forza immensa che essa oggi dimostra, accettandone la morbida ma resistentissima rete. Il tormento che si avverte nel volto e nella voce di Powell, l&#8217; avversione dei militari all&#8217; intervento, i sondaggi d&#8217; opinione ci dicono che anche gli Usa stanno ancora muovendosi, incerti, sopra il crinale.</p>
<p>L&#8217; Europa non è mai stata, dai tempi della Seconda guerra mondiale, debole e divisa come oggi: la Gran Bretagna con gli Stati Uniti comunque, la Germania contro l&#8217; intervento militare comunque. Eppure forse proprio in questo momento l&#8217; Europa, per la prima volta dopo due guerre mondiali, fermerà un&#8217; America che sembra dimenticare i propri valori.</p>
<p>L&#8217; Italia, per la prima volta in cinquant&#8217; anni, rischia di abbandonare l&#8217; eredità di De Gasperi e di Einaudi, che perfino le sinistre avevano assunto, e di staccarsi dai Paesi con cui ha costruito l&#8217; Europa. Eppure proprio adesso &#8211; già domani alla riunione di Bruxelles &#8211; l&#8217; Italia può ancora, come e più che in passato, dare un contributo determinante a una linea comune almeno dei Paesi fondatori dell&#8217; Unione. E solo così può porre le premesse per un grande semestre alla presidenza europea.</p>
<p>Siamo sopra un crinale; la tempesta si sta accumulando (gathering storm) ma la precipitazione non è incominciata. L&#8217; acqua può ancora cadere sull&#8217; uno o sull&#8217; altro di tre versanti molto diversi, per poi muovere verso sbocchi tra loro lontanissimi. Uno sbocco è la politica di potenza, il riprodursi su scala planetaria del precario equilibrio delle forze che per secoli ha dilaniato l&#8217; Italia e poi l&#8217; Europa. Un altro è l&#8217; inchino alla sopraffazione, accettare che le Risoluzioni delle Nazioni Unite siano pezzi di carta, che un brutale dittatore &#8211; o un governante democratico &#8211; possa ignorare. Un altro ancora è la faticosa costruzione di un ordine internazionale in cui l&#8217; uso della forza sia soggetto al diritto e le armi al servizio della pace e della libertà.</p>
<p>Il futuro è aperto. È vero che l&#8217; azione deve tenere conto della realtà, la quale contiene anche l&#8217; incertezza e la diversa probabilità degli esiti; è vero che essa deve tendere al migliore dei possibili, non all&#8217; impossibile. Ma l&#8217; azione è sempre un esercizio della libertà e sempre s&#8217; indirizza a quello spazio aperto che il futuro offre. Per questo siamo esseri responsabili.</p>
<p>Qui è la volontà umana, non il capriccio di un colpo di vento, a decidere dove cadrà l&#8217; acqua. E la volontà umana non può smobilitare neanche se vuole.</p>
<p>Là dove c&#8217; è pericolo, cresce anche ciò che salva.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/11/Corsera_16_02_2003.pdf">Vedii l&#8217;articolo in pdf</a></p>
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		<title>Unioni diaboliche divisioni virtuose</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Oct 2002 15:18:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - La Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Dall&#8217;Onu all&#8217;Europa, come vivere il disaccordo


Germania spaccata, scrisse la stampa dopo che Schröder e Stoiber si erano a lungo alternati nella posizione di futuro Cancelliere. America divisa, si disse quando Bush era diventato presidente degli Stati Uniti solo dopo che la Corte Suprema aveva vietato la verifica di poche schede, probabilmente lette male. Sinistra francese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dall&#8217;Onu all&#8217;Europa, come vivere il disaccordo</em></p>
<p><em><br />
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<p>Germania <em>spaccata</em>, scrisse la stampa dopo che Schröder e Stoiber si erano a lungo alternati nella posizione di futuro Cancelliere. America <em>divisa</em>, si disse quando Bush era diventato presidente degli Stati Uniti solo dopo che la Corte Suprema aveva vietato la verifica di poche schede, probabilmente lette male. Sinistra francese <em>divisa</em>, si commentò allorché &#8211; per la frantumazione dei suoi &#8211; Jospin non riuscì a passare il turno di un&#8217; elezione presidenziale, che forse avrebbe vinto. Ulivo <em>finito</em>, leggiamo in questi giorni di rottura tra chi vuole mantenere e chi vuole revocare gli impegni italiani con l&#8217; Onu. Europa divisa, si osserva confrontando Blair con Schröder, l&#8217; uno pronto ad attaccare l&#8217; Iraq in qualunque circostanza, l&#8217; altro contrario in qualunque circostanza. Nazioni <em>sedicenti Unite</em>, si ironizza al cospetto dei veti che ne paralizzano il Consiglio di sicurezza.</p>
<p>Nonostante l&#8217; uguaglianza degli aggettivi, i casi citati sono profondamente diversi. Schröder e Bush governano Paesi la cui unità è fuori discussione. Invece, di sinistra francese, Ulivo italiano, Europa, Onu non sappiamo se esistano davvero. Nei primi, la divisione è momento dell&#8217; unione, suo modo di essere, addirittura suo cemento; negli altri, ne è la negazione, addirittura la distruzione. Sorprende che la distinzione sia tanto trascurata e che raramente ci si chieda quale ne sia la radice.</p>
<p>Possiamo domandare: che cos&#8217; è un&#8217; unione? Quand&#8217; è che la divisione è segno di unione e quando non lo è? Una risposta c&#8217; è. Per definizione, l&#8217; unione è tra parti diverse. L&#8217; unione esiste quando tra le parti diverse vi è una <em>cosa comune</em>, cui si attribuisce valore più alto delle differenze. Le differenze rimangono, ma sono reciprocamente accettate, arricchiscono il valore comune, traggono dall&#8217; unione sicurezza e libertà.</p>
<p>Come si conciliano <em>unione</em>, cioè riconoscimento di una cosa comune, e <em>disaccordo</em> su come servire l&#8217; interesse comune nel caso particolare (l&#8217; elezione di un presidente, la linea europea sull&#8217; Iraq, l&#8217; invio degli alpini in Afghanistan, la scelta dell&#8217; ascensore condominiale)?</p>
<p>Per conciliare unione e diversità, il genere umano ha inventato, nei millenni, un metodo semplice, semplice come lo è la ruota nel conciliare peso e movimento. Qui la ruota si chiama <em>metodo maggioritario</em>. Se nessuno può pretendere il monopolio della saggezza o il dominio sugli altri, ci si conta e si decide di conseguenza. I fatti e la riflessione diranno poi se quell&#8217; agire era giusto o sbagliato, se conseguì il fine o lo fallì.</p>
<p>Sorprende che si consideri più unita l&#8217; unione in cui tutti debbano essere d&#8217; accordo, più rappresentativa l&#8217; assemblea che rinunci a decidere quando anche uno solo dissenta, più legittimo il veto che il principio maggioritario, che sia più alla moda il privilegio della minoranza che il diritto della maggioranza. Le unioni che anche uno solo può distruggere, non sono unioni; o sono unioni diaboliche, perché <em>diabolus</em> è colui che divide.</p>
<p>La differenza tra unioni diaboliche e unioni edificanti è di metodo, istituzioni, regole. Non è l&#8217; atteggiamento delle persone, è la cornice delle regole in cui le persone vivono ciò che fa la differenza. Metodo e regole hanno avuto i loro fondatori, ma le unioni &#8211; soprattutto se avevano buona ragione di esistere perché la cosa comune c&#8217; era davvero &#8211; sopravvivono ai fondatori, educando alle loro buone ragioni chi viene dopo.</p>
<p>Unione ha, infatti, duplice significato: è <em>atto</em> di unirsi e <em>stato</em> dell&#8217; essere uniti; ma l&#8217; atto non cessa con lo stato, né lo stato è mai definitivo, né l&#8217; atto è mai pienamente compiuto.</p>
<p>Non c&#8217; è unione senza scala di valori o di priorità. L&#8217; unione si rompe quando quella scala cessa di essere rispettata. Il metodo maggioritario, al pari della ruota, non garantisce di portare sempre alla buona meta. Ma senza di esso si ha la certezza, a quella meta, di non arrivarci. L&#8217; unanimità è la regola della divisione. La maggioranza è la regola dell&#8217; unione.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/11/Corsera_07_10_2002.pdf">Vedi l&#8217;articolo in pdf</a></p>
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