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	<title> &#187; 2 &#8211; La crisi del 2007-2009</title>
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		<title>La crisi del 2007-2009</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 13:35:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2 - La crisi del 2007-2009]]></category>
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La crisi che si sta dipanando sotto i nostri occhi è stata da molti definita come la più sconvolgente da molti decenni. Questa crisi sembra nata dall’interazione di tre elementi indipendenti; il primo, di tipo economico, deriva da un modello di crescita americano che si è parzialmente propagato in Europa, fondato sul consumo e sul [...]]]></description>
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<p style="margin-top: 0.49cm; margin-bottom: 0.49cm;">La crisi che si sta dipanando sotto i nostri occhi è stata da molti definita come la più sconvolgente da molti decenni. Questa crisi sembra nata dall’interazione di tre elementi indipendenti; il primo, di tipo economico, deriva da un modello di crescita americano che si è parzialmente propagato in Europa, fondato sul consumo e sul debito. Negli Stati Uniti è cessata la formazione di risparmio, sia nel settore privato sia nel settore pubblico: l’economia è cresciuta, trascinata dai consumi, e sostenuta da un accumulo di debito verso l’estero. Le altre due componenti sono di tipo finanziario, La prima è la bolla immobiliare: per un lungo periodo i prezzi delle case e i volumi di indebitamento su di esse sono aumentati oltre i livelli sostenibili e ragionevoli di equilibrio; quando si è invertita la tendenza, la bolla immobiliare si è sgonfiata provocando gravi perdite alle istituzioni finanziarie e alle famiglie, soprattutto nel mercato statunitense. L’ultima componente è stato il panico dei mercati.</p>
<p>Per uscire dalla crisi dobbiamo cambiare strada. Probabilmente la crescita economica nei Paesi che sono stati alla sua origine sarà più lenta e questo richiederà un assestamento di tutta l’economia mondiale che non sarà facile e durerà molti anni. La crisi acuta che abbiamo visto in questi ultimi tempi, i crolli in Borsa e i fallimenti bancari, sono forse già in fase di superamento. La capacità di ripresa dell’economia va, tuttavia, aiutata anche con risposte di tipo istituzionale; c’è un’Europa incompiuta, che è oggetto e non ancora soggetto della storia. Un’Europa alla quale mancano la capacità di decidere e i mezzi per attuare le decisioni prese. Il completamento del progetto di unificazione può contribuire a mitigare gli effetti di questa crisi e a rendere più robuste le strutture finanziarie e istituzionali in vista del futuro.</p>
<p style="margin-top: 0.49cm; margin-bottom: 0.49cm;">(tratto da <em>Corriere della Sera, agosto 2009</em>)</p>
<p style="margin-top: 0.49cm; margin-bottom: 0.49cm;">
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		<title>Utopie dannose e utopie utili</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Aug 2009 11:14:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2 - La crisi del 2007-2009]]></category>
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		<description><![CDATA[Un illuminato go­verno mondiale che avesse il com­pito di trarci fuo­ri dalla crisi ragionerebbe pressappoco così: non basta arrestare il crollo dell’econo­mia e della finanza, obietti­vo perseguito finora; uscire davvero dalla crisi significa porre il mondo sul sentiero di una crescita che possa du­rare nel tempo senza sfocia­re in una nuova catastrofe: una crescita, come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un illuminato go­verno mondiale<strong> </strong>che avesse il com­pito di trarci fuo­ri dalla crisi ragionerebbe pressappoco così: non basta arrestare il crollo dell’econo­mia e della finanza, obietti­vo perseguito finora; uscire davvero dalla crisi significa porre il mondo sul sentiero di una crescita che possa du­rare nel tempo senza sfocia­re in una nuova catastrofe: una crescita, come dicono gli economisti, sostenibile.</p>
<p>L’aggettivo «sostenibile» è stato molto approfondito negli ultimi venti o trent’an­ni e ha almeno tre significa­ti. Il primo è economico- fi­nanziario : per tutti i sogget­ti pubblici e privati ci deve essere un equilibrio durevo­le tra risorse impiegate e ri­sorse disponibili. Il secondo è sociale : disparità di vita troppo grandi tra i popoli o i ceti offendono la solidarietà umana e minacciano pace e sicurezza. Il terzo è ambien­tale : la natura stessa, un tem­po imperturbabile come Gio­ve Olimpo, è diventata fragi­le e chiede protezione. La crescita ante-2007 era insostenibile sotto il profilo economico-finanziario, ol­tre che sotto gli altri due. Ignorarlo ha portato al disa­stro, che ha distrutto molta della ricchezza creata negli anni grassi. Sarebbe irre­sponsabile farvi ritorno; il tentativo, se compiuto, pro­babilmente fallirebbe.</p>
<p>Si può allora chiedere: perché mai «crescita»? Non sarebbe meglio la cosiddet­ta «crescita zero», proposta decenni fa dal Club di Ro­ma? La risposta è no, perché non sarebbe sostenibile so­cialmente; non basterebbe a migliorare la condizione del­l’oltre metà del genere uma­no priva di scarpe ai piedi, di acqua potabile, di cure mediche adeguate, per non dire del miliardo a rischio di morte per fame. No, quindi, alla crescita zero per il mon­do intero; ma sì (o quasi) per il mondo ricco, che scar­pe ne ha in abbondanza, la­scia aperto il rubinetto del­l’acqua, getta molte delle medicine ottenute gratis e da solo produce gran parte del degrado ambientale. In breve: crescita mondia­le moderata, concentrata nei Paesi emergenti di Asia e America latina, presidiata da un sistema mondiale di leggi, tasse, spese, incentivi, aiuti, norme ambientali che la rendano sostenibile sotto i tre profili.</p>
<p>Le questioni irrisolte e le difficoltà concettuali<strong> </strong>non so­no da poco, ma un modello di crescita sostenibile non è, per l’economista, terra inco­gnita. Indirizzarvi l’econo­mia- globale-di-mercato, mo­bilitando i normali strumen­ti di governo propri di ogni stato moderno non sarebbe impossibile. Politicamente e tecnicamente difficilissimo, sì, ma non impossibile. Sappiamo bene che l’illu­minato governo mondiale di cui stiamo parlando non esiste. E allora? Dedurne che il mondo s’incammine­rà spontaneamente sul sen­tiero qui descritto è un’uto­pia dannosa, al pari del cre­dere che fuori da quel sen­tiero tutto possa filar liscio. Il pianeta ospita circa due­cento Stati che si dicono so­vrani, ciascuno intento a promettere l’uscita dalla cri­si e a trarre vantaggio da ogni errore o debolezza de­gli altri. Sono in agguato in­flazione, conflitti commer­ciali, nuove crisi, per non di­re guerre minacciate e guer­reggiate. Non la mano invisi­bile di Adamo Smith, ma il caos descritto da Hobbes.</p>
<p>Pensare una crescita mondiale sostenibile<strong> </strong>è, inve­ce, un’utopia utile, perché anche se il governo mondia­le è assai lontano e se il G20, il Fondo monetario in­ternazionale, le Nazioni Uni­te ne sono solo simulacri pallidissimi, essi sono pur sempre gli unici luoghi do­ve cercare i frammenti di un’azione responsabile.</p>
<p><a href="../wp-content/uploads/2009/08/Corsera_naz_19_08_20091.pdf">Vedi l&#8217;articolo in pdf</a></p>
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		<title>Economia e politica due nuovi quesiti</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2009 10:25:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2 - La crisi del 2007-2009]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Scarica l&#8217;articolo in pdf
Per cercare di capire come potrà essere il mondo dopo la tempesta in corso, l&#8217;incognita maggiore riguarda il modo di conciliare due opposte necessità: la crescita delle economie ricche deve rallentare, quella delle povere deve continuare. Due reazioni probabili e anche auspicabili, ma apparentemente incompatibili.
L&#8217;espansione economica pre-2007 non ha antecedenti nella storia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/08/Corsera_nazionale_11_08_2009.pdf">Scarica l&#8217;articolo in pdf</a></p>
<p>Per cercare di capire come potrà essere il mondo dopo la tempesta in corso, l&#8217;incognita maggiore riguarda il modo di conciliare due opposte necessità: la crescita delle economie ricche deve rallentare, quella delle povere deve continuare. Due reazioni probabili e anche auspicabili, ma apparentemente incompatibili.</p>
<p>L&#8217;espansione economica pre-2007 non ha antecedenti nella storia contemporanea perché è la somma di due dinamiche: la grande crescita degli Stati Uniti e di altri Paesi ricchi, e lo stupefacente decollo di molte economie povere, Cina e India in particolare. Le due dinamiche erano fortemente connesse e hanno a lungo vissuto l&#8217;una dell&#8217;altra. Molti dei beni acquistati dai ricchi erano prodotti dai poveri, i quali li cedevano a credito. La finanza riconnetteva il tutto su scala mondiale.</p>
<p>Questo tempo di vacche grasse (che tuttavia non ha saputo trarre circa un miliardo di esseri umani affamati dall&#8217;orlo della morte per denutrizione o per malattie curabili) finisce nel 2007 e difficilmente tornerà. Il tempo che verrà lo conosciamo poco e deve essere ancora plasmato. Tuttavia, sappiamo quanto diverse fossero le due dinamiche e, di conseguenza, siano oggi le due uscite dalla crisi.</p>
<p>La crescita dei Paesi emergenti è la trasformazione del modo di vivere di un terzo del genere umano: di gente che camminava scalza, che in casa non aveva acqua corrente, elettricità o servizi igienici; l&#8217;intera famiglia dormiva in una stanza e in città si andava a piedi. Noi italiani ricordiamo bene questa trasformazione per averla vissuta negli anni &#8216;50 e &#8216;60.</p>
<p>La crescita dei Paesi ricchi, invece, era largamente fatta di acquisti di cose inutili: precoce sostituzione di beni di consumo durevoli non ancora divenuti inservibili, abiti più utili per mostrarsi alla moda che per vestire gli ignudi, pranzi al ristorante. Tutte cose cui si può in gran parte rinunciare.</p>
<p>Ora, dopo la crisi, forze vigorose spingono, giustamente, al mantenimento di una dinamica e al rallentamento dell&#8217;altra. Giorni fa abbiamo suggerito che la crescita dei ricchi, fondata sul debito e sulla bolla immobiliare, è destinata a fermarsi o a rallentare fortemente: la politica economica fa bene a contrastare il crollo produttivo, ma farebbe male se si sforzasse di ritornare sulla cattiva strada passata. La crescita dei poveri, invece, può e deve continuare perché è sorretta da ampio risparmio, perché è giusto che il benessere si diffonda e perché costituisce un mutamento sociale che difficilmente si interrompe prima di essersi completato. La politica economica non deve, e forse nemmeno può, cercare di soffocarla.</p>
<p>È possibile ottenere le due cose insieme? Può funzionare un&#8217;economia mondiale in cui le due crescite si disconnettono? Esistono leader in Occidente capaci di dire questa verità ai propri elettori-cittadini? Questa è la sfida per la politica economica nel tempo che ci aspetta. Si tratta di capire sia il modello che renda conciliabili le due dinamiche (un compito per gli economisti) sia il dispositivo attraverso il quale quel modello si possa realizzare (un compito per chi pensa e fa la politica).</p>
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<p>Sono quesiti nuovi senza risposte pronte. Gli economisti, i politici, le classi dirigenti devono esserne consapevoli e contribuire a formare in tal senso l&#8217;opinione pubblica: il futuro dovrà essere diverso dal passato.</p>
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		<title>Si crescerà a basso regime</title>
		<link>http://www.tommasopadoaschioppa.eu/mondo/si-crescera-a-basso-regime</link>
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		<pubDate>Sun, 02 Aug 2009 10:27:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2 - La crisi del 2007-2009]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Scarica l&#8217;articolo in pdf
Il vocabolario dell’eco­nomia torna a parole gradite: finisce la re­cessione, inizia la ri­presa, il peggio è passato. Dal dicembre 2006, quan­do, quasi inosservato, si ar­restò un principale motore dell’espansione economi­ca mondiale (la bolla im­mobiliare, ossia l’ascesa ir­ragionevole dei prezzi del­le case in America), non è la prima volta che si parla di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/08/Corsera_nazionale_02_08_2009.pdf">Scarica l&#8217;articolo in pdf</a></p>
<p>Il vocabolario dell’eco­nomia torna a parole gradite: finisce la re­cessione, inizia la ri­presa, il peggio è passato. Dal dicembre 2006, quan­do, quasi inosservato, si ar­restò un principale motore dell’espansione economi­ca mondiale (la bolla im­mobiliare, ossia l’ascesa ir­ragionevole dei prezzi del­le case in America), non è la prima volta che si parla di «uscita dalla crisi». Ma che significato dare a una tale espressione?</p>
<p>Affermare che si è pros­simi al punto in cui l’eco­nomia riprende a crescere è nello stesso tempo azzar­dato e fuori luogo. Azzar­dato perché i cosiddetti punti di svolta sono sem­pre difficili da individuare, e lo sono soprattutto quan­do il convalescente organi­smo economico è talmen­te debole da poter ricadere in catalessi anche per fatti irrilevanti in circostanze normali: le perdite di una banca, la chiusura di un’im­presa, un nuovo scandalo finanziario. Fuori luogo perché interpretando gli at­tuali movimenti dell’eco­nomia come fasi di un ci­clo economico, parlando perciò di recessione e di ri­presa, si fraintende il signi­ficato di ciò che sta avve­nendo. La crisi riguarda la crescita, il debito e la strut­tura dell’economia, non il suo andamento ondoso.</p>
<p>Non possiamo capire il dopo- crisi se non capiamo il prima , che conviene dun­que ricapitolare. La bolla immobiliare aveva spinto l’intero mondo in una cor­sa che pareva senza fine. I proprietari di case credeva­no, soprattutto in Ameri­ca, che i prezzi sarebbero saliti sempre e, credendosi in possesso di una vena au­rifera, s’indebitavano e spendevano. Spendevano per beni fabbricati da ope­rai istruiti e poco pagati di Paesi asiatici, i quali accu­mulavano — in cambio — titoli in dollari emessi in abbondanza dal governo Usa. La finanza si arricchi­va in un giro di denaro in cui i Paesi poveri prestava­no ai ricchi. La percezione del pericolo era offuscata dall’insensata credenza che potesse continuare co­sì, dal mito della razionali­tà del mercato e da inge­gneri finanziari che inven­tavano prodotti e circuiti nei quali il rischio sembra­va scomparire dal sistema come la donna dall’arma­dio del prestigiatore.</p>
<p>Più di una volta, nei pas­sati vent’anni, simili bolle speculative si erano forma­te ed erano poi scoppiate: prima delle case, i titoli hi­gh tech ; prima ancora, il debito dei Paesi emergen­ti. Ma il buio creato dallo spegnersi di un botto veni­va illuminato poco dopo dall’accendersi del succes­sivo e ogni volta si ripren­deva l’andazzo, passando da una bolla a un’altra.</p>
<p>Sarà così anche ora? Commetterebbe un errore chi lo ritenesse possibile o l’auspicasse: sia esso gover­no, banca centrale, impre­sa o famiglia. Uscire dalla crisi significa arrestare la caduta, non però tornare sulla strada che ha portato al baratro.</p>
<p>Quello immobiliare è, dovrebbe essere, il gran bengala, il botto finale. La crisi pone al centro delle preoccupazioni la riduzio­ne del debito, non più la ri­presa del consumo. Certo, la produzione dei Paesi ric­chi cesserà di precipitare e per ciò stesso riprenderà a crescere. Certo, l’econo­mia mondiale dispone di altri motori, dei quali pure converrà parlare. Ma sarà crescita lenta, frenata dalla riluttanza a fare nuovi debi­ti e dalla necessità di ridur­re quelli vecchi. Ci vorran­no anni per smaltire il pas­sato. E tutta l’economia mondiale risentirà del bas­so regime a cui girerà il motore dei Paesi ricchi.</p>
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<p>Per la politica economi­ca la vera sfida inizia nel momento della ripresa. Il difficile viene adesso.</p>
<p>Il vocabolario dell’eco­nomia torna a parole gradite: finisce la re­cessione, inizia la ri­presa, il peggio è passato. Dal dicembre 2006, quan­do, quasi inosservato, si ar­restò un principale motore dell’espansione economi­ca mondiale (la bolla im­mobiliare, ossia l’ascesa ir­ragionevole dei prezzi del­le case in America), non è la prima volta che si parla di «uscita dalla crisi». Ma che significato dare a una tale espressione?</p>
<p>Affermare che si è pros­simi al punto in cui l’eco­nomia riprende a crescere è nello stesso tempo azzar­dato e fuori luogo. Azzar­dato perché i cosiddetti punti di svolta sono sem­pre difficili da individuare, e lo sono soprattutto quan­do il convalescente organi­smo economico è talmen­te debole da poter ricadere in catalessi anche per fatti irrilevanti in circostanze normali: le perdite di una banca, la chiusura di un’im­presa, un nuovo scandalo finanziario. Fuori luogo perché interpretando gli at­tuali movimenti dell’eco­nomia come fasi di un ci­clo economico, parlando perciò di recessione e di ri­presa, si fraintende il signi­ficato di ciò che sta avve­nendo. La crisi riguarda la crescita, il debito e la strut­tura dell’economia, non il suo andamento ondoso.</p>
<p>Non possiamo capire il dopo- crisi se non capiamo il prima , che conviene dun­que ricapitolare. La bolla immobiliare aveva spinto l’intero mondo in una cor­sa che pareva senza fine. I proprietari di case credeva­no, soprattutto in Ameri­ca, che i prezzi sarebbero saliti sempre e, credendosi in possesso di una vena au­rifera, s’indebitavano e spendevano. Spendevano per beni fabbricati da ope­rai istruiti e poco pagati di Paesi asiatici, i quali accu­mulavano — in cambio — titoli in dollari emessi in abbondanza dal governo Usa. La finanza si arricchi­va in un giro di denaro in cui i Paesi poveri prestava­no ai ricchi. La percezione del pericolo era offuscata dall’insensata credenza che potesse continuare co­sì, dal mito della razionali­tà del mercato e da inge­gneri finanziari che inven­tavano prodotti e circuiti nei quali il rischio sembra­va scomparire dal sistema come la donna dall’arma­dio del prestigiatore.</p>
<p>Più di una volta, nei pas­sati vent’anni, simili bolle speculative si erano forma­te ed erano poi scoppiate: prima delle case, i titoli hi­gh tech ; prima ancora, il debito dei Paesi emergen­ti. Ma il buio creato dallo spegnersi di un botto veni­va illuminato poco dopo dall’accendersi del succes­sivo e ogni volta si ripren­deva l’andazzo, passando da una bolla a un’altra.</p>
<p>Sarà così anche ora? Commetterebbe un errore chi lo ritenesse possibile o l’auspicasse: sia esso gover­no, banca centrale, impre­sa o famiglia. Uscire dalla crisi significa arrestare la caduta, non però tornare sulla strada che ha portato al baratro.</p>
<p>Quello immobiliare è, dovrebbe essere, il gran bengala, il botto finale. La crisi pone al centro delle preoccupazioni la riduzio­ne del debito, non più la ri­presa del consumo. Certo, la produzione dei Paesi ric­chi cesserà di precipitare e per ciò stesso riprenderà a crescere. Certo, l’econo­mia mondiale dispone di altri motori, dei quali pure converrà parlare. Ma sarà crescita lenta, frenata dalla riluttanza a fare nuovi debi­ti e dalla necessità di ridur­re quelli vecchi. Ci vorran­no anni per smaltire il pas­sato. E tutta l’economia mondiale risentirà del bas­so regime a cui girerà il motore dei Paesi ricchi.</p>
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<p>Per la politica economi­ca la vera sfida inizia nel momento della ripresa. Il difficile viene adesso.</p>
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		<title>Tornare alla normalità? Proviamoci, ma non sarà come prima</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jun 2009 11:10:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Leggi l&#8217;intervista
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		<title>Padoa-Schioppa: &#8220;Il sogno di una moneta mondiale&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jun 2009 14:41:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - La Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[2 - La crisi del 2007-2009]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alberto Orioli
Regole e moneta. Da ex banchiere centrale Tommaso Padoa-Schioppa tiene uno sguardo &#8220;lungo&#8221; su entrambi questi capisaldi, i fondamenti dell&#8217;economia di mercato. &#8220;Lungo&#8221; giacché &#8211; come sostiene nel libro scritto con Beda Romano La veduta corta &#8211; è proprio la limitatezza dell&#8217;orizzonte &#8211; dei mercati, dei decisori politici, dei consumatori, degli azionisti &#8211; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Alberto Orioli</p>
<p>Regole e moneta. Da ex banchiere centrale Tommaso Padoa-Schioppa tiene uno sguardo &#8220;lungo&#8221; su entrambi questi capisaldi, i fondamenti dell&#8217;economia di mercato. &#8220;Lungo&#8221; giacché &#8211; come sostiene nel libro scritto con Beda Romano La veduta corta &#8211; è proprio la limitatezza dell&#8217;orizzonte &#8211; dei mercati, dei decisori politici, dei consumatori, degli azionisti &#8211; ad aver portato la situazione dov&#8217;è ora.</p>
<p><strong>Cominciamo dall&#8217;euro. Con lo sguardo lungo dove lo vede?</strong><br />
Se la crisi portasse a un massiccio spostamento di composizione delle riserve e a un forte indebolimento del dollaro, l&#8217;euro si apprezzerebbe in misura eccessiva; per l&#8217;Europa sarebbe allora un problema, un grande problema.</p>
<p><strong>Quindi la &#8220;lezione per il futuro&#8221; è una nuova moneta unica come chiedono i cinesi?</strong><br />
Non lo chiedono solo i cinesi. Ne parlano da tempo una delle menti economiche più acute della nostra epoca come Robert Mundell e un autorevolissimo ex banchiere centrale americano come Paul Volcker. Sono convinto che la Cina abbia sollevato un tema ormai maturo. Se poi lo ha fatto per interesse &#8211; come dice Paul Krugman &#8211; cioè perché ha accumulato troppi dollari, può essere. In ogni caso è una motivazione legittima, visto che non si può chiedere a Pechino di essere altruista quando tutti agiscono per interesse. Il punto, semmai, è comprendere quale sia la coincidenza tra ragion di stato cinese e interesse generale globale. In ogni caso, da ex banchiere centrale penso che quando si parla di standard globali, prima ancora che a quelli legali si debba guardare a quello monetario, che è un fatto economico funzionale, seppure vincolato a un substrato legale. Insomma, credo proprio che questa crisi ponga il problema di un nuovo standard monetario internazionale. La sua assenza e l&#8217;assenza della disciplina che esso imporrebbe sono una delle cause profonde della crisi attuale.</p>
<p><strong>Prima c&#8217;era l&#8217;aggancio della moneta all&#8217;oro&#8230;</strong><br />
Se ci fosse stato ancora quell&#8217;aggancio, negli ultimi anni i paesi che accumulavano ingenti disavanzi esterni &#8211; come gli Stati Uniti &#8211; avrebbero dovuto convertirne una parte proprio in oro; la conseguente scarsità di riserve auree li avrebbe obbligati a correggere la rotta.</p>
<p><strong>O a denunciare l&#8217;accordo, come fecero gli Usa che sganciarono il dollaro dal metallo giallo.</strong><br />
È vero, nel &#8216;71 gli Usa si sottrassero all&#8217;impegno. Per anni l&#8217;&#8221;aereo&#8221; del dollaro ha continuato a volare spinto dalla forza politica ed economica degli Stati Uniti. Ma non penso che, se si guarda al mondo di domani, quando ci saranno 4-5 o 6 colossi mondiali, questi potranno accettare che la moneta di uno solo di essi sia la moneta di tutti. Anche se il tema non è ancora iscritto all&#8217;ordine del giorno, quando si parla di standard internazionali penso si debba riflettere sulla moneta mondiale.</p>
<p><strong>Ma come sarebbe il mondo con una sola moneta?</strong><br />
Non lo so, è un progetto su cui è urgente lavorare e pensare a fondo, e dubito che la soluzione sia una sola moneta. È diverso immaginare un oggetto che vola e inventare l&#8217;aeroplano. Oggi ne sappiamo abbastanza per dire che abbiamo bisogno di un oggetto che vola, di una misura comune che imponga disciplina al sistema monetario mondiale. Su scala mondiale non mi pare praticabile una soluzione tipo euro, fondata sul modello della moneta unica &#8211; un &#8220;globus&#8221; ad esempio &#8211; e della banca centrale unica. Vedo piuttosto una costruzione a due livelli: uno standard globale governato in comune e monete regionali con cambi non più interamente lasciati al mercato.</p>
<p><strong>Chi ha ragione tra Krugman, che chiede più debito per uscire dalla crisi, e Ferguson, che mette in guardia dai pericoli dell&#8217;eccesso di debito che mina la stabilità dei governi?</strong><br />
Entrambi e, quando si danno torto l&#8217;un l&#8217;altro, nessuno dei due. Il fatto è che i rimedi &#8211; monetari e di bilancio &#8211; per combattere l&#8217;emergenza e quelli per impedire il ripetersi della crisi hanno segno opposto: espansivi gli uni, restrittivi gli altri. Come quando si somministra metadone a un tossicodipendente in cura.</p>
<p><strong>Al G-8 l&#8217;Italia intende abbozzare i nuovi global legal standard per i mercati finanziari. Sarà &#8211; nelle intenzioni del Governo &#8211; un primo strumento per uscire dalla crisi e per evitarne altre.</strong><br />
Le determinanti profonde della crisi sono tre: l&#8217;illusione che i mercati si possano autoregolare; la contraddizione tra mercati globali e politiche rimaste nazionali; la veduta corta come criterio per le scelte, pubbliche e private. I global legal standard abbracciano i primi due temi e nascono dall&#8217;idea che il mercato abbia bisogno di regole e che le regole debbano essere internazionali. Ma il problema non finisce qui, qui incomincia: chi decide le regole? E che strumenti ha per farle rispettare? Si pone l&#8217;ardua questione di un potere di politica economica superiore.</p>
<p><strong>Oggi quel potere non c&#8217;è.</strong><br />
No e sì. L&#8217;intero universo della cooperazione internazionale si è spostato negli anni verso azioni volontarie e non vincolanti, soprattutto da quando si è abbandonato il sistema di Bretton Woods che è un &#8211; sia pur debole &#8211; potere sovranazionale. Prima il G-5, poi il G-7 e il G-8 ora il G-20: sigle dietro cui non c&#8217;è alcuna realtà istituzionale, non trattati, non sistemi giuridici. Parlare in queste sedi di global legal standard significa fare menzione di qualcosa che per adesso manca di ogni infrastruttura giuridico-istituzionale.</p>
<p><strong>In attesa di avere un modello diverso di governance globale, qual è la sede migliore dove ridisegnare le regole?</strong><br />
Una forte convergenza politica in seno al G-20 è un passaggio necessario ma non sufficiente per arrivare ai nuovi standard di cui parla il governo italiano. Quel passaggio deve portare a mutamenti sul piano del diritto e della distribuzione tra poteri nazionali e potere internazionale, mutamenti che sono impossibili al di fuori di una chiara architettura istituzionale e senza una base posta da trattati internazionali. A proposito di nuove regole vorrei però osservare che a mio parere non è stato un virus sconosciuto a provocare la crisi. Più spesso è stato un mancato rispetto di regole esistenti, sicché un&#8217;ordinaria profilassi sarebbe bastata a evitare le vicende più nefaste. Questo, i regolamentatori non lo ammettono volentieri.</p>
<p><strong>Intanto se ne parlerà al G-8 di Lecce.</strong><br />
Sarà un primo esame. Sono stato nel G-20 fin dalla sua riunione costitutiva. Hai davvero la sensazione di vedere seduto al tavolo tutto il mondo, in una riunione sufficientemente ristretta per consentire un&#8217;efficace interazione tra i partecipanti. Le altre riunioni, con 200 paesi rappresentati, sono assemblee dove si fanno solo dichiarazioni e non c&#8217;è alcuna interazione tra partecipanti. E poi, grazie alla sua composizione, il G-20 tratta anche dei temi del commercio, che sono parte essenziale della cooperazione internazionale; il G-8 non lo poteva utilmente fare perché in questa materia gli interlocutori devono essere soprattutto i paesi emergenti o quelli a basso reddito. Infine, è positivo il fatto che al G-20 siedano ora i capi di stato o di governo, perché solo a quel livello è possibile una sintesi politica; i ministri delle finanze non hanno delega sufficiente.</p>
<p><strong>Anche le decisioni del G-20 sono senza infrastruttura giuridica. Poi contano Fondo monetario, Banca mondiale e Wto.</strong><br />
Il G-20 dovrebbe trovare una forma di confluenza nelle istituzioni che ancora oggi costituiscono i pilastri della cooperazione internazionale multilaterale: Fmi, Banca mondiale, Wto e le stesse Nazioni Unite. Sono quanto di meglio ci abbia lasciato &#8211; dagli anni 40 &#8211; l&#8217;esperienza storica del XX secolo. Quando il cancelliere Angela Merkel propone un Consiglio di sicurezza dell&#8217;economia esprime proprio l&#8217;esigenza di far confluire le decisioni politiche del G-20 in istituzioni dotate di un&#8217;infrastruttura giuridica più solida dell&#8217;occasionale concorso di volontà che, in una sede di cooperazione volontaria, può sempre venire meno. Com&#8217;è noto, gli accordi del G-20 sono reversibili e vanno raggiunti con il benestare di tutti i partecipanti.</p>
<p><strong>Torniamo alle regole. Quanto hanno influito sulla crisi i conflitti d&#8217;interessi tra regolatori e regolati, tra controllori e controllati?</strong><br />
Moltissimo. In questo caso le regole o non c&#8217;erano o erano troppo blande perché scritte da coloro ai quali si applicavano. Se i modelli interni su cui è basata la valutazione non sono rigorosi e l&#8217;autorità pubblica che li deve validare si fida troppo di come sono fatti o non li capisce, allora c&#8217;è un problema. Se a loro volta quei modelli sono appoggiati sulla valutazione (rating) di agenzie pagate da coloro stessi che emettono i titoli che esse devono giudicare, allora c&#8217;è un problema. Se le regole sui compensi dei manager sono fatte dagli stessi manager o approvate da comitati che non prendono le distanze dai soggetti di cui determinano i compensi, allora c&#8217;è un problema. Insomma, così tutto il sistema non ha timone.</p>
<p><strong>Ed è qui che entra il tema dello sguardo corto? </strong><br />
Sì, tutte le anomalie descritte finora sono riconducibili alla tematica dell&#8217;accorciamento degli orizzonti temporali: le agenzie di rating invece di guardare avanti guardano al momentaneo umore del mercato; i compensi sono legati ai risultati ottenuti nel breve periodo; le politiche economiche sono agganciate alle scadenze elettorali che obbligano a tenere l&#8217;economia sempre in effervescenza. Se ci fosse qualcosa che semplicemente obbligasse, pur usando gli stessi parametri decisionali, a passare dalla lunghezza d&#8217;onda trimestrale a quella di uno o due lustri, tutto potrebbe rimanere uguale, ma tutto cambierebbe in meglio.</p>
<p><strong>Oggi appare impossibile.</strong><br />
Me ne rendo ben conto. Eppure una presidenza come quella di Barack Obama è impegnata proprio in questa difficile arte di persuadere una nazione di quanto sia necessario allungare i tempi per uscire dalla crisi e per avere risultati durevoli. I sondaggi per ora lo confortano.</p>
<p><strong>Il voto di domenica sembra dimostrare che in Europa ritrovano forza i gruppi nazionalistici o addirittura anti-europei. C&#8217;è il rischio di arroccamenti o di nuovi nazionalismi.</strong><br />
Purtroppo l&#8217;arroccamento è già in atto. Se è vero che l&#8217;ipocrisia è l&#8217;omaggio che il vizio rende alla virtù, il fatto che ne vediamo molta in questi giorni nelle partite che riguardano banche e auto, i due settori finora più colpiti dalla crisi, ci dà la misura del vizio sottostante. Più si moltiplicano le dichiarazioni retoriche sulla cooperazione europea, meno c&#8217;è coesione europea.</p>
<p><strong>Dunque un&#8217;Europa più piccola?</strong><br />
Credo che l&#8217;Europa sia su un crinale. È tirata da due forze opposte: quelle che vogliono aumentare la dose di unione e quelle che puntano alla rinazionalizzazione delle economie e delle politiche. La partita è aperta, anche se ora prevalgono le spinte disgregatrici. Sono convinto che la crisi porterà a un&#8217;Europa diversa da com&#8217;è ora, perché essa è troppo forte per lo stato attuale di semi-integrazione.</p>
<p><strong>E l&#8217;Europa politica?</strong><br />
Quello che si poteva fare per l&#8217;unificazione che non fosse politico è stato fatto: ma fare un&#8217;Europa politica avrebbe un effetto economico formidabile e certo aiuterebbe anche ad uscire dalla crisi, perché consentirebbe di governare la politica economica in modo congiunto nuovo e unitario. Basterebbe riconoscere in un bilancio comune ciò che già è europeo (alcune infrastrutture, parte dell&#8217;energia, parte della difesa). In fin dei conti, il bilancio federale Usa all&#8217;inizio del XX secolo, cento anni dopo la nascita della Federazione americana, era pari a circa il 5% del Pil Usa. Bisognerebbe che anche i poteri nazionali accettassero la logica espressa in questi giorni da John Elkann, azionista di maggioranza della Fiat: accettare di diventare più piccoli in una realtà più grande. L&#8217;Europa che immagino è esattamente questo.</p>
<p><a href='http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/06/il_sogno.pdf'>Vedi l&#8217;intervista in pdf</a></p>
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		<title>La crisi: come è nata, quando finirà?</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2009 09:44:39 +0000</pubDate>
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		<title>Come uscire dalla crisi?</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Apr 2009 13:54:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Come uscire dalla crisi? Corrado Augias ospita a Le Storie- Diario Italiano, l’ex ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa
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		<title>Tommaso Padoa-Schioppa &#8211; i mercati dalla vista corta</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 14:15:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ma la crisi non è solo economica. È anche politica e culturale
di Stefano Lepri
Nella crisi gli equilibri del mondo cambiano; l’arte di chi dirige deve essere di indirizzarli verso un assetto dove la forza della legge prevalga sulla legge della forza. Attingendo alla sua esperienza di banchiere centrale e di ministro, dietro le quinte dei [...]]]></description>
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<div>di Stefano Lepri</div>
<p>Nella crisi gli equilibri del mondo cambiano; l’arte di chi dirige deve essere di indirizzarli verso un assetto dove la forza della legge prevalga sulla legge della forza. Attingendo alla sua esperienza di banchiere centrale e di ministro, dietro le quinte dei vertici internazionali, Tommaso Padoa-Schioppa nel suo libro appena uscito <em>La veduta corta</em> (conversazione con Beda Romano sul grande crollo della finanza, ed. Mulino, pp. 188, e14) denuncia gli errori che ha visto commettere. Sostiene che oggi una grande occasione può essere colta dai governanti, perché la globalizzazione diventi più equa e meno fragile; vede motivo di sperare soprattutto in Obama, e paradossalmente nella Cina, paese che pur non essendo democratico «ha lo sguardo lungo della sua storia e della sua filosofia».</p>
<p><strong>Nel suo libro lei dice che stiamo vivendo una crisi non soltanto economica, ma politica e culturale; che siamo guidati da classi dirigenti responsabili di gravi errori di miopia.</strong><br />
«Nei passati 15 anni i motori della forte crescita erano due, gli Usa e l’Asia orientale: l’uno fondato sul superfluo e sul debito, l’altro sul risparmio e sull’accumulazione. Penso che il motore americano non potrà e non dovrà più esercitare la stessa spinta. Quel motore sovralimentato ha fuso. Uscire dalla crisi non potrà significare ritornare sul sentiero che vi ci ha portato. Bisogna che questo lo capisca la società, che lo capiscano e lo spieghino soprattutto coloro che in essa hanno un ruolo di guida, come governanti, intellettuali, imprenditori, sindacalisti. Capisco che al momento tutto lo sforzo sia volto a non cadere nel baratro di una recessione pesante; ma occorre rendersi conto che nessuna politica economica potrà evitare un rallentamento, per molti anni, della crescita del paese più ricco».</p>
<p><strong>Un banchiere francese che è anche uomo di cultura, Michel David-Weill, vede negli ultimi anni, come in quelli che portarono alla grande crisi degli Anni 30, un identico segno di hybris: «la parte più ricca delle nostre società ha esagerato». I dimostranti di Londra hanno creduto di vendicarsene sfasciando le vetrine delle banche. Quali sono le colpe, secondo lei?</strong><br />
«Negli Stati Uniti una politica volta a favorire con il credito l’acquisto della casa per tutti permetteva di affermare che si premiava anche il ceto medio-basso, proprio mentre si allargava la forbice tra i redditi, si riduceva l’imposta ai più abbienti e i dirigenti di azienda assegnavano a se stessi retribuzioni elevatissime. La parte più ricca ha speciali responsabilità, ma la hybris è più generale. Questa è la crisi di un modello di crescita senza formazione di risparmio, di consumo a credito, di accumulo di debito. Credo che le sue determinanti siano state tre: l’ideologia fondamentalista del mercato, la veduta corta (dei mercati, della politica, delle imprese, dei consumatori, delle classi dirigenti), il nazionalismo delle politiche economiche».</p>
<p><strong>Lei esorta a seguire Immanuel Kant, non Thomas Hobbes, nel costruire il governo del mondo. Ovvero: in una fase che vedrà ridimensionarsi gli Stati Uniti e crescere altre potenze, un assetto alla Hobbes, fondato su aggiustamenti successivi dei rapporti di forza, ci regalerebbe anni e anni di instabilità; mentre occorre progettare un passaggio di poteri dagli Stati &#8211; dagli Usa in primo luogo, ma anche da altri &#8211; alle organizzazioni internazionali: kantianamente, la forza della legge, per una globalizzazione che sia governata. Il vertice G-20 della settimana scorsa in che direzione si è mosso?</strong><br />
«Il risultato di Londra andrà valutato con calma. Mi pare migliore delle polemiche che avevano preceduto il vertice. Non mi erano piaciute le esortazioni americane agli europei. Neppure ho mai condiviso la concezione, molto popolare in Germania, secondo cui per l’equilibrio internazionale basta che ognuno tenga ordine in casa propria. No, occorre assumersi responsabilità globali».</p>
<p><strong>Obama ha riconosciuto, proprio a Londra, che gli Usa non potranno più svolgere il ruolo di prima. Le crisi sono il momento propizio per allungare lo sguardo. Quanto ci riescono, le classi dirigenti del mondo?</strong><br />
«Che alla Casa Bianca ci sia una personalità eccezionale come Barack Obama continua a dare grande speranza. Poi è una novità importantissima la proposta della Cina sul nuovo assetto monetario internazionale. Non va assolutamente lasciata cadere».</p>
<p><strong>Molti governanti dell’Occidente si sono riempiti la bocca dell’auspicio di «una nuova Bretton Woods». Poi l’unica proposta è venuta dal governatore della Banca di Cina, Zhou Xiaochuan, per una moneta collettiva, diversa dal dollaro, gestita dal Fmi. Pare simile alle idee del suo libro.<br />
</strong>«Conosco da anni il governatore Zhou e sono certo che il passo di estrema importanza da lui compiuto abbia il consenso del governo del suo paese. Le idee di Zhou sono forse poco popolari tra i banchieri centrali e gli economisti dell’ultima generazione, ma partono dall’esigenza profonda e reale di dare all’economia globale un suo standard monetario diverso da una moneta nazionale governata per fini nazionali. A mio giudizio sarebbe un delitto se la proposta fosse lasciata cadere e faccio quanto posso perché ciò non avvenga. Abbiamo un’opportunità da cogliere al volo, in questa fase in cui la Cina emerge come grande soggetto politico mondiale, ma ha ancora bisogno del riconoscimento delle altre potenze. Se il tema posto dai cinesi non sarà affrontato con un atteggiamento aperto, il rischio è che l’effetto combinato di mercati nervosi e miopi, e di politiche monetarie nazionalistiche, aggravi la crisi. Non si può pensare che il sommarsi del crollo della finanza americana, di una crescita mondiale più lenta e della decelerazione del commercio lascino inalterato il ruolo del dollaro».</p>
<p><strong>Strano che un paese autoritario come la Cina scelga una via, come lei dice, kantiana.</strong><br />
«Kant pensava che la pace nel mondo dovesse presupporre l’affermarsi, ovunque, di regimi repubblicani, non di autocrazie. Mi pare che la Cina di oggi sia governata da una oligarchia; un’oligarchia illuminata per gli aspetti attinenti all’economia, fondata sulla cooptazione dentro un partito comunista che ha 60 milioni di iscritti e recluta i talenti migliori. Nella fase attuale, poi, la Cina ha bisogno di essere ammessa ai club internazionali, e forse per questo si dimostra pronta ad accettarne le regole, o a stabilirne insieme di nuove».</p>
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