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	<title> &#187; 3 &#8211; L&#8217;Economia</title>
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		<title>La necessità di ricostruire</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Nov 2010 09:25:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
				<category><![CDATA[2 - La Politica]]></category>
		<category><![CDATA[3 - L'Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Quattro temi per il Paese
di Tommaso Padoa-Schioppa
Come nello scorso agosto, così oggi la politica e le istituzioni  si sono date un mese di tempo per decidere del loro futuro e di quello  dell&#8217;Italia. Ogni cittadino consapevole vive questo tempo con animo  sospeso e medita sulle alternative. Propongo al lettore qualche  riflessione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Quattro temi per il Paese</em></p>
<p><em>di Tommaso Padoa-Schioppa</em></p>
<p><strong>Come nello scorso agosto</strong>, così oggi la politica e le istituzioni  si sono date un mese di tempo per decidere del loro futuro e di quello  dell&#8217;Italia. Ogni cittadino consapevole vive questo tempo con animo  sospeso e medita sulle alternative. Propongo al lettore qualche  riflessione di carattere esclusivamente personale. Se il governo in  carica otterrà la fiducia, esso continuerà il suo lavoro. Se la perderà  in una delle due Camere, la crisi si aprirà inevitabilmente e  inizieranno consultazioni per accertare se un nuovo esecutivo possa  nascere dal Parlamento. Secondo la Costituzione questo è sovrano lungo  tutto l&#8217;arco della legislatura; il suo compito non è di essere fedele a  un «mandato degli elettori» perché i parlamentari sono stati eletti  senza vincolo di mandato (articolo 67). Esso ha ricevuto una delega, non  un mandato. Esso è il popolo, e può (anzi, in quel caso, «deve») essere  sciolto solo se si dimostra incapace di formare un governo sorretto  dalla propria fiducia. Non c&#8217;è né legge elettorale, né cosiddetta  costituzione materiale che possano modificare le regole chiarissimamente  scritte nella Costituzione.<br />
<strong>Se un gruppo di forze politiche</strong> si proporrà con un accordo  di programma e un sostegno parlamentare credibili, esso riceverà dunque  l&#8217;incarico di costituire un governo. Se l&#8217;accordo si conferma, il  governo si forma, giura, entra in carica e va alle Camere per ottenerne  la fiducia. L&#8217;esecutivo precedente cesserà di esistere da quando il  nuovo avrà giurato; a nulla servirebbe che avesse ottenuto la fiducia di  un ramo del Parlamento poco prima di essere sfiduciato dall&#8217;altro.  Ottenuta la fiducia, il nuovo esecutivo sarebbe legittimo a tutti gli  effetti e per tutte le materie che la Costituzione assegna alla sua  competenza. Eventuali accordi che limitino la durata o il programma di  un governo sono, dal punto di vista costituzionale, irrilevanti; hanno  la natura di pronunciamenti politici. Fino al giorno in cui venga  colpito da un voto di sfiducia o dal terminare della legislatura, ogni  governo è legittimo e ha pienezza di poteri.<br />
<strong>Nel passaggio da uno ad altro governo</strong>, la funzione del  capo dello Stato di tutore e garante della correttezza costituzionale è  particolarmente rilevante proprio perché in quel passaggio manca un  esecutivo dotato della pienezza dei poteri. Sostenere che il capo dello  Stato abbia il dovere o il potere di condizionare il programma, o la  durata, o la composizione, o l&#8217;omogeneità politica del nuovo governo  significa sollecitarlo a distorcere il proprio ruolo e minarne  l&#8217;autorevolezza istituzionale. Quegli aspetti, infatti, sono competenza  del Parlamento e delle forze politiche.<br />
Il governo, dunque, potrebbe  cadere soltanto per effetto di un voto di sfiducia e il presidente del  Consiglio fa bene a ricordarcelo. Ma quel voto di sfiducia, se ci fosse,  avrebbe a sua volta un senso soltanto se il suo fondamento fosse  chiaro: non un disaccordo su temi di ordinaria politica, ma il  riconoscimento (nato, per impulso di Fini, nella stessa maggioranza) di  una profonda triplice crisi della democrazia, dello Stato di diritto e  dell&#8217;unità nazionale.</p>
<p><strong>Il voto di sfiducia dovrebbe allora essere espressione </strong>di una  unione nazionale volta a uno scopo. E l&#8217;unico scopo che si può vedere è  di porre fine alla stagione politica iniziata nel 1992-94 e mai  risoltasi in un duraturo rimedio ai mali della Repubblica. Sarebbe  indispensabile, in altre parole, che la maggioranza sfiduciante fosse  del tutto consapevole che il suo vero compito non consisteva tanto nel  far cadere il governo, ma nel compiere una intensa, anche se breve,  «ricostruzione della normalità istituzionale». È su questa che sarebbe  giudicata dalla storia. Il nesso tra pars destruens e pars construens è  strettissimo. Lo è innanzi tutto nei tempi. Il destino del Paese per i  prossimi dieci o quindici anni sarà infatti determinato dalla  transizione che è iniziata ormai da qualche mese e che continuerà per  uno o due anni: così fu nel 1943-46, così nel 1992-94. Ma lo è anche  negli effetti. Se avverrà, la «distruzione» potrà essere efficace e  duratura a una sola condizione: che essa costituisca il primo passo per  dare alla Repubblica la correttezza di funzionamento da tempo scomparsa.</p>
<p><strong>Ricostruire non significa dunque cambiare </strong>il primo ministro né  mutare la composizione della maggioranza. Significa, a mio giudizio,  intervenire sulle quattro più gravi patologie dell&#8217;Italia di oggi:  rapporto tra gli elettori e la politica (legge elettorale in primo  luogo), rapporto tra questa e l&#8217;informazione (televisioni in primo  luogo), funzionamento della giustizia (indipendenza e tempi dei  giudizi), rapporto tra Nord e Sud (federalismo). Sono patologie divenute  talmente gravi da mettere a rischio la democrazia, lo Stato di diritto e  la stessa unità nazionale. Ne sono largamente responsabili anche le  forze che hanno governato prima di Berlusconi, il quale deve parte della  sua fortuna politica proprio alla promessa (ahimè mancata) di curarne  alcune. I rimedi devono perciò agire molto in profondità e non sono né  di destra né di sinistra.</p>
<p><strong>Se le figure politiche </strong>che avessero determinato la caduta del  governo mancassero della capacità e della determinazione richieste dalla  pars construens, sarebbero esse, non Berlusconi, a scomparire dalla  scena politica. In passato ciò è già avvenuto con le esperienze delle  legislature iniziate nel 1996 e nel 2006: hanno entrambe restituito il  potere a un avversario rafforzato dalla sconfitta.<br />
Se invece  l&#8217;iniziativa apparisse come il primo e credibile passo di una cura  profonda, non «di parte», è assai probabile che essa verrebbe  assecondata da forze assai più numerose di quelle che se ne facessero  promotrici. Proprio perché si tratta di compiere una ricostruzione  istituzionale, il nuovo governo potrebbe, anzi dovrebbe, essere  sostenuto da un arco di forze politiche ampio, tanto da includere  componenti rilevanti sia della destra sia della sinistra. Esso non  sarebbe né tecnico, né a tempo, né del presidente, né di «ribaltone»;  sarebbe, semmai, un governo del Parlamento. La ricostruzione dovrà  infatti essere patrimonio comune della Repubblica, tanto di chi vincerà  quanto di chi perderà al successivo voto.<br />
La ricostruzione  istituzionale dovrebbe essere completata in questa legislatura, prima di  andare al voto. Se si votasse senza averla compiuta, essa non verrebbe  intrapresa affatto, o sarebbe opera dal vincitore disconosciuta dallo  sconfitto.</p>
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		<title>Intervista a Padoa-Schioppa: «Tremonti è sulla stessa linea di Prodi»</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 11:02:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
				<category><![CDATA[3 - L'Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Fabrizio Forquet
«L&#8217;ho visto lì a Pechino, gli ho parlato a lungo proprio nelle ore  in cui voci tendenziose lo davano per scappato». Tommaso Padoa-Schioppa è  diventato in questi giorni il testimone vivente, in Europa, della  falsità della leggenda web che voleva il governatore della banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, in fuga [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Fabrizio Forquet</em></p>
<p>«L&#8217;ho visto lì a Pechino, gli ho parlato a lungo proprio nelle ore  in cui voci tendenziose lo davano per scappato». Tommaso Padoa-Schioppa è  diventato in questi giorni il testimone vivente, in Europa, della  falsità della <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2010-08-31/governatore-banca-cina-fuggito-132931.shtml?uuid=AYKGyQLC&amp;fromSearch">leggenda web che voleva il governatore della banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, in fuga negli Usa con la cassa</a>.  L&#8217;ex ministro dell&#8217;Economia oggi è presidente dei trustees della  Fondazione Ifrs, che stabilisce gli standard contabili internazionali.  Ed è in questa veste che è stato in Asia per una serie di incontri da  cui è appena rientrato.</p>
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<p><strong>Che impressioni ne ha tratto? L&#8217;Asia continuerà a correre e potrà fare da traino alla ripresa mondiale?</strong><br />
La forte crescita che ha caratterizzato gli anni ante-crisi è  ripresa nei paesi emergenti, mentre non lo è nei paesi avanzati. E il  motivo è presto detto: sono due crescite profondamente diverse. Nei  primi essa è un processo, spesso impetuoso, di uscita dalla povertà. È  connessa al fatto che la gente si compra le scarpe, mentre prima andava a  piedi nudi, si fa arrivare l&#8217;acqua corrente a casa, il telefono, compra  il frigorifero&#8230;</p>
<p><strong>Come l&#8217;Italia del dopoguerra.</strong><br />
Sì. E questa è una crescita che non si ferma facilmente, perché è  una trasformazione sociale. Lo sviluppo dell&#8217;industria manifatturiera  serve innanzitutto un mercato interno, che si va sviluppando. Negli anni  50 e 60 gli italiani fabbricavano automobili ed elettrodomestici perché  milioni di persone se li compravano per la prima volta. Quando poi il  mercato diventa di sostituzione tutto è più lento e più difficile.</p>
<p><strong>E la crescita, se si ferma, fa fatica a rilanciarsi.</strong><br />
Nei paesi prosperi l&#8217;espansione economica è fondata sulla  sostituzione di beni che già si posseggono, perciò è fragile. Chiunque  può rinviare le scelte di acquisto. E, in più, è in questi paesi che si  sono registrati gli squilibri finanziari principali, soprattutto con il  forte indebitamento delle famiglie negli Stati Uniti.</p>
<p><strong>Dopo l&#8217;ottimismo della tarda primavera, alcuni segnali indicano un  rallentamento. Dobbiamo aspettarci una nuova flessione, il cosiddetto  double dip?</strong><br />
Il rallentamento c&#8217;è. Se questo porterà a un double dip si vedrà. È  importante capire che politica si fa nei paesi prosperi. Gli Stati Uniti  puntano sullo stimolo della domanda, con strumenti fiscali e monetari. <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-09-02/gioco-sguardi-080557.shtml?uuid=AYGgjuLC">L&#8217;Europa guarda più all&#8217;equilibrio monetario e fiscale </a>e  non condivide l&#8217;idea che si possa a qualunque costo ritornare alla  crescita pre-crisi come massima priorità. È un modo molto diverso di  vedere la realtà. E io mi aspetto che nei prossimi mesi le tensioni  aumenteranno: gli americani premeranno sugli altri paesi avanzati perché  stimolino la crescita, le divergenze di crescita e di politiche  monetarie avranno riflesso sui cambi, le pressioni sulle banche centrali  che non vogliono fare un&#8217;aggressiva politica espansiva aumenteranno.</p>
<p><strong>Uno scenario preoccupante.</strong><br />
La mia sensazione è che l&#8217;alto grado di accordo internazionale che  c&#8217;è stato nella fase più acuta della crisi adesso non ci sia più. Ed è  ben possibile che le tensioni siano destinate a crescere e a diventare  tensioni commerciali, politiche, finanziarie. Sono prospettive non  particolarmente incoraggianti.</p>
<p><strong>Ma secondo lei <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-07-20/fuochisti-contro-rigoristi-sfida-080018.shtml?uuid=AYYO1P9B&amp;fromSearch">chi ha ragione</a>? Meglio gli <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-07-20/appello-esperti-stimoli-crescita-080122.shtml?uuid=AYbW4P9B&amp;fromSearch">stimoli </a>o il <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-08-28/cara-europa-rigore-amico-080641.shtml?uuid=AYM7cXKC&amp;fromSearch">rigore</a>?</strong><br />
Ritengo che l&#8217;Europa abbia una linea migliore di quella americana.  Perché credo che si debba partire da un&#8217;idea chiara di quale sia una  crescita sostenibile, abbandonando l&#8217;anelito a tornare alla crescita che  ci ha portato alla crisi. Da questo punto di vista la visione europea è  più equilibrata di quella americana. Sono convinto che ci sia un limite  agli stimoli macroeconomici.</p>
<p><strong>Non c&#8217;è il rischio di restare fermi, mentre il mondo intorno torna a correre?</strong><br />
Il rischio c&#8217;è, anche se non fa un&#8217;enorme differenza che ci sia un  dato negativo per un trimestre o due. Di certo gli stimoli fiscali  stanno esaurendo il loro effetto e le famiglie in America non sono  disposte a consumare come prima, quando per farlo si indebitavano sugli  incrementi di valore della casa: il crollo dei prezzi immobiliari è  stata un&#8217;esperienza traumatica e non c&#8217;è nessuno stimolo che possa far  superare quel trauma. È comprensibile e giusto che sia così. Pensare che  la politica economica sia onnipotente di fronte a un fenomeno  strutturale, e trattare il rallentamento come fosse un fatto ciclico,  non coglie l&#8217;essenza di quel che è accaduto.</p>
<p><strong>Dobbiamo rassegnarci alla bassa crescita?</strong><br />
La crescita in sé non dovrebbe essere un obiettivo assoluto, ma non  va nemmeno demonizzata, come alcuni giovani fanno. Bisogna parlare di  crescita sostenibile: quella pre-crisi non lo era perché poggiava su  debiti crescenti e finanza avventurosa. Ora dobbiamo cercare un percorso  diverso, che tenga conto anche della sostenibilità ambientale, dell&#8217;uso  delle risorse naturali, delle diseguaglianze sociali. La politica  economica deve senz&#8217;altro proporsi un tasso di occupazione elevato, ma  non è detto che questo si riassuma in un tasso di crescita elevato.  Pensare che drogare il Pil sia l&#8217;unico modo per tornare a creare posti  di lavoro può essere sbagliato.</p>
<p><strong>Per tornare a crescere certamente vanno riscritte le regole dei  mercati finanziari, ma su questo punto si sono fatte molte discussioni e  si sono prese poche decisioni.</strong><br />
Il comitato di Basilea ha fatto buoni progressi, ma non ha ancora  scoperto pienamente il suo gioco. C&#8217;è stata una tendenza forte a  privilegiare riforme nazionali nonostante il tentativo di coordinamento  nel G-20. Le nuove regole negli Stati Uniti non sono state concordate  con gli altri paesi. E l&#8217;Europa si è concentrata sugli hedge fund, sui  compensi dei manager, sulle agenzie di rating: temi che non sono al  centro della discussione negli Usa. Il rischio che dal processo di  riforma esca un sistema più frammentato è forte.</p>
<p><strong>Tra i rischi c&#8217;è anche quello che <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2010-08-04/pesanti-effetti-basilea-occupazione-190126.shtml?uuid=AYxyx3DC&amp;fromSearch">la riforma di Basilea </a>possa restringere ulteriormente il credito alle imprese.</strong><br />
È presto per giudicare, perché i parametri vanno ancora calibrati.  Le proposte del dicembre scorso erano giustamente preoccupanti, perché  si passava da un eccesso di lassismo a un eccesso di rigore, poi le cose  si sono attenuate. Aspettiamo di vedere dove ci si assesterà.</p>
<p><strong>Da noi in Italia c&#8217;è chi rilancia i tagli fiscali. È una ricetta possibile?</strong><br />
Quando uno fa proposte che invece di ridurre il deficit lo  aumentano, mi piacerebbe che spiegasse bene come si fa a mantenere i  conti a posto. Lo dico anche per l&#8217;esperienza che ho fatto al ministero  dell&#8217;Economia: parlare di una riduzione generica dell&#8217;imposta non ha  senso, si deve dire dove si recuperano i soldi che verranno a mancare e  magari quali altre tasse vanno aumentate.</p>
<p><strong>Sembra di sentire Tremonti.</strong><br />
Nel suo agire vedo una continuità con la politica del governo Prodi.  La vedo e la condivido. Tremonti è stato sin dall&#8217;inizio consapevole  del fatto che l&#8217;Italia non aveva margini di manovra. E questo è un fatto  positivo.</p>
<p><strong>I suoi ex colleghi di governo ancora imprecano: lei non mollava un centesimo.</strong><br />
Anni fa, i miei amici del Tesoro francese mi dicevano che il loro  atteggiamento verso gli interlocutori era: «La risposta è no; ma,  ricordami, qual era la domanda?». Non ci sono dieci modi per tenere a  posto i conti.</p>
<p><strong>Sui titoli pubblici europei in primavera è stata tempesta. Ora i  mercati finanziari sembrano aver cambiato obiettivi, il rigore comincia a  produrre i suoi effetti?</strong><br />
L&#8217;ondata di panico strisciante che c&#8217;è stata in primavera era  un&#8217;assurdità. Se lei va a vedere la lista dei paesi che hanno fatto  default negli ultimi 50 anni si accorge che è una lista esigua e che non  c&#8217;è nessun paese con le caratteristiche di quelli europei. I mercati  sono in uno stato di agitazione tale che non sono i fatti a determinare  il nervosismo, ma è il nervosismo che inventa oggetti di cui  alimentarsi. E l&#8217;ultimo oggetto è stato la preoccupazione per i debiti  sovrani europei.</p>
<p><strong>La Grecia, la Spagna&#8230; Non erano, e non sono, solo fantasmi.</strong><br />
Si è ecceduto. Ed era sbagliata anche l&#8217;idea che l&#8217;Unione europea  fosse impotente, incapace di agire: è stata clamorosamente smentita  dalle decisioni di maggio e di giugno. A maggio, con il piano sul fondo  speciale e sul<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2010-09-01/grecia-default-male-tutti-225648.shtml?uuid=AY8VhsLC"> pacchetto Grecia</a>.  A giugno, con l&#8217;avvio della fase di consolidamento dei conti pubblici. I  paesi europei si sono mossi bene, compreso il nostro. Il paradosso è  che i mercati sono passati subito dopo a preoccuparsi delle conseguenze  negative sulla crescita che quell&#8217;aggiustamento di bilancio &#8211; fino a  un&#8217;ora prima da loro stessi invocato &#8211; poteva avere. L&#8217;isteria è fatta  di questa stoffa. Per fortuna adesso il clima sembra cambiato, forse chi  opera sui mercati finanziari è andato in vacanza&#8230;</p>
<p><strong>Le tensioni sui mercati torneranno o si può essere ottimisti?</strong><br />
Non credo che quello di primavera sia stato l&#8217;ultimo sussulto di  questa crisi. Per le ragioni che dicevamo, vedo divergenze profonde. Non  si uscirà dalla crisi con una crescita forzata e ci sarà ancora  disoccupazione. Ci possono essere tensioni politiche, conflitti  commerciali, disordine nei cambi. È un complesso di rischi tutt&#8217;altro  che scongiurato. In questo clima ci sarà ancora spazio per l&#8217;isteria dei  mercati. E ci potranno essere tensioni sociali. La questione sociale,  nei nostri paesi, non è scomparsa: ha preso forme diverse da quelle di  una volta, ma sta ritornando, strettamente connessa con  l&#8217;internazionalizzazione dei mercati, come dimostra anche il caso Fiat.</p>
<p><strong>Marchionne ha fatto vedere improvvisamente il re nudo: se non si  adeguano le regole diventa difficile tenere certe produzioni in Italia.</strong><br />
Marchionne ragiona in una logica globalizzata e <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-09-02/dico-patto-marchionne-dialogo-080331.shtml?uuid=AYq4WuLC&amp;fromSearch">ha gettato un sasso nello stagno</a>.  È presto per dire quale sarà l&#8217;esito della vicenda. Di certo lo stato  sociale, comprendendo in questo anche una tutela forte del lavoro, è una  splendida caratteristica dell&#8217;economia europea. Non c&#8217;è alcuna altra  parte del mondo che abbia realizzato un simile progresso, neppure tra i  paesi industriali avanzati. Non credo che la globalizzazione ponga il  dilemma se deindustrializzarsi o smantellare lo stato sociale. Penso che  sia possibile evitare sia l&#8217;una che l&#8217;altra di queste due sciagure. E  ci sono esempi in Europa che lo confermano: la Germania, i paesi  nordici. Lì è rimasta una industria manifatturiera competitiva e c&#8217;è uno  stato sociale anche più avanzato del nostro. E sono paesi dove il  movimento sindacale è molto forte.</p>
<p><strong>Anche l&#8217;Italia è uno dei paesi della Ue dove l&#8217;industria  manifatturiera è rimasta importante. Ma non sempre tutto il sindacato  dimostra la consapevolezza necessaria.</strong><br />
Una parte del sindacato ha difeso troppo a lungo uno stato di cose  non più difendibile. E con questo ha anche rischiato di essere tagliato  fuori dalla gestione del cambiamento necessario o addirittura di  scomparire. L&#8217;ho constatato io stesso quando sono stato al governo: con  l&#8217;Alitalia, con lo &#8220;scalone&#8221; pensionistico, con il contratto del  pubblico impiego. Il rischio è che se il sindacato gioca la sua  influenza su cose sbagliate vince la battaglia e perde la guerra. Così  si viene scavalcati ed emarginati dalla storia: i giovani non si  iscrivono e il sindacato diviene una lobby di pensionati. Questo esito  non è auspicabile per nessuno. Ma che il sindacato scompaia o no dipende  dal sindacato stesso.</p>
<p><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-09-02/intervista-padoaschioppa-crescita-limite-211617.shtml?uuid=AYOBM8LC" target="_blank">Link all&#8217;articolo</a></p>
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		<title>Intervista a Padoa-Schioppa: «Tremonti è sulla stessa linea di Prodi»</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 08:06:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
				<category><![CDATA[3 - L'Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Fabrizio Forquet
«L&#8217;ho visto lì a Pechino, gli ho parlato a lungo proprio nelle ore  in cui voci tendenziose lo davano per scappato». Tommaso Padoa-Schioppa è  diventato in questi giorni il testimone vivente, in Europa, della  falsità della leggenda web che voleva il governatore della banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, in fuga [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Fabrizio Forquet</em></p>
<p>«L&#8217;ho visto lì a Pechino, gli ho parlato a lungo proprio nelle ore  in cui voci tendenziose lo davano per scappato». Tommaso Padoa-Schioppa è  diventato in questi giorni il testimone vivente, in Europa, della  falsità della <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2010-08-31/governatore-banca-cina-fuggito-132931.shtml?uuid=AYKGyQLC&amp;fromSearch">leggenda web che voleva il governatore della banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, in fuga negli Usa con la cassa</a>.  L&#8217;ex ministro dell&#8217;Economia oggi è presidente dei trustees della  Fondazione Ifrs, che stabilisce gli standard contabili internazionali.  Ed è in questa veste che è stato in Asia per una serie di incontri da  cui è appena rientrato.</p>
<div style="display: none;"><span id="VideoBox_180x150 _RM_DownLoad_Counter" style="display: none; height: 0px; width: 0px;"><img src="http://adv.ilsole24ore.it/5/www.ilsole24ore.it/10/_02_010_/_notizie_/_italia/316344086/VideoBox_180x150/OasDefault/Autopromo_SGR_180x150_invenduto/square_INVENDUTO_Sole.html/64353863303761333461306437633930?_RM_EMPTY_" alt="" width="1" height="1" /></span></div>
<p><strong>Che impressioni ne ha tratto? L&#8217;Asia continuerà a correre e potrà fare da traino alla ripresa mondiale?</strong><br />
La forte crescita che ha caratterizzato gli anni ante-crisi è  ripresa nei paesi emergenti, mentre non lo è nei paesi avanzati. E il  motivo è presto detto: sono due crescite profondamente diverse. Nei  primi essa è un processo, spesso impetuoso, di uscita dalla povertà. È  connessa al fatto che la gente si compra le scarpe, mentre prima andava a  piedi nudi, si fa arrivare l&#8217;acqua corrente a casa, il telefono, compra  il frigorifero&#8230;</p>
<p><strong>Come l&#8217;Italia del dopoguerra.</strong><br />
Sì. E questa è una crescita che non si ferma facilmente, perché è  una trasformazione sociale. Lo sviluppo dell&#8217;industria manifatturiera  serve innanzitutto un mercato interno, che si va sviluppando. Negli anni  50 e 60 gli italiani fabbricavano automobili ed elettrodomestici perché  milioni di persone se li compravano per la prima volta. Quando poi il  mercato diventa di sostituzione tutto è più lento e più difficile.</p>
<p><strong>E la crescita, se si ferma, fa fatica a rilanciarsi.</strong><br />
Nei paesi prosperi l&#8217;espansione economica è fondata sulla  sostituzione di beni che già si posseggono, perciò è fragile. Chiunque  può rinviare le scelte di acquisto. E, in più, è in questi paesi che si  sono registrati gli squilibri finanziari principali, soprattutto con il  forte indebitamento delle famiglie negli Stati Uniti.</p>
<p><strong>Dopo l&#8217;ottimismo della tarda primavera, alcuni segnali indicano un  rallentamento. Dobbiamo aspettarci una nuova flessione, il cosiddetto  double dip?</strong><br />
Il rallentamento c&#8217;è. Se questo porterà a un double dip si vedrà. È  importante capire che politica si fa nei paesi prosperi. Gli Stati Uniti  puntano sullo stimolo della domanda, con strumenti fiscali e monetari. <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-09-02/gioco-sguardi-080557.shtml?uuid=AYGgjuLC">L&#8217;Europa guarda più all&#8217;equilibrio monetario e fiscale </a>e  non condivide l&#8217;idea che si possa a qualunque costo ritornare alla  crescita pre-crisi come massima priorità. È un modo molto diverso di  vedere la realtà. E io mi aspetto che nei prossimi mesi le tensioni  aumenteranno: gli americani premeranno sugli altri paesi avanzati perché  stimolino la crescita, le divergenze di crescita e di politiche  monetarie avranno riflesso sui cambi, le pressioni sulle banche centrali  che non vogliono fare un&#8217;aggressiva politica espansiva aumenteranno.</p>
<p><strong>Uno scenario preoccupante.</strong><br />
La mia sensazione è che l&#8217;alto grado di accordo internazionale che  c&#8217;è stato nella fase più acuta della crisi adesso non ci sia più. Ed è  ben possibile che le tensioni siano destinate a crescere e a diventare  tensioni commerciali, politiche, finanziarie. Sono prospettive non  particolarmente incoraggianti.</p>
<p><strong>Ma secondo lei <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-07-20/fuochisti-contro-rigoristi-sfida-080018.shtml?uuid=AYYO1P9B&amp;fromSearch">chi ha ragione</a>? Meglio gli <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-07-20/appello-esperti-stimoli-crescita-080122.shtml?uuid=AYbW4P9B&amp;fromSearch">stimoli </a>o il <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-08-28/cara-europa-rigore-amico-080641.shtml?uuid=AYM7cXKC&amp;fromSearch">rigore</a>?</strong><br />
Ritengo che l&#8217;Europa abbia una linea migliore di quella americana.  Perché credo che si debba partire da un&#8217;idea chiara di quale sia una  crescita sostenibile, abbandonando l&#8217;anelito a tornare alla crescita che  ci ha portato alla crisi. Da questo punto di vista la visione europea è  più equilibrata di quella americana. Sono convinto che ci sia un limite  agli stimoli macroeconomici.</p>
<p><strong>Non c&#8217;è il rischio di restare fermi, mentre il mondo intorno torna a correre?</strong><br />
Il rischio c&#8217;è, anche se non fa un&#8217;enorme differenza che ci sia un  dato negativo per un trimestre o due. Di certo gli stimoli fiscali  stanno esaurendo il loro effetto e le famiglie in America non sono  disposte a consumare come prima, quando per farlo si indebitavano sugli  incrementi di valore della casa: il crollo dei prezzi immobiliari è  stata un&#8217;esperienza traumatica e non c&#8217;è nessuno stimolo che possa far  superare quel trauma. È comprensibile e giusto che sia così. Pensare che  la politica economica sia onnipotente di fronte a un fenomeno  strutturale, e trattare il rallentamento come fosse un fatto ciclico,  non coglie l&#8217;essenza di quel che è accaduto.</p>
<p><strong>Dobbiamo rassegnarci alla bassa crescita?</strong><br />
La crescita in sé non dovrebbe essere un obiettivo assoluto, ma non  va nemmeno demonizzata, come alcuni giovani fanno. Bisogna parlare di  crescita sostenibile: quella pre-crisi non lo era perché poggiava su  debiti crescenti e finanza avventurosa. Ora dobbiamo cercare un percorso  diverso, che tenga conto anche della sostenibilità ambientale, dell&#8217;uso  delle risorse naturali, delle diseguaglianze sociali. La politica  economica deve senz&#8217;altro proporsi un tasso di occupazione elevato, ma  non è detto che questo si riassuma in un tasso di crescita elevato.  Pensare che drogare il Pil sia l&#8217;unico modo per tornare a creare posti  di lavoro può essere sbagliato.</p>
<p><strong>Per tornare a crescere certamente vanno riscritte le regole dei  mercati finanziari, ma su questo punto si sono fatte molte discussioni e  si sono prese poche decisioni.</strong><br />
Il comitato di Basilea ha fatto buoni progressi, ma non ha ancora  scoperto pienamente il suo gioco. C&#8217;è stata una tendenza forte a  privilegiare riforme nazionali nonostante il tentativo di coordinamento  nel G-20. Le nuove regole negli Stati Uniti non sono state concordate  con gli altri paesi. E l&#8217;Europa si è concentrata sugli hedge fund, sui  compensi dei manager, sulle agenzie di rating: temi che non sono al  centro della discussione negli Usa. Il rischio che dal processo di  riforma esca un sistema più frammentato è forte.</p>
<p><strong>Tra i rischi c&#8217;è anche quello che <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2010-08-04/pesanti-effetti-basilea-occupazione-190126.shtml?uuid=AYxyx3DC&amp;fromSearch">la riforma di Basilea </a>possa restringere ulteriormente il credito alle imprese.</strong><br />
È presto per giudicare, perché i parametri vanno ancora calibrati.  Le proposte del dicembre scorso erano giustamente preoccupanti, perché  si passava da un eccesso di lassismo a un eccesso di rigore, poi le cose  si sono attenuate. Aspettiamo di vedere dove ci si assesterà.</p>
<p><strong>Da noi in Italia c&#8217;è chi rilancia i tagli fiscali. È una ricetta possibile?</strong><br />
Quando uno fa proposte che invece di ridurre il deficit lo  aumentano, mi piacerebbe che spiegasse bene come si fa a mantenere i  conti a posto. Lo dico anche per l&#8217;esperienza che ho fatto al ministero  dell&#8217;Economia: parlare di una riduzione generica dell&#8217;imposta non ha  senso, si deve dire dove si recuperano i soldi che verranno a mancare e  magari quali altre tasse vanno aumentate.</p>
<p><strong>Sembra di sentire Tremonti.</strong><br />
Nel suo agire vedo una continuità con la politica del governo Prodi.  La vedo e la condivido. Tremonti è stato sin dall&#8217;inizio consapevole  del fatto che l&#8217;Italia non aveva margini di manovra. E questo è un fatto  positivo.</p>
<p><strong>I suoi ex colleghi di governo ancora imprecano: lei non mollava un centesimo.</strong><br />
Anni fa, i miei amici del Tesoro francese mi dicevano che il loro  atteggiamento verso gli interlocutori era: «La risposta è no; ma,  ricordami, qual era la domanda?». Non ci sono dieci modi per tenere a  posto i conti.</p>
<p><strong>Sui titoli pubblici europei in primavera è stata tempesta. Ora i  mercati finanziari sembrano aver cambiato obiettivi, il rigore comincia a  produrre i suoi effetti?</strong><br />
L&#8217;ondata di panico strisciante che c&#8217;è stata in primavera era  un&#8217;assurdità. Se lei va a vedere la lista dei paesi che hanno fatto  default negli ultimi 50 anni si accorge che è una lista esigua e che non  c&#8217;è nessun paese con le caratteristiche di quelli europei. I mercati  sono in uno stato di agitazione tale che non sono i fatti a determinare  il nervosismo, ma è il nervosismo che inventa oggetti di cui  alimentarsi. E l&#8217;ultimo oggetto è stato la preoccupazione per i debiti  sovrani europei.</p>
<p><strong>La Grecia, la Spagna&#8230; Non erano, e non sono, solo fantasmi.</strong><br />
Si è ecceduto. Ed era sbagliata anche l&#8217;idea che l&#8217;Unione europea  fosse impotente, incapace di agire: è stata clamorosamente smentita  dalle decisioni di maggio e di giugno. A maggio, con il piano sul fondo  speciale e sul<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2010-09-01/grecia-default-male-tutti-225648.shtml?uuid=AY8VhsLC"> pacchetto Grecia</a>.  A giugno, con l&#8217;avvio della fase di consolidamento dei conti pubblici. I  paesi europei si sono mossi bene, compreso il nostro. Il paradosso è  che i mercati sono passati subito dopo a preoccuparsi delle conseguenze  negative sulla crescita che quell&#8217;aggiustamento di bilancio &#8211; fino a  un&#8217;ora prima da loro stessi invocato &#8211; poteva avere. L&#8217;isteria è fatta  di questa stoffa. Per fortuna adesso il clima sembra cambiato, forse chi  opera sui mercati finanziari è andato in vacanza&#8230;</p>
<p><strong>Le tensioni sui mercati torneranno o si può essere ottimisti?</strong><br />
Non credo che quello di primavera sia stato l&#8217;ultimo sussulto di  questa crisi. Per le ragioni che dicevamo, vedo divergenze profonde. Non  si uscirà dalla crisi con una crescita forzata e ci sarà ancora  disoccupazione. Ci possono essere tensioni politiche, conflitti  commerciali, disordine nei cambi. È un complesso di rischi tutt&#8217;altro  che scongiurato. In questo clima ci sarà ancora spazio per l&#8217;isteria dei  mercati. E ci potranno essere tensioni sociali. La questione sociale,  nei nostri paesi, non è scomparsa: ha preso forme diverse da quelle di  una volta, ma sta ritornando, strettamente connessa con  l&#8217;internazionalizzazione dei mercati, come dimostra anche il caso Fiat.</p>
<p><strong>Marchionne ha fatto vedere improvvisamente il re nudo: se non si  adeguano le regole diventa difficile tenere certe produzioni in Italia.</strong><br />
Marchionne ragiona in una logica globalizzata e <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-09-02/dico-patto-marchionne-dialogo-080331.shtml?uuid=AYq4WuLC&amp;fromSearch">ha gettato un sasso nello stagno</a>.  È presto per dire quale sarà l&#8217;esito della vicenda. Di certo lo stato  sociale, comprendendo in questo anche una tutela forte del lavoro, è una  splendida caratteristica dell&#8217;economia europea. Non c&#8217;è alcuna altra  parte del mondo che abbia realizzato un simile progresso, neppure tra i  paesi industriali avanzati. Non credo che la globalizzazione ponga il  dilemma se deindustrializzarsi o smantellare lo stato sociale. Penso che  sia possibile evitare sia l&#8217;una che l&#8217;altra di queste due sciagure. E  ci sono esempi in Europa che lo confermano: la Germania, i paesi  nordici. Lì è rimasta una industria manifatturiera competitiva e c&#8217;è uno  stato sociale anche più avanzato del nostro. E sono paesi dove il  movimento sindacale è molto forte.</p>
<p><strong>Anche l&#8217;Italia è uno dei paesi della Ue dove l&#8217;industria  manifatturiera è rimasta importante. Ma non sempre tutto il sindacato  dimostra la consapevolezza necessaria.</strong><br />
Una parte del sindacato ha difeso troppo a lungo uno stato di cose  non più difendibile. E con questo ha anche rischiato di essere tagliato  fuori dalla gestione del cambiamento necessario o addirittura di  scomparire. L&#8217;ho constatato io stesso quando sono stato al governo: con  l&#8217;Alitalia, con lo &#8220;scalone&#8221; pensionistico, con il contratto del  pubblico impiego. Il rischio è che se il sindacato gioca la sua  influenza su cose sbagliate vince la battaglia e perde la guerra. Così  si viene scavalcati ed emarginati dalla storia: i giovani non si  iscrivono e il sindacato diviene una lobby di pensionati. Questo esito  non è auspicabile per nessuno. Ma che il sindacato scompaia o no dipende  dal sindacato stesso.</p>
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		<title>Padoa-Schioppa arbitro globale dei principi contabili</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jun 2010 08:09:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Padoa-Schioppa arbitro globale dei principi contabili
Articolo del Sole 24 ore del 20 giugno a cura di Alessandro Merli
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<p>Articolo del Sole 24 ore del 20 giugno a cura di Alessandro Merli</p>
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		<title>Intervista SKY &#8211; Partita Doppia</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 16:58:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Intervista del direttore Andrea Cabrini

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		<title>Chi non paga per gli errori</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 08:43:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le banche e la crisi
Mentre le fabbriche chiudono e i lavoratori perdono il posto, le banche, vere responsabili della crisi, fanno profitti; li fanno dopo essere state salvate dai contribuenti e li devolvono in gran parte a se stesse sotto forma di lauti guadagni per dirigenti e amministratori; nello stesso tempo rifiutano il credito alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le banche e la crisi</em></p>
<p>Mentre le fabbriche chiudono e i lavoratori perdono il posto, le banche, vere responsabili della crisi, fanno profitti; li fanno dopo essere state salvate dai contribuenti e li devolvono in gran parte a se stesse sotto forma di lauti guadagni per dirigenti e amministratori; nello stesso tempo rifiutano il credito alle imprese e, obbligandole a chiudere e a licenziare, affossano l&#8217;economia. Sono accuse note; le ripete anche il presidente Obama.</p>
<p>Come non farsi travolgere da simili accuse indirizzate a unmestiere già impopolare prima della crisi? Invece bisogna ragionare e non farsi travolgere. E se il ragionare comincia col distinguere, occorre esaminare le accuse una per una.</p>
<p>Oggi guardiamo ai salvataggi bancari, questione bruciante perché il denaro usato era del contribuente. Si noti che i salvataggi — cerniera tra il prima e il dopo crisi— sono avvenuti soprattutto in Paesi orgogliosamente predicanti le virtù magiche della proprietà privata e del mercato libero: Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Olanda; non in Italia, dove le banche si sono rafforzate con capitali privati. Si noti anche che il tema va tenuto distinto da altre questioni riguardanti il modo in cui le banche si conducono oggi coi loro debitori, nel mercato finanziario, nel compensare dirigenti e amministratori: questioni su cui occorrerà tornare e che riguardano tutte le banche, non soltanto quelle in cui lo Stato ha immesso capitale.</p>
<p>È, era, giusto salvare le banche? In condizioni normali la risposta è no. Se è cronicamente incapace di fare utili, qualunque impresa, anche se banca, deve uscire dal mercato perché, invece di creare, distrugge ricchezza. Il fallimento è un modo di uscire, non l&#8217;unico né sempre il migliore; altri sono il passaggio di proprietà o la rilevazione da parte di un concorrente.</p>
<p>Le condizioni del 2008, però, non erano normali; stava crollando non una banca, ma la funzione bancaria stessa; e le perdite erano spesso un fatto momentaneo dovuto a cattiva gestione o a panico, non un indebolimento irrimediabile. Se la moneta cessa di circolare e nessuno fa più credito ad alcuno, ogni economia basata sullo scambio (dunque, nel mondo di oggi, tutte le economie) crolla e ricostruirla è arduo. Il perdurare del panico avrebbe moltiplicato a dismisura le vittime innocenti: risparmi e posti di lavoro perduti.</p>
<p>In quelle circostanze l&#8217;interesse a salvare le banche era generale, prima che dei banchieri.</p>
<p>Non solo: per il contribuente che lo paga, il salvataggio è per lo più un buon affare, non una perdita. Ciò che egli compera vale assai più del bassissimo prezzo pagato ed è destinato a rivalutarsi. I giganteschi utili che la banca centrale americana ha appena annunciato ne sono la riprova: e le banche centrali devono sapere (ma qualche volta lo dimenticano!) che i loro utili sono destinati non a se stesse ma alle casse dello Stato.</p>
<p>Salvare sì, dunque; ma chi? Chi tra azionisti, amministratori, dirigenti, impiegati, depositanti, debitori? Mentre in un fallimento puro la risposta sarebbe «nessuno», in un salvataggio non può essere «tutti». Almeno i primi tre dei sei soggetti elencati dovrebbero perdere soldi e funzioni.</p>
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<p>È da deplorare che ciò non sempre sia avvenuto. Ma nei casi in cui non è avvenuto, la critica va rivolta al salvante più che al salvato. Spettava al potere pubblico distinguere tra continuità della banca e discontinuità della sua proprietà e del comando.</p>
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		<title>Intervista SKY Tg24 Economia</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 10:45:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Economia]]></category>
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		<title>L&#8217;economia</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 09:58:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
				<category><![CDATA[3 - L'Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli economisti e i politici conoscono leve e manovelle per guidare la macchia dell’economia tra i rallentamenti e le accelerazioni congiunturali. Ma la crescita, a differenza del ciclo, è una biologia più che una meccanica: è dinamismo dell’intera società, non solo dell’apparato produttivo; è espressione di maggiore o minore vitalità, di fiducia in se stessi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli economisti e i politici conoscono leve e manovelle per guidare la macchia dell’economia tra i rallentamenti e le accelerazioni congiunturali. Ma la crescita, a differenza del ciclo, è una biologia più che una meccanica: è dinamismo dell’intera società, non solo dell’apparato produttivo; è espressione di maggiore o minore vitalità, di fiducia in se stessi e nel futuro, di spirito creativo. Scienza e politica economica suggeriscono che cosa aiuta la crescita o l’impedisce, ma faticano a provocarla o a prevederla.<br />
<br/>Quali sono i mali che impediscono lo sviluppo dell’economia italiana? Se guardiamo l’Italia economica di oggi, possiamo rappresentarla come un’impresa che perde posizioni nel mondo, molto indebitata, e soprattutto gravemente sottocapitalizzata. Ha grandi potenzialità, ma ha bisogno di uno sforzo eccezionale e prolungato. <br/>Per oltre vent’anni, sino alla metà degli anni Novanta, la politica economica ha cercato di alimentare la crescita con una “combinazione di inflazione, svalutazione, spesa pubblica in disavanzo, accumulazione di debito, depauperamento del capitale”: “stimoli tossici” che hanno infiacchito l’organismo economico. Uscire da questa situazione non è impossibile ma richiede uno scatto di orgoglio e il recupero dell’ambizione nazionale perduta.</p>
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		<title>Intervista a Tommaso Padoa Schioppa &#8211; Biennale democrazia</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2009 09:38:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
				<category><![CDATA[2 - La Politica]]></category>
		<category><![CDATA[3 - L'Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<title>Istruzioni per la crisi</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 15:43:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
				<category><![CDATA[3 - L'Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[la 7]]></category>

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L’ex ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa ospite nella trasmissione di &#8220;Otto e mezzo&#8221; su La 7 per parlare della crisi economica con Lilli Gruber e Federico Guiglia.
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<p>L’ex ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa ospite nella trasmissione di &#8220;Otto e mezzo&#8221; su La 7 per parlare della crisi economica con Lilli Gruber e Federico Guiglia.</p>
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