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	<title> &#187; 2 &#8211; La Politica</title>
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		<title>Padoa-Schioppa: Le macerie della seconda repubblica</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Nov 2010 09:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Guarda l&#8217;intervista di Lilli Gruber 


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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.la7.it/ottoemezzo/pvideo-stream?id=360056" target="_blank">Guarda l&#8217;intervista di Lilli Gruber </a></p>
<p><span lang="IT"><br />
</span></p>
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		<title>La necessità di ricostruire</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Nov 2010 09:25:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[3 - L'Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Quattro temi per il Paese
di Tommaso Padoa-Schioppa
Come nello scorso agosto, così oggi la politica e le istituzioni  si sono date un mese di tempo per decidere del loro futuro e di quello  dell&#8217;Italia. Ogni cittadino consapevole vive questo tempo con animo  sospeso e medita sulle alternative. Propongo al lettore qualche  riflessione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Quattro temi per il Paese</em></p>
<p><em>di Tommaso Padoa-Schioppa</em></p>
<p><strong>Come nello scorso agosto</strong>, così oggi la politica e le istituzioni  si sono date un mese di tempo per decidere del loro futuro e di quello  dell&#8217;Italia. Ogni cittadino consapevole vive questo tempo con animo  sospeso e medita sulle alternative. Propongo al lettore qualche  riflessione di carattere esclusivamente personale. Se il governo in  carica otterrà la fiducia, esso continuerà il suo lavoro. Se la perderà  in una delle due Camere, la crisi si aprirà inevitabilmente e  inizieranno consultazioni per accertare se un nuovo esecutivo possa  nascere dal Parlamento. Secondo la Costituzione questo è sovrano lungo  tutto l&#8217;arco della legislatura; il suo compito non è di essere fedele a  un «mandato degli elettori» perché i parlamentari sono stati eletti  senza vincolo di mandato (articolo 67). Esso ha ricevuto una delega, non  un mandato. Esso è il popolo, e può (anzi, in quel caso, «deve») essere  sciolto solo se si dimostra incapace di formare un governo sorretto  dalla propria fiducia. Non c&#8217;è né legge elettorale, né cosiddetta  costituzione materiale che possano modificare le regole chiarissimamente  scritte nella Costituzione.<br />
<strong>Se un gruppo di forze politiche</strong> si proporrà con un accordo  di programma e un sostegno parlamentare credibili, esso riceverà dunque  l&#8217;incarico di costituire un governo. Se l&#8217;accordo si conferma, il  governo si forma, giura, entra in carica e va alle Camere per ottenerne  la fiducia. L&#8217;esecutivo precedente cesserà di esistere da quando il  nuovo avrà giurato; a nulla servirebbe che avesse ottenuto la fiducia di  un ramo del Parlamento poco prima di essere sfiduciato dall&#8217;altro.  Ottenuta la fiducia, il nuovo esecutivo sarebbe legittimo a tutti gli  effetti e per tutte le materie che la Costituzione assegna alla sua  competenza. Eventuali accordi che limitino la durata o il programma di  un governo sono, dal punto di vista costituzionale, irrilevanti; hanno  la natura di pronunciamenti politici. Fino al giorno in cui venga  colpito da un voto di sfiducia o dal terminare della legislatura, ogni  governo è legittimo e ha pienezza di poteri.<br />
<strong>Nel passaggio da uno ad altro governo</strong>, la funzione del  capo dello Stato di tutore e garante della correttezza costituzionale è  particolarmente rilevante proprio perché in quel passaggio manca un  esecutivo dotato della pienezza dei poteri. Sostenere che il capo dello  Stato abbia il dovere o il potere di condizionare il programma, o la  durata, o la composizione, o l&#8217;omogeneità politica del nuovo governo  significa sollecitarlo a distorcere il proprio ruolo e minarne  l&#8217;autorevolezza istituzionale. Quegli aspetti, infatti, sono competenza  del Parlamento e delle forze politiche.<br />
Il governo, dunque, potrebbe  cadere soltanto per effetto di un voto di sfiducia e il presidente del  Consiglio fa bene a ricordarcelo. Ma quel voto di sfiducia, se ci fosse,  avrebbe a sua volta un senso soltanto se il suo fondamento fosse  chiaro: non un disaccordo su temi di ordinaria politica, ma il  riconoscimento (nato, per impulso di Fini, nella stessa maggioranza) di  una profonda triplice crisi della democrazia, dello Stato di diritto e  dell&#8217;unità nazionale.</p>
<p><strong>Il voto di sfiducia dovrebbe allora essere espressione </strong>di una  unione nazionale volta a uno scopo. E l&#8217;unico scopo che si può vedere è  di porre fine alla stagione politica iniziata nel 1992-94 e mai  risoltasi in un duraturo rimedio ai mali della Repubblica. Sarebbe  indispensabile, in altre parole, che la maggioranza sfiduciante fosse  del tutto consapevole che il suo vero compito non consisteva tanto nel  far cadere il governo, ma nel compiere una intensa, anche se breve,  «ricostruzione della normalità istituzionale». È su questa che sarebbe  giudicata dalla storia. Il nesso tra pars destruens e pars construens è  strettissimo. Lo è innanzi tutto nei tempi. Il destino del Paese per i  prossimi dieci o quindici anni sarà infatti determinato dalla  transizione che è iniziata ormai da qualche mese e che continuerà per  uno o due anni: così fu nel 1943-46, così nel 1992-94. Ma lo è anche  negli effetti. Se avverrà, la «distruzione» potrà essere efficace e  duratura a una sola condizione: che essa costituisca il primo passo per  dare alla Repubblica la correttezza di funzionamento da tempo scomparsa.</p>
<p><strong>Ricostruire non significa dunque cambiare </strong>il primo ministro né  mutare la composizione della maggioranza. Significa, a mio giudizio,  intervenire sulle quattro più gravi patologie dell&#8217;Italia di oggi:  rapporto tra gli elettori e la politica (legge elettorale in primo  luogo), rapporto tra questa e l&#8217;informazione (televisioni in primo  luogo), funzionamento della giustizia (indipendenza e tempi dei  giudizi), rapporto tra Nord e Sud (federalismo). Sono patologie divenute  talmente gravi da mettere a rischio la democrazia, lo Stato di diritto e  la stessa unità nazionale. Ne sono largamente responsabili anche le  forze che hanno governato prima di Berlusconi, il quale deve parte della  sua fortuna politica proprio alla promessa (ahimè mancata) di curarne  alcune. I rimedi devono perciò agire molto in profondità e non sono né  di destra né di sinistra.</p>
<p><strong>Se le figure politiche </strong>che avessero determinato la caduta del  governo mancassero della capacità e della determinazione richieste dalla  pars construens, sarebbero esse, non Berlusconi, a scomparire dalla  scena politica. In passato ciò è già avvenuto con le esperienze delle  legislature iniziate nel 1996 e nel 2006: hanno entrambe restituito il  potere a un avversario rafforzato dalla sconfitta.<br />
Se invece  l&#8217;iniziativa apparisse come il primo e credibile passo di una cura  profonda, non «di parte», è assai probabile che essa verrebbe  assecondata da forze assai più numerose di quelle che se ne facessero  promotrici. Proprio perché si tratta di compiere una ricostruzione  istituzionale, il nuovo governo potrebbe, anzi dovrebbe, essere  sostenuto da un arco di forze politiche ampio, tanto da includere  componenti rilevanti sia della destra sia della sinistra. Esso non  sarebbe né tecnico, né a tempo, né del presidente, né di «ribaltone»;  sarebbe, semmai, un governo del Parlamento. La ricostruzione dovrà  infatti essere patrimonio comune della Repubblica, tanto di chi vincerà  quanto di chi perderà al successivo voto.<br />
La ricostruzione  istituzionale dovrebbe essere completata in questa legislatura, prima di  andare al voto. Se si votasse senza averla compiuta, essa non verrebbe  intrapresa affatto, o sarebbe opera dal vincitore disconosciuta dallo  sconfitto.</p>
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		<title>La politica</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 09:33:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
				<category><![CDATA[2 - La Politica]]></category>
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Gli anni novanta hanno portato due grandi cambiamenti nella politica italiana: da allora il governante rischia la perdita del potere e la scelta di chi governa è compiuta direttamente dai votanti, non delegata ai partiti. Anche con questi cambiamenti, tuttavia rimane, per chi viene eletto a governare, l’esigenza di scegliere tra diverse soluzioni possibili, di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="margin-top: 0.49cm; margin-bottom: 0.49cm;">Gli anni novanta hanno portato due grandi cambiamenti nella politica italiana: da allora il governante rischia la perdita del potere e la scelta di chi governa è compiuta direttamente dai votanti, non delegata ai partiti. Anche con questi cambiamenti, tuttavia rimane, per chi viene eletto a governare, l’esigenza di scegliere tra diverse soluzioni possibili, di trovare accordi entro la formazione vincente, di fare una sintesi che qualifichi e renda coerente l’azione di governo.</p>
<p>Il buongoverno richiede una buona politica, e cioè che ogni forza politica riconosca un interesse superiore non solo al proprio interesse di parte, ma addirittura alla propria concezione dell’interesse pubblico; questo, si potrebbe dire, è l’elemento etico da cui la buona politica non può separarsi. Il secondo elemento essenziale della buona politica è l’attiva partecipazione dei cittadini. La società italiana stenta a ritrovare un rapporto sereno e costruttivo con la politica; certo, sulla politica tende a convergere tutta l’insoddisfazione degli italiani. E’ giusto essere molto esigenti e severi verso la politica, forse anche più di quanto oggi non si sia; e si può esserlo, soprattutto quando si è buoni cittadini e contribuenti onesti. Ma questo sempre per migliorare la politica e l’impegno per essa, non cadendo nella pericolosa disperazione dell’antipolitica.</p>
<p style="margin-top: 0.49cm; margin-bottom: 0.49cm;">
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		<title>Le occasioni finora mancate</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Jul 2009 11:52:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella nostra storia nazionale il 2009 vede la vera fondazione di due grandi partiti animati da una stessa e concorrente ambizione: governare l&#8217;Italia nei decenni a venire. Solo il tempo dirà se sono inizi fecondi o occasioni mancate, ma è adesso che l’importanza del fatto deve essere colta, dal politico di professione come da ogni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella nostra storia nazionale il 2009 vede la vera fondazione di due grandi partiti animati da una stessa e concorrente ambizione: governare l&#8217;Italia nei decenni a venire. Solo il tempo dirà se sono inizi fecondi o occasioni mancate, ma è adesso che l’importanza del fatto deve essere colta, dal politico di professione come da ogni cittadino responsabile. I partiti storici, cui i due neonati del 2009 subentrano, erano segnati da circostanze ormai scomparse da tempo: dominio di grandi ideologie, suffragio ristretto, ascesa del proletariato, italiani largamente analfabeti, senza scarpe ai piedi né acqua corrente in casa, emigranti a milioni.</p>
<p>Alcuni (il liberale, il repubblicano) avevano fatto il Risorgimento; uno (il socialista) le lotte sociali; uno, la riconciliazione dei cattolici con lo stato unitario; due (il fascista, il comunista) erano figli malati della democrazia, fautori tenaci di regimi totalitari, divenuti membri legittimi della famiglia democratica solo dopo decenni perduti, non prima del 1945 e del 1989, grazie all’opera educatrice dell&#8217;Unione europea. Il contesto storico è nuovo, i mali dell&#8217;Italia antichi: occorrono forze nuove per affrontarli. Guai a fare dell’anagrafe una discriminante, novità e giovane età sono cose diverse: Giovanni XXIII divenne Papa alla soglia degli 80 anni e il doge veneziano che conquistò Costantinopoli aveva superato i 90.</p>
<p>E tuttavia colpisce che, diversamente da quelli di oggi, i fondatori di ieri — i Turati, i Gramsci, gli Sturzo, i Mussolini — ponessero fondamenta all’alba e non al tramonto della loro esperienza politica. L&#8217;osservazione, si badi, dice di più dell&#8217;accidia dei giovani che della pervicacia dei vecchi. Occasioni mancate o inizi fecondi? A sinistra, fu di certo occasione mancata l&#8217;avvio del Pd nel 2007, quando invece di applicarsi alla costruzione del nuovo partito la sua guida abbatté il governo Prodi, disciolse la coalizione vincitrice del 2006 e restituì il potere all’opposizione. A destra, tarda la costruzione di un partito vero, di cui il capo del governo diventi il prodotto piuttosto che il produttore. Fa difetto a entrambi la chiarezza su punti fondamentali come il finanziamento, l&#8217;accesso, le regole interne.</p>
<p>L&#8217;opera da svolgere è enorme. Essa abbraccia quattro materie, bisognose di analisi distinte, ma ugualmente indispensabili a una formazione politica duratura. Ideologia: non ritratti di padri e nonni alle pareti, bensì principi resistenti al mutare delle circostanze, per istituzioni, democrazia, giustizia, laicità, economia, socialità, Europa, relazioni col mondo. Organizzazione: tesseramento, militanza, democrazia interna, finanziamenti. Linea politica: alleanze, programma, proposte per affrontare, oggi e nella prossima legislatura, questioni quali l&#8217;illegalità e la crisi finanziaria. Leadership: chi deve guidare il partito, con che criterio fare la scelta, che relazioni tra partito e capo del governo.</p>
<p>Partiti che aspirino a governare l&#8217;Italia in modo non effimero devono plasmare quelle quattro materie in modo nuovo, chiaro, convincente, che guardi, sì, all&#8217;oggi, ma ancor più al dopodomani. Seppero farlo i migliori tra i partiti di ieri. Solo questo aspetta una generazione nuova di italiani nati e cresciuti nella repubblica o in essa giunti da paesi e culture diverse, spesso ostili alla politica e ai partiti, educati nell’epoca della scuola e della televisione di massa, assetati di legalità e di riconoscimento del merito.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/11/Corsera_19_07_2009.pdf">Vedi l&#8217;articolo in pdf</a></p>
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		<title>Demos e Crazia in Europa</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2009 17:03:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[2 - La Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Sono grato, come cittadino, a chi ha organizzato questi giorni di riflessione e dibattito sulla democrazia e mi ha invitato a parteciparvi. Condivido la convinzione che la democrazia sia sempre minacciata e che l’indispensabile difesa contro le malattie che continuamente la colpiscono siano gli anticorpi costituiti dalla coscienza civile dei cittadini. Di quanto possa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>1. Sono grato, come cittadino, a chi ha organizzato questi giorni di riflessione e dibattito sulla democrazia e mi ha invitato a parteciparvi. Condivido la convinzione che la democrazia sia sempre minacciata e che l’indispensabile difesa contro le malattie che continuamente la colpiscono siano gli anticorpi costituiti dalla coscienza civile dei cittadini. Di quanto possa essere forte la risposta a chi si adopera per tenere desta questa coscienza, abbiamo una stupenda dimostrazione qui a Torino in questi giorni.<br />
Le mie considerazioni di oggi muovono dalla osservazione che la democrazia è l’unione di due sostantivi, nessuno dei quali deve divenire vassallo dell’altro: il popolo e il governo, il Demos e il Kratos. Kratos è parola greca che si traduce in ‘autorità, forza, potenza’ e che perciò racchiude la prerogativa indispensabile a ogni governo.<br />
2. La democrazia &#8211; nell’Unione europea in quanto tale e singolarmente negli stati che ne fanno parte, nell’Italia in modo particolare &#8211; soffre oggi di uno stesso male: la crescente difficoltà di ogni governo, centrale o locale, nel corrispondere a quelle tra le esigenze del popolo, dei cittadini, che è suo compito soddisfare. Non sono patologie uguali e coincidenti quasi per caso; è un’unica patologia che si manifesta in punti diversi del corpo sociale.<br />
Lo iato tra i bisogni del Demos e l’operare del Kratos costituisce oggi, a mio giudizio, uno dei maggiori pericoli per la sopravvivenza della democrazia come forma di governo fondata su principi di responsabilità, autonomia e uguaglianza. E ritengo che esso non possa essere corretto se non operando simultaneamente sui governi di diverso livello, municipale, regionale, nazionale, europeo, mondiale.<br />
Tra poche settimane gli europei sceglieranno il loro Parlamento: la chiamata alle urne è il momento centrale di una democrazia perché è allora che il popolo si esprime. Si teme che molti elettori non parteciperanno al voto del 7 giugno; e se quel timore sarà confermato dai fatti, sentiremo dire che agli europei poco importa dell’Unione europea. Qualche storico più esperto del futuro che del passato, fedele al luogo comune nazionalista, ci ripeterà che c’è poco da stupirsi perché ‘l’ideologia europeista è falsa, le sue promesse sono false, impossibili da realizzarsi.’ Ci annuncerà con frase lapidaria che ‘non ci sarà mai uno stato federale europeo.’<br />
Chi vi parla, non ha lo stesso dono di conoscere il futuro, anzi ritiene che ci sia sempre, davanti a noi, più di un futuro possibile e che, quali uomini nella storia, nostro compito sia di adoperarci perché si realizzi il migliore tra essi, non di speculare sul come andrà a finire per fare scommesse sul probabile vincitore.<br />
Il luogo comune nazionalista lega strettamente l’antieuropeismo al tema della democrazia. E lo fa argomentando pressappoco così: l’Unione europea è una costruzione politica dove la democrazia è impossibile perché ‘manca il Demos’. Il Demos è nazionale e perciò i veri depositari della democrazia sono e non possono che essere gli stati nazionali; ergo, l’unione politica dell’Europa, lo stato federale europeo, è al tempo stesso impossibile, indesiderabile e incompatibile con l’ideale democratico.<br />
Nelle mie parole di stamattina mi propongo di mostrare che la tesi ora enunciata è fallace e pericolosa proprio per la democrazia in Europa. Nella realtà di oggi i bisogni degli europei eccedono le capacità dei loro governi nazionali, che tuttavia rimangono i formali titolari del potere; quei bisogni sono anche il fondamento su cui da decenni si sta edificando un governo europeo, che integra le funzioni dei governi nazionali e locali. Se oggi l’Unione europea ci delude è perché l’edificio è incompiuto; l’Europa che c’è, è democratica ed è presidio della democrazia nei paesi membri; la non-Europa, l’Europa che manca, contraddice le esigenze del suo popolo e mette a repentaglio la democrazia. Difendere la democrazia e realizzare un’Europa unita sono perciò, e devono essere, uno e un solo impegno; non si può difendere la democrazia se non si affronta in modo corretto la questione del governo europeo.<br />
Questa è la sintesi. Poiché il luogo comune mette le sue radici nella confusione del ragionamento e delle definizioni, la maggior parte del mio dire verterà su questioni concettuali. Ma si vedrà presto quanto siano concreti ragionamenti che sembrano astratti.<br />
3. Sappiamo tutti che la democrazia è, tra le risposte possibili alla domanda ‘chi deve governare?’ quella che dice: deve governare il popolo, il Kratos deve essere del Demos.<br />
È una risposta che sembra semplice. Ma se ci riferiamo a tempi e luoghi reali, ci accorgiamo subito che la risposta democratica è difficile da applicare se non sono state prima affrontate altre domande come queste: perché occorre un governo? quali sono i suoi compiti? di quali strumenti deve disporre? governo al singolare o governi al plurale, a diversi livelli? Gli istituti e le procedure in cui si traduce l’affermazione ‘deve governare il popolo’ hanno un solido fondamento soltanto se sono coerenti con le risposte date a queste altre domande. Soltanto se quella coerenza c’è si realizzano i principi stessi che fanno ritenere la democrazia preferibile ad altre forme di governo: principi di responsabilità, di uguaglianza, di autonomia. Infatti, un governo che avesse compiti impossibili o strumenti perversi, o che pretendesse di governare persone che non hanno nulla in comune, non sarebbe buongoverno neppure se fosse scelto dal popolo; mancherebbe dello stesso fondamento etico insito nel principio democratico.<br />
4. Con quale criterio tracciare il perimetro del governo: un criterio antropologico, geografico, un altro ancora? Iniziamo dalle persone, quelle per le quali il governo esiste e che in democrazia scelgono il governo e chiediamoci come si costituisce l’aggregato umano &#8211; il Demos &#8211; cui fa riferimento il governo.<br />
La risposta della storia è mutata nel tempo e nello spazio. Non appare un criterio univoco che abbia percorso i secoli e i continenti. La formazione del Demos spesso è stata frutto del caso. In Europa per molti secoli il perimetro del governo fu tracciato sul campo di battaglia o nella camera da letto, conquiste militari e matrimoni dinastici. All’auspicio ‘pace in terra agli uomini di buona volontà’ gli uomini hanno risposto provando e riprovando: oltre all’alcova, la religione, la lingua, la razza, la classe. E i tentativi sono quasi tutti finiti nel sangue del campo di battaglia. Nell’ossario di Verdun sono raccolte le ossa indistinguibili di un milione e mezzo di uomini che si sono uccisi a vicenda per spostare di poche centinaia di metri il confine del governo francese e di quello tedesco.<br />
La risposta della ragione è, invece, univoca: istituire un governo è necessario là dove bisogni, scopi, esigenze comuni a più persone possono essere conseguiti soltanto attraverso decisioni, azioni, iniziative, risorse che siano anch’esse comuni. Altrimenti quei bisogni rimarrebbero insoddisfatti, primo fra tutti il bisogno di sicurezza: senza un governo non ci sarebbero pace, né giustizia, né rispetto dei contratti, nessuno degli elementi che danno sicurezza alla nostra vita individuale e collettiva, che ci mettono al riparo dal sopruso, dalla prepotenza e dalla sopraffazione. Ma senza un governo non ci sarebbero nemmeno costruzione e manutenzione delle strade, pulizia dell’aria e delle acque; senza un codice della strada gli incidenti di traffico aumenterebbero a dismisura.<br />
5. Questa risposta individua un Demos-della-ragione e ritiene che il campo del governo sia definito da fattori oggettivi piuttosto che soggettivi, dal bisogno più che dall’affezione, res publica piuttosto che idem sentire; significa porre a base del governo non un’originaria intenzione di ‘mettersi insieme’, bensì il fortuito ‘essere insieme’. Istituire un governo non è una scelta di elezione, ammesso che sia scelta, è un piegarsi alla necessità.<br />
Ciò che innanzi tutto hanno in comune i governati non sono affinità di gusti e di costumi, simpatia reciproca, o spirito di rinuncia. È la tensione tra due opposti: vicinanza, contiguità, dipendenza reciproca, sì; ma nello stesso tempo diversità di preferenze e di opinioni, ostilità potenziale, costante impulso a prevaricare e sopraffare. Proprio questa tensione crea lo spazio in cui si insedia il governante – re, o tiranno, o saggio legislatore – il quale soddisfa ad un tempo (e in proporzioni diverse secondo la sua natura e le circostanze) il suo gusto del potere e il bisogno del popolo. La combinazione della vicinanza e del &#8211; possibile, probabile &#8211; disaccordo dà luogo a una sorta di convivenza forzata, la cui manifestazione più significativa è il condominio.<br />
6. Più forte, più frequente, più seducente di quella della ragione è però, ancora oggi, la risposta del cuore. Per essa, quel Demos che entra nella parola ‘demo-crazia’ è, deve essere, unito non tanto dalle cose quanto dagli elementi culturali, di costume, etnici, religiosi, linguistici che oggi tanto spesso vengono associati alla parola popolo o alla parola nazione e che si ritiene siano cementati da un sentimento comune. Stato e nazione, Kratos e Demos-del-cuore devono dunque coincidere. Ne consegue che la democrazia non è possibile se non per una comunità di affetti, che una società degli affetti è condizione necessaria dell’esistenza di un governo e perciò presupposto della democrazia.<br />
Curiosamente, gli argomenti portati a sostegno di questa tesi sono assai simili – pericolosamente simili, vorrei dire &#8211; a quelli invocati a sostegno della democrazia tout court: indipendenza, libertà, autonomia. Si è detto, si dice, che un popolo deve costituirsi in potere sovrano, in Stato, per avere – giustappunto &#8211; indipendenza, libertà e autonomia, per non dipendere da poteri esterni, per non essere oppresso da altri popoli, per vivere a modo proprio, per non perdere le proprie tradizioni e la propria identità.<br />
A prima vista, paiono argomenti convincenti. Tuttavia una riflessione più approfondita e spassionata porta necessariamente a una conclusione opposta: la risposta del cuore è errata sul piano concettuale, smentita dalla storia, pericolosa per la civiltà umana, nefasta per la democrazia.<br />
Chiunque voglia riflettere e approfondire, non può non vedere che quella risposta tiene il governo e la democrazia nella condizione di ostaggi in cui li ha posti il mito romantico della nazione negli ultimi due secoli, un tempo brevissimo nel corso delle vicende umane. E non può non vedere come, nel suo pur breve arco di vita, quel mito abbia prodotto e continui a produrre catastrofi umane, come abbia distrutto interi popoli e come rischi di travolgere i principi stessi che rendono la democrazia una forma di governo superiore alle altre.<br />
Chiediamoci: quale sarebbe il regime appropriato per definire i rapporti tra esseri umani che non sono uniti da alcun vincolo affettivo o anche solo di cultura e di costumi, ma che tuttavia hanno esigenze comuni e dipendono gli uni dagli altri perché hanno lo stesso bisogno di sicurezza, scambiano i propri prodotti, sono soggetti alle stesse minacce climatiche, solcano gli stessi mari e gli stessi cieli, danno e ricevono flussi migratori? Chi ritiene che la formazione di un governo sia giustificata solo qualora esista un Demos-del-cuore, un idem sentire, risponde: il regime appropriato è l’anarchia, la legge della giungla. Tra i popoli devono valere la legge del più forte e la guerra di tutti contro tutti, proprio quei metodi che entro ciascun popolo sono stati sostituiti dal governo e dalla legge.<br />
Ma quale persona razionale può non vedere subito che una simile risposta e proposta è semplicemente cervellotica perché contraddice del tutto i propri stessi presupposti? Per un popolo la sicurezza è un bisogno primario così come lo è per l’individuo. E allora, come potrà mai la legge del più forte dare a un popolo, alla comunità di affetti che esso costituisce, la sicurezza che non subirà la prepotenza e il sopruso di altre comunità più forti, più aggressive, intenzionate a conquistarlo o addirittura a sterminarlo? E poi, dove finisce un popolo e dove ne inizia un altro? E che fare dei territori dove più popoli sono mescolati? E che cosa identifica un popolo? E chi decide se io appartengo a un popolo o a un altro? E che si fa nei confronti dei membri dei popoli cui viene meno l’idem sentire ma che continuano a osservare le leggi?<br />
Sono le questioni e le domande che hanno tormentato generazioni di europei e solcato di morte il continente. Esse hanno distillato infine una chiara risposta: se persino entro una riconosciuta comunità la sicurezza è minacciata dalla prepotenza di alcuni suoi membri, onde un governo è necessario, allo stesso modo, guidati dalla ragione, occorre creare un ‘Demos dei Demos’ che dia sicurezza e giustizia nei rapporti tra essi. Ciò che è buono per un popolo è buono anche per i popoli al plurale, perché è evidente che ciascuno di essi sarebbe ancor più minacciato nella sua sopravvivenza se non esistesse alcun potere superiore, alcun governo dei popoli. La sicurezza dei popoli la si trova non nell’indipendenza assoluta e illusoria, bensì seguendo lo stesso principio di ragione che ha instaurato, entro ogni popolo, entro ogni comunità, la pace e il primato del diritto sulla forza.<br />
La conclusione è una sola: il Demos della democrazia deve essere definito dalla ragione e non dal cuore. Poco importa sapere se le persone si siano scelte a vicenda o no, né sapere quali sentimenti le leghino; il più delle volte non si sono affatto scelte, sono convenute nello stesso luogo come i condomini si sono trovati a detenere millesimi di uno stesso stabile o come movimenti migratori hanno portato gruppi umani disparati a insediarsi nelle stesse terre. Sono persone e gruppi spesso addirittura infastiditi dalla vicinanza e dalla reciproca dipendenza, che mal sopportano la loro diversità di abitudini, di gusti e di stili di vita. Chi non ricorda le tensioni che determinò in questa città l’ondata di immigrazione dal Mezzogiorno una o due generazioni fa?<br />
7. Quanto detto finora significa che non si può parlare di Demos se non si parla, oltre che delle persone, delle cose, della res publica, perché è innanzi tutto dalle cose che nasce la necessità di un governo: esigenze, scopi, bisogni che sono comuni a più persone e che possono essere conseguiti soltanto attraverso decisioni, iniziative, risorse anch’esse comuni.<br />
Le ‘cose’, la res publica, la scienza economica le chiama ‘beni pubblici’ e le definisce come quei beni e servizi che né il mercato né l’azione individuale sono in grado di produrre e che per ciò stesso costituiscono la ragione d’essere del governo: si chiamano sicurezza, giustizia, rispetto dei contratti, salvaguardia delle risorse naturali e dell’ambiente, strade e altre opere di ingegneria. Gli economisti dicono che i beni pubblici hanno la duplice caratteristica della non-esclusione e della non-rivalità: una volta prodotti nessuno può essere impedito dal goderne, e l’usarne da parte di uno non riduce la quantità a disposizione di altri. Le forze armate difendono tutti; se l’aria e le strade sono pulite, lo sono per tutti (e tra i ‘tutti’ ci sono quelli che evadono il fisco).<br />
Dobbiamo però chiederci: che significa ‘tutti? e che significa la parola ‘pubblico’ riferita alle cose che costituiscono il Demos? Nessuna delle due parole, infatti, ha un significato univoco; ci sono tutti i condomini e tutti gli abitanti della contrada, tutti i senesi e tutti i toscani, tutti gli italiani, tutti gli europei, tutta l’umanità. Ognuno di noi è parte di un sistema di interdipendenze a più dimensioni; condivide con gli altri condomini l’uso dell’ascensore e la protezione del tetto; con i cittadini del comune la nettezza urbana e il giardino pubblico; con gli abitanti della regione il trasporto pubblico locale; con la comunità nazionale l’amministrazione della giustizia e il sistema previdenziale; con L’Unione europea l’euro e il mercato unico; con l’intero mondo l’effetto serra e le regole di navigazione aerea e marina. Ognuno di noi è membro di molte collettività umane, via via più ampie, ciascuna definita da interessi comuni e dipendenze reciproche e ognuna di esse richiede forme di governo. Se ne possono contare, per ogni persona, almeno cinque: municipio, regione, paese, continente, mondo.<br />
La parola governo deve dunque essere declinata al plurale non solo lungo la scala orizzontale della giustapposizione sulla superficie terrestre, ma anche, e forse ancor più, lungo quella verticale dell’inclusione, delle cerchie sempre più ampie di esseri umani a cui ciascuno di noi contemporaneamente appartiene.<br />
8. Attenzione: non c’è democrazia se il Demos più ampio opprime il più ristretto; né se quest’ultimo impedisce al più ampio di governare la sua cosa pubblica. I principi di responsabilità, autonomia e rappresentatività che danno valore alla democrazia facendola preferire ad altre forme di governo sono pienamente realizzati soltanto quando si applicano – in forme necessariamente diverse &#8211; a tutti i livelli di governo. Per la persona che aspira alla libertà e alla responsabile partecipazione alla vita della polis, la democrazia in un solo paese è non solo incompleta, è anche precaria, costantemente esposta a pericolo di morte.<br />
Questi concetti semplici sono oscuri alla retorica dei luoghi comuni antieuropei, ma erano chiarissimi a Dante Alighieri, che distingue in modo sublime tra la ragione e gli affetti. Nel De Vulgari Eloquentia egli scriveva, a proposito delle lingue: “Chiunque ha ragione così guasta da ritenere che il proprio luogo natio sia il più bello sotto il sole, parimenti stima il volgare proprio, o lingua materna, al di sopra di tutti gli altri; e per conseguenza crede che proprio esso sia stato la lingua di Adamo. Io invece, cui il mondo è patria come l’acqua ai pesci, &#8211; benché abbia bevuto dell’Arno prima di mettere i denti e tanto ami Firenze che, per amor suo, soffro ingiustamente la pena dell’esilio &#8211; appoggio la bilancia del mio giudizio sulla ragione e non sull’affetto. E pur se al mio piacere e alla sensazione del mio appetito sensitivo non si presti luogo, al mondo, migliore di Firenze, &#8211; io […] ho ponderato e fermamente ritengo esservi molte regioni e città più nobili e più deliziose della Toscana e di Firenze, di cui sono originario e<br />
cittadino, e parecchi popoli e stirpi usare una lingua più gradevole e più utile di quella che usano gli Italici”.<br />
9. Dopo aver detto del Demos, veniamo al Kratos, il secondo termine della demo-crazia, il potere.<br />
Abbiamo già osservato che il governo è necessario perché il Demos è diviso. Ogni cosa pubblica (dall’ascensore alla biosfera) è una, ma i modi di realizzarla sono molti e su di essi divergono sia le opinioni sia gli interessi: l’alta velocità può diversamente percorrere le valli del Piemonte e l’autostrada del Tirreno può traversare la Maremma in punti diversi. E poiché i servizi e i beni pubblici non possono essere prodotti dall’interazione spontanea di comportamenti individuali privi di regole, è necessario che qualcuno decida e agisca per tutti. Per far ciò deve avere, secondo un codice da tutti riconosciuto (una costituzione) capacità di decidere e mezzi per agire; e deve potere attuare le decisioni prese, anche quando parte del popolo le ostacola. Questo è il Kratos: fare e far rispettare la legge, imporre &#8211; se necessario con la forza – le deliberazioni legittimamente assunte, far rispettare i contratti liberamente stipulati tra singoli soggetti, difendere il territorio chiamando i cittadini alle armi e mandandoli a morire.<br />
Ma il governo deve disporre di forza e di autorità anche per un diverso e più profondo motivo, un motivo che attiene non alla divisione del Demos ma al corretto rapporto tra esso e il Kratos. Questo motivo si può esprimere con una formula: chi governa deve essere scelto da chi è governato, ma deve governare chi lo ha scelto.<br />
Spieghiamo la formula iniziando dalla sua seconda parte, chi governa deve governare chi lo ha scelto. In un regime autocratico, Ulisse ordina ai suoi marinai di legarlo all’albero maestro e di turarsi le orecchie con la cera affinché non sentano né il canto delle sirene né il suo contrordine. Ma in democrazia Ulisse è scelto dal popolo, e il popolo è la sirena; è allora Ulisse che deve riempire di cera le proprie orecchie per non udire il popolo che gli chiede di cambiare rotta non appena la navigazione si fa difficile. E perché la critica degli avversari della democrazia non appaia fondata al popolo stesso, inducendolo a invocare l’autocrate, è necessario che il governo governi davvero; non dimentichiamo che per secoli e secoli il pensiero politico ha identificato la democrazia con l’anarchia e la corruzione. Perché la democrazia funzioni occorre un grado di autonomia del governante dai governati.<br />
Quanto alla prima parte della formula &#8211; chi governa deve essere scelto da chi è governato – essa qualifica quanto ora detto sull’autonomia del governante e tocca il tema dell’interesse generale. Dovrebbe essere considerato ovvio, innanzi tutto, che i beni pubblici appartengono al Demos, non al Kratos. Ma va anche detto ciò che è meno ovvio: i beni ‘pubblici’ non sono il bene di un’entità astratta come la collettività, la polis o la patria; sono il bene ‘privato’ dei membri stessi del Demos, di quegli stessi cittadini, imprese, famiglie, associazioni che perseguono il proprio interesse individuale; costoro (e siamo noi) ‘consumano’ beni pubblici esattamente come consumano cibo, vestiti e svaghi. L’interesse generale si chiama così perché è un interesse particolare di tutti, non l’interesse particolare di un soggetto terzo. Lo stato, la patria, la nazione non sono il soggetto che consuma il bene o il servizio pubblico; sono semmai il soggetto attraverso cui i cittadini che lo consumano collettivamente lo producono.<br />
Parlare di sacrificio dell’interesse particolare all’interesse generale è espressione abusata e falsa; se si ponessero in gerarchia tutti i nostri interessi particolari (conseguibili individualmente, o attraverso il mercato o, ancora, attraverso il governo) risulterebbe immediatamente chiaro che i primi posti della graduatoria sono occupati da interessi che solo il governo può soddisfare: sicurezza, giustizia, solidarietà, istruzione.<br />
10. Da quanto siamo venuti dicendo è possibile trarre considerazioni, giudizi, indirizzi d’azione riferibili alla nostra democrazia, quella di noi europei viventi in Italia, in Piemonte, a Torino. Il cittadino di Torino che qui ascolta (così come il suo simile a Siviglia, Monaco o Copenhagen) vivrà in una democrazia compiuta solo il giorno in cui per ognuna delle comunità di persone tra loro interdipendenti alle quali appartiene (lo ripeto: città, regione, stato, Europa, mondo) esisterà un governo che abbia due caratteristiche: essere stato scelto liberamente dal suo Demos, essere dotato del Kratos necessario a governarne la res publica. Sono necessarie entrambe, perché la parola democrazia è l’unione di due sostantivi.<br />
Salta subito agli occhi quanto l’umanità sia ancora lontana da quella condizione e quanto vasta sia l’opera da compiere per realizzare l’ideale della demo-crazia.<br />
11. Ebbene, nel nostro continente viviamo in questa penosa condizione: all’Europa sono assegnati compiti possibili, ma è negato il Kratos; agli stati è dato il Kratos, ma sono assegnati compiti impossibili. Sono due facce di una stessa contraddizione che mette a repentaglio la democrazia.<br />
La situazione dell’Europa può essere sintetizzata in pochi punti.<br />
Primo: il Demos-della-ragione europeo esiste. La cosa appare evidente oggi ancor più di quando furono gettate le basi della costruzione europea. Se allora, alla fine del ciclo di guerre che va dal 1870 al 1945, la res publica era innanzi tutto la pace, il disperato bisogno di dare alle relazioni tra gli stati europei una base meno precaria dell’equilibrio delle forze, oggi è evidente che la res publica europea si è estesa a dismisura. Quasi più nessuno dei classici beni pubblici è tale per una sola delle ventisette comunità nazionali in cui il popolo europeo è ancora frammentato: non la sicurezza a, e oltre, le frontiere, non la prosperità economica, non la stabilità monetaria e finanziaria, non la salvaguardia dell’ambiente, né la sfida energetica, né la lotta all’evasione fiscale o al crimine organizzato, né la difesa degli istituti dello stato sociale, né il governo dei flussi migratori o della società multiculturale. Nulla di tutto ciò è più cosa pubblica esclusiva degli stati ‘storici’, nemmeno del maggiore tra essi, la Germania, che fonda il suo benessere sulle esportazioni, che affida la propria difesa alla Nato, su cui i venti portano aria inquinata da fabbriche collocate fuori dai suoi confini, che mette i propri marchi su prodotti manufatti in altri paesi, che si sente minacciata dall’instabilità finanziaria dell’ex impero sovietico e dai paradisi fiscali che la circondano.<br />
Secondo: una costruzione politica fondata sulla res publica europea già esiste. La condizione di reciproca dipendenza gli europei l’hanno iscritta in quella che è, a tutti gli effetti, la loro costituzione (che cos’è, infatti, se non una costituzione, una legge comune riconosciuta &#8211; nei fatti, nella dottrina e nei tribunali &#8211; come più forte delle leggi nazionali?). Chi legga i Trattati europei vi trova elencati i beni, i fini comuni, i principi dell’Unione in modo del tutto equivalente a quello che leggiamo nel preambolo o nella prima parte delle costituzioni degli stati: pace, sicurezza, diritti umani, libertà di circolazione dei beni e delle persone, protezione dell’ambiente, stabilità e solidarietà economica, e via dicendo. I trattati, inoltre, danno vita (ed è perciò che sono una costituzione e non una semplice dichiarazione) a istituzioni, regole e poteri deputati al governo della res publica europea, cioè al perseguimento dei fini e alla ‘produzione’ dei beni che essi definiscono pubblici per i cittadini dell’Europa, non degli abitanti dei singoli stati, o delle regioni entro essi, o delle città e dei villaggi.<br />
Terzo: la costituzione europea è democratica. Le istituzioni europee previste dai trattati – soprattutto il Parlamento e la Commissione – sono infatti costruite, benché in maniera imperfetta, secondo i canoni della democrazia parlamentare: il Parlamento è eletto dal popolo e solamente in virtù di un suo voto di fiducia la Commissione acquisisce i suoi poteri. Certo, nessuna democrazia è mai perfetta e quella dell’Unione lo è forse meno di quella di altri stati che si dicono democratici: in particolare, la co-decisione del Parlamento europeo non è completa. Ma parlare di deficit di democrazia come se fossimo in presenza di una forma di governo basata su altro che la volontà del popolo è del tutto improprio.<br />
Quarto: un grave difetto di costruzione impedisce al governo dell’Unione di svolgere appieno il proprio compito. Il difetto riguarda la capacità di funzionamento del governo, non la sua rappresentatività o il legame con la volontà del popolo. La democrazia è realizzata solo in parte non perché manchi il Demos europeo o perché sia debole il nesso tra i cittadini e le istituzioni dell’Unione, bensì perché manca il Kratos: mancano la capacità di decidere e i mezzi per attuare le decisioni. E la carenza persiste nonostante che gli abitanti dell’Europa abbiano in misura fortissima i requisiti sia per essere qualificati come un Demos-della-ragione sia per riconoscersi come un Demos-del-cuore.<br />
12. La carenza di Kratos riguarda il Consiglio dei Ministri dell’Unione, che è l’istituzione europea disgiunta dalla volontà del popolo europeo, ed è determinata da due sue caratteristiche: la composizione intergovernativa e la regola dell’unanimità. Il Consiglio è formato da ministri degli stati Membri e non prende decisioni – salvo in casi rari o insignificanti – se non c’è l’accordo di tutti.<br />
Prese insieme, le due caratteristiche fanno del Consiglio un tavolo di negoziati tra governi, nel modo classico delle relazioni internazionali, non un organo collegiale nel modo delle istituzioni di governo delle realtà statuali. Nessuno dei membri ‘decidenti’ del Consiglio è investito di un mandato europeo, nessuno di loro rappresenta l’Unione, quasi nessuno dedica alla sua funzione di componente del Consiglio più di un breve tempo di preparazione durante il viaggio verso Bruxelles, nel quale prende conoscenza delle decisioni preparate dagli apparati amministrativi, legge il menu del pasto precotto che consumerà nelle poche ore che seguiranno.<br />
Se non si è tutti d’accordo, non si decide; se non si decide, l’Unione con la ‘u’ maiuscola esiste solo nella retorica dei comunicati, non esiste come unione con la ‘u’ minuscola, come soggetto politico. Il popolo, rimasto senza governi, è scontento e diserta le urne o boccia l’Europa nei referendum. L’opinione superficiale dei commentatori decreta che il popolo non c’è, che l’Europa unita è impossibile, che ‘non ci sarà mai uno stato federale Europeo’. L’Europa è invece soltanto incompiuta e per questo, anche per questo, è incompiuta la democrazia in cui viviamo.<br />
13. Proclamare l’impossibilità dell’Europa unita (così come, anni fa, ammonirmi che mai ci sarebbe stata, né avrebbe potuto esserci, una moneta europea sicché adoperarsi per essa era un andare a caccia di farfalle) è semplicemente una sciocchezza. Lo dimostrano tre formidabili personaggi: la ragione, l’esperienza storica e la realtà.<br />
La ragione ci obbliga a riconoscere, come abbiamo visto, che un governo è reso necessario dalla semplice esistenza di una res publica. Se tra i condomini vi è T.Padoa-Schioppa, Demos e Crazia in Europa, 26 aprile 2009. 8<br />
interdipendenza, dunque impossibilità di conseguire da soli i propri fini, occorre unire le forze e conviene darsi regole e giustizia per uscire dalla guerra di tutti contro tutti. È così anche, anzi soprattutto, quando manca l’affectio societatis.<br />
L’esperienza storica mostra che gli uomini si sono mostrati pienamente capaci di attuare, per libero concorso di volontà, la soluzione suggerita dalla ragione e di costituire un governo nuovo. Essa ci mostra anche che nel corso dei secoli il Demos che ho chiamato ‘del cuore’ è stato assai più spesso l’effetto che l’origine delle unioni politiche. Non fu certo l’affezione a unire gallesi, inglesi, scozzesi e irlandesi sotto un’unica corona, né affezione quella che pose l’Aquitania sotto il potere del re di Francia. E passarono secoli di odio e di repressione prima che si affacciassero sulla scena i cantori del popolo francese e del popolo britannico.<br />
L’osservazione dei fatti, infine, mostra che il patrimonio comune di tradizioni, costumi, istituzioni, cultura esiste eccome, solo che gli europei si confrontino con gli altri popoli del pianeta, anziché soltanto tra loro. Qualunque abitante di uno dei ventisette paesi dell’unione passi anche solo pochi giorni in un altro continente si rende immediatamente conto di essere europeo e si qualificherà come tale a chiunque lo interroghi, oltre che come cittadino del suo paese e nativo di una città e di una regione di questo. Nella loro varietà, articolazione, continua osmosi, sono europee l’arte e i costumi, il diritto e gli stili di vita, la storia e le istituzioni sociali. I pretesi ostacoli al compimento dell’unione, come quello della pluralità delle lingue, sono argomenti futili: nel mondo ci sono seimila lingue e ‘solo’ duecento stati sovrani; quando fu fatta l’unità d’Italia l’italiano era parlato in casa da una percentuale infima della popolazione; mentre alcuni degli stati dell’Unione dovettero quasi inventarsi una lingua nazionale andando a ricavarla dai dialetti parlati dai contadini. Gli elementi oggettivi per cui gli animi del popolo si potrebbero infiammare per il mito della nazione europea così come si infiammarono per il mito della nazione tedesca o italiana ci sono tutti.<br />
14. Spesso chi afferma l’impossibilità dell’unione se ne dichiara dispiaciuto; ci assicura che nessuno più di lui vorrebbe essere smentito dai fatti; rende omaggio alla tesi europeista, anche se la relega sorridendo nel paese che non esiste, nel non-luogo che Tommaso Moro chiama U-topia. Per il presente, si dichiara indisponibile a qualsiasi impegno europeo, perché incamminarsi verso una meta irraggiungibile, arruolarsi per una battaglia impossibile sarebbe tempo sprecato e sottrarrebbe energie preziose ad altre imprese meno esaltanti, sì, ma realizzabili.<br />
Ma se ci sarà o no, un giorno, uno stato federale europeo non lo sappiamo. Sappiamo che esso è auspicabile, che il futuro è aperto, che l’unione politica dell’Europa è possibile, che realizzarla dipende anche da noi, che senza di esso la nostra democrazia resterà incompiuta.<br />
15. Da dove potrebbe venire l’impulso a correggere gli attuali difetti della costruzione europea, a completare l’unione politica dell’Europa e dunque a realizzare più pienamente la democrazia nel nostro continente?<br />
Non verrà certo dall’alcova, né dal ferro e dal fuoco con cui le grandi monarchie europee formarono gli stati sovrani dal medioevo sino alla fine del diciottesimo secolo e con cui Napoleone e poi Hitler tentarono di unificare l’Europa. Quel tempo è passato e lo sappiamo.<br />
Ma è anche assai difficile che venga dal mito romantico della nazione che negli ultimi due secoli ha sostituito la camera da letto e il campo di battaglia e portato alla T.Padoa-Schioppa, Demos e Crazia in Europa, 26 aprile 2009. 9<br />
T.Padoa-Schioppa, Demos e Crazia in Europa, 26 aprile 2009. 10<br />
costituzione in stato della nazione tedesca, di quella italiana e poi di tante altre: Estonia, Lituania, Slovacchia, Ucraina, Montenegro e via dicendo. Sebbene molti non lo sappiano, forse per l’Europa anche quel tempo è passato. Il mito nazionale, cui essi devono la propria esistenza, i governi ora lo usano per impedire il nascere di un pieno governo europeo e per conservare le parvenze del loro potere anche oggi che i problemi da affrontare sono divenuti più grandi di loro.<br />
Una cosa è l’esistenza di un Demos del cuore, altra cosa è la consapevolezza di esso, altra ancora trasformare la consapevolezza in azione politica. In Europa il grande movimento di idee e di sentimenti che va sotto il nome di risveglio delle nazioni non sembra esaurito; lo vediamo nei Paesi baschi e nei Balcani, in Fiandra e in Irlanda. Ma invece che verso l’aggregazione, come nel diciannovesimo secolo in Italia o in Germania, sembra più spesso indirizzarsi verso la disgregazione. La memoria degli orrori delle guerre passate si dissolve; e alla generazione Erasmus l’Europa appare spesso come un edificio già costruito e abitato, non bisognoso di opere di completamento e di manutenzione. Questa generazione spesso ignora che così appariva l’Europa anche ai loro bisnonni nel 1914, prima che il colpo di pistola di Sarajevo li risvegliasse bruscamente. Per questa generazione la molla deve essere la passione civile, la passione della democrazia compiuta.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/12/demos_crazia_biennale.pdf">Leggi l&#8217;intervento in pdf</a></p>
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		<title>Intervista a Tommaso Padoa Schioppa &#8211; Biennale democrazia</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2009 09:38:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
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		<title>Quando cambia un governo</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jun 2006 13:51:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il tempo della pazienza e della vigilanza
Il sistema politico e la società italiana iniziano un passaggio importante, nuovo, difficile: il cambio di governo. Occorrerà tempo per realizzarlo, e ancor più per giudicarlo. Poiché è interesse di tutti che riesca, si eviti il detto: il predecessore è un incompetente, il successore un ambizioso. Anche in Italia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il tempo della pazienza e della vigilanza</em></p>
<p>Il sistema politico e la società italiana iniziano un passaggio importante, nuovo, difficile: il cambio di governo. Occorrerà tempo per realizzarlo, e ancor più per giudicarlo. Poiché è interesse di tutti che riesca, si eviti il detto: il predecessore è un incompetente, il successore un ambizioso. Anche in Italia, ormai, il vincitore dovrebbe essere moderato dal rischio di perdere il potere; e lo sconfitto sostenuto, ma pure disciplinato, dalla speranza di riacquistarlo un giorno.</p>
<p>Il passaggio è importante, perché un sistema politico democratico non è veramente tale se non impara a compierlo bene. Nel suo discorso d&#8217; insediamento, il nuovo presidente del Senato ha ricordato a tutti, citando Popper, che pregio della democrazia è assicurare non tanto il governo del migliore, quanto la pacifica sostituzione di quello ritenuto incapace o indegno. Ed è rimasta celebre la frase del socialdemocratico Wehner ai democristiani tedeschi, per la prima volta non più al potere: «E&#8217; giusto che in una democrazia a ciascuna forza politica sia data l&#8217; occasione di servire il Paese dai banchi dell&#8217; opposizione!». Nell&#8217; Italia del suffragio universale il passaggio è anche nuovo. Per quasi quattro quinti di secolo (se si risale al 1922) vi è stata una «democrazia bloccata». Poi, per tre volte consecutive (nel 1994, nel 1996 e nel maggio scorso), gli elettori hanno scelto la coalizione precedentemente sconfitta; ma l&#8217; unica occasione di un vero avvicendamento (nel &#8216; 94) fu mancata.</p>
<p>Soprattutto, il cambio di governo è difficile. Richiede al nuovo governo tenacia per attuare il programma; ma anche umiltà per correggere sbagli e illusioni iniziali; e consapevolezza che una repubblica è tale perché pubblica è la cosa governata. Richiede alla nuova opposizione di capire la propria sconfitta, meditare sugli errori, essere unita quanto lo sarebbe se avesse vinto; di resistere alla tentazione di bloccare il vincitore prima che governi davvero. Richiede all&#8217; Amministrazione dello Stato (quadri ministeriali, altri corpi dello Stato, istituzioni pubbliche, autorità indipendenti e via dicendo) di distinguere e rispettare primato della politica, imperio della legge, propria sfera di autonomia. Una distinzione e un rispetto che sono stati erosi, nel tempo, dall&#8217; infausto combinarsi della lunga permanenza al potere delle stesse forze politiche con l&#8217; instabilità dei governi.</p>
<p>Quale il compito della società civile e di quella sua parte, la più influente e responsabile, che va sotto il nome di classe dirigente? Il compito di «spettatore impegnato», secondo Aron; detto altrimenti, pazienza e vigilanza in dosi forti. Pazienza, perché un avvicendamento non avviene in poche settimane, comporta errori, ricerca faticosa del percorso, maturazione lenta degli effetti. U no o due anni ci vollero per Margaret Thatcher e per Mitterrand; ma qualche settimana dopo l&#8217; insediamento del governo Prodi, già veniva l&#8217; invito non a correggere la rotta ma ad avvicendare il timoniere. Vigilanza, perché il passaggio riuscirà solo se il governo sarà sollecitato a trovare la sua strada migliore da una società civile attenta, indipendente, coraggiosa, consapevole del proprio ruolo, non ansiosa di ingraziarsi un nuovo padrone.</p>
<p>Sia il mercato sia la democrazia sono, nei rispettivi campi, sistemi in evoluzione. Trenta, cinquanta, settant&#8217; anni fa l&#8217; uno e l&#8217; altra funzionavano molto diversamente da oggi perché &#8211; meccanismi di correzione degli errori &#8211; essi stessi si perfezionano con l&#8217; esperienza. Non ritenersi mai perfetti, essere sempre perfettibili: queste le forze con cui hanno sconfitto l&#8217; illusione comunista. Il voto decide il cambio di governo, ma non lo compie. E&#8217; un passo fondamentale verso la maturità di un sistema politico democratico; ma non è l&#8217; ultimo.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/11/Corsera_03_06_2001.pdf">Vedi l&#8217;articolo in pdf</a></p>
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		<title>Due regimi e buongoverno</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2006 10:56:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il nostro sistema politico in bilico.
Le tensioni che non smettono di tormentare l&#8217; opposizione e ne mettono a rischio la possibilità di vincere domani e di governare dopodomani sono sotto gli occhi di tutti: primarie o no, lista unica o no, chi saranno i capilista, chi paga i manifesti, chi sceglie i candidati, chi i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il nostro sistema politico in bilico.</em></p>
<p>Le tensioni che non smettono di tormentare l&#8217; opposizione e ne mettono a rischio la possibilità di vincere domani e di governare dopodomani sono sotto gli occhi di tutti: primarie o no, lista unica o no, chi saranno i capilista, chi paga i manifesti, chi sceglie i candidati, chi i ministri, e via dicendo. E&#8217; anche troppo facile vedervi soltanto rivalità personali, liti di partito, interessi di apparati. I fatti umani hanno spesso un ventaglio di moventi che scende dal nobile all&#8217; ignobile. Avere occhi solo per i moventi più bassi qualifica chi guarda forse ancor più che chi è guardato.</p>
<p>Nelle diatribe che lo esasperano, il cittadino deve vedere anche la faticosissima scelta tra due regimi politici, nei quali il primato del potere è rispettivamente nel governo e nel partito. Dico «primato», perché ogni sistema politico sano deve comprendere entrambi gli elementi e, in una certa misura, bilanciarli.</p>
<p>Immaginiamo i due regimi nelle loro forme estreme. Nella forma estrema del primo (primato del governo) il partito si costituisce solo per conquistare il governo e si dissolve dopo la contesa elettorale, quale che ne sia stato l&#8217; esito. Nella forma estrema del secondo regime, il partito è un&#8217; organizzazione di sedi, militanti, elaborazione di programmi, dibattiti ideologici che influisce sulla politica senza porre al centro delle sue ambizioni l&#8217; esercizio diretto del governo. Nel primo chi tiene il governo comanda anche il partito, direttamente o per interposta persona; nel secondo chi conquista il partito non governa, mentre nel palazzo del governo siede un suo temporaneo delegato. La degenerazione del regime di partito è l&#8217; oligarchia; quella del regime di governo è la monocrazia.</p>
<p>La simmetria tra i due regimi non è piena perché un Paese può vivere senza partiti ma non senza governo. Mentre il partito si può ridurre a un esercito di volontari, allestito per l&#8217; occasione elettorale e poi sciolto, la macchina del governo non si smonta mai. Perciò il regime di partito tende a essere bicefalo, quello di governo monocefalo.</p>
<p>Governare un Paese e guidare un partito sono espressioni molto diverse del fare politica e corrispondono a due vocazioni che raramente si riuniscono in una stessa persona. Quella di governo è vocazione a coniugare politica e azione, ad amministrare, a decidere, a operare con strutture e persone che non hanno una stessa affiliazione politico-ideologica né una solidarietà di gruppo. Quella di partito è vocazione a coniugare politica e cultura, a dibattere, a <em>costituire</em> più che a <em>spendere</em> il potere, a operare con e tra persone accomunate da lealtà ideologica e di gruppo.</p>
<p>De Gasperi, Scelba, Andreotti, Colombo, Andreatta erano uomini con preminente vocazione di governo. De Mita, Piccoli, Moro, Forlani, Marini erano senza gusto per il governo e impacciati nell&#8217; esercitarlo come foche sulla terraferma.</p>
<p>La forza dei partiti è non solo compatibile con la democrazia; ne costituisce addirittura uno strumento primario e una garanzia. Essa separa l&#8217; elaborazione strategica dalla conduzione degli affari di governo dando spazio ad ambedue; permette di guardare lontano e vicino allo stesso tempo. Come in certe corse automobilistiche o gare veliche, assicura un pilota e un navigatore. Quando funziona al meglio, la vita di partito &#8211; e forse solo quella &#8211; offre ai cittadini una possibilità di impegno politico effettivo, disinteressato, meno sporadico del semplice andare a votare, orientato al bene pubblico piuttosto che a un interesse di categoria. E poiché l&#8217; indifferenza per la polis è un male altrettanto pericoloso dell&#8217; eccesso di passioni, questi non sono vantaggi da poco. Il buongoverno ne ha estremo bisogno. Ma se la forza diviene predominio sorgono gravi inconvenienti: instabilità, scarsa democrazia, poco controllo, opacità. Se la durata media dei governi democristiani fu di un anno circa è perché il partito soverchiava il governo, aveva un vertice cronicamente instabile ed era nello stesso tempo del tutto ostile a ogni consolidamento del governo. Persino un grandissimo uomo di governo come De Gasperi fu allontanato dal potere dal suo partito, non dal voto popolare; Andreotti, debole nella Dc e mai al suo vertice, soddisfece la sua vocazione di governo manovrando con abilità e spregiudicatezza una piccola corrente. E&#8217; vero, come spesso osserva Giovanni Sartori, che la vita breve di quei governi non fu instabilità politica; ma è anche vero che il procedere a singhiozzo dell&#8217; attività di governo ebbe costi enormi in termini di buona amministrazione. Il sistema politico britannico e quello americano danno il primato al governo. Ma in Gran Bretagna il partito ha un&#8217; importantissima funzione di garanzia: non si dimentichi che Margaret Thatcher fu dimessa dal partito, non dagli elettori. In Olanda, Belgio primeggiano i partiti, in Cina il partito unico; in Germania i partiti sono potentissime realtà organizzative ed economiche che condizionano fortemente chi governa (o addirittura lo avversano, come lo fu Schmidt quando era Cancelliere). In Francia De Gaulle cercò di realizzare il passaggio a un primato del governo, ma gradualmente la politica è ritornata al primato dei partiti. Entrambi i regimi hanno pregi e difetti; di entrambi ci sono esempi importanti; entrambi vantano splendori e miserie. Ma l&#8217; ottimo probabilmente è quello in cui i partiti esistono, sono forti, e, se vincitori, danno il primato al governo. Il senso stesso della politica è, infatti, l&#8217; esercizio dell&#8217; arte di governo, e questa arte va infine esercitata dalla prima fila, non dalle retrovie. Le retrovie-partito sono una indispensabile garanzia contro il pericolo che le lobby o gli interessi personali diventino il vero navigatore di chi pilota la macchina. Ma retrovie devono rimanere. In Italia, dopo la fine della cosiddetta prima Repubblica, il sistema politico è rimasto in bilico tra i due regimi. E la situazione è grandemente complicata dal fatto che il potere di governo è conteso non da due partiti ma da due coalizioni: dunque più instabilità potenziale, più lentezza, più opacità. Chi compie la scelta tra primato del governo e primato del partito? Solo in piccola parte la scelta è fatta nella Costituzione o in leggi come quella elettorale o sul finanziamento pubblico della politica. In misura preponderante è fatta dalle formazioni politiche stesse, che la impongono ai cittadini. E solo quando la disfunzione raggiunge livelli intollerabili la scelta passa ai cittadini stessi: così fu con il referendum del 1993 e così fu, in parte, con il voto del 2001, che punì la riscossa dei partiti nel centrosinistra. Oggi, tra le caratteristiche della contesa elettorale in corso, vi è il fatto che le due coalizioni concorrenti sembrano corrispondere ai due diversi regimi che abbiamo posto a confronto: primato del governo nel centrodestra, dei partiti nel centrosinistra. Dico «sembrano» perché sia il bilanciamento sia il primato rimangono questioni aperte in entrambe le coalizioni. Ma tra gli elementi che indurranno gli indecisi a compiere la loro scelta di voto vi sarà probabilmente anche la valutazione dei pregi e difetti dei due regimi.<br />
<a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/11/Corsera_nazionale_23_01_2006.pdf">Vedi l&#8217;articolo in pdf</a></p>
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		<title>Quali primarie per l&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2004 11:23:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[La scelta dei candidati e il modello Usa


Mentre le cronache narrano l&#8217; investitura di Kerry a Boston, in Italia si riapre il dibattito sulle primarie. È sperabile che non muoia subito, come quattro anni fa, perché esso tocca una questione essenziale del buon governo. Avanzo qualche riflessione da osservatore distaccato.
Milioni di cittadini praticano la democrazia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La scelta dei candidati e il modello Usa</em></p>
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<p>Mentre le cronache narrano l&#8217; investitura di Kerry a Boston, in Italia si riapre il dibattito sulle primarie. È sperabile che non muoia subito, come quattro anni fa, perché esso tocca una questione essenziale del buon governo. Avanzo qualche riflessione da osservatore distaccato.</p>
<p>Milioni di cittadini praticano la democrazia scegliendo tra Blair e Howard o tra Schröder e Stoiber; ma chi decide che siano in lizza proprio loro e non altri? È sorprendente che la prima linea della democrazia &#8211; la scelta del governo &#8211; riceva tutta l&#8217; attenzione; mentre la seconda &#8211; la scelta dei candidati &#8211; sta in ombra.</p>
<p>Anche in Paesi di consolidate tradizioni civiche, la procedura di scelta dei candidati è tuttora sregolata, opaca, spesso improvvisata. È il regno della politica privata, non di quella pubblica; la partecipazione popolare è assente. Eppure, da questa procedura dipendono il vaglio delle credenziali etiche, di carattere e di competenza di chi governerà, la sua legittimazione, l&#8217; autorità sui suoi, il programma di governo. La decisione stessa di molti cittadini se andare o no a votare, o se impegnarsi nella vita pubblica, non è estranea alla qualità di chi è in politica.</p>
<p>Nelle democrazie di oggi, il governo lo scelgono i cittadini; il candidato, la classe politica. Si può criticare questa prassi come una forma di suffragio ristretto, una violazione del principio «una testa, un voto». Ma si può invece apprezzare che chi dedica alla politica maggiore impegno, attenzione, passione, abbia anche più influenza.</p>
<p>Pur lasciata alla classe politica, la seconda linea della democrazia può essere organizzata in modi diversissimi, con effetti ottimi o pessimi. Un motivo è che «classe politica» può significare: gli iscritti a un partito, i quadri dei funzionari, i segretari, i finanziatori, gli stessi aspiranti candidati.</p>
<p>Della sua giovane democrazia l&#8217; Italia fatica da anni a organizzare non solo la prima, ma anche la seconda linea; e le fragilità dell&#8217; una si ripercuotono sull&#8217; altra. Per decenni &#8211; decenni di governi parlamentari, sistema proporzionale e partiti-ideologia &#8211; la prima linea decideva i partiti vincitori, tutto il resto avveniva nella seconda linea.</p>
<p>Col referendum del 1993 l&#8217; elettorato avocò a sé la scelta di chi governa. Fu certo un passo avanti della democrazia. Ma anche un passo insidioso, per un mondo di personalizzazione della politica, lizza tra coalizioni anziché tra partiti, fine dei partiti ideologici, tramonto della militanza, assenteismo dal voto, televisione, sondaggi. Che la scelta dei candidati resti alla classe politica è una garanzia di equilibrio del sistema politico, ma richiede un metodo nuovo, che sia coerente con l&#8217; oggi.</p>
<p>Quale metodo? Come identificare un «corpo elettorale dei candidati», così come c&#8217; è un corpo elettorale dei governanti? Primarie all&#8217; americana sembrano impossibili in una società dove il cittadino non è collegato, in quanto elettore, a un partito (come in America) e le iscrizioni ai partiti sono poche, non certificate, prive di militanza.</p>
<p>Non potrebbe il corpo elettorale dei candidati essere formato &#8211; con modalità da studiare &#8211; da coloro che sono stati eletti a cariche pubbliche, nelle sedi centrali e locali, per l&#8217; uno o l&#8217; altro dei partiti che, riuniti in coalizione, aspirano al governo? In Italia essi sono migliaia, distribuiti in tutta la penisola, obiettivamente identificabili, facili da censire, di comprovato impegno civico, di chiara appartenenza politica, legittimati dal voto popolare.</p>
<p>In nessun sistema la seconda linea della democrazia è pubblica, intelligibile, drammatica, come in America. Ma nessuna democrazia può operare bene senza una seconda linea efficiente.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/11/Corsera_nazionale_06_08_2004.pdf">Vedi l&#8217;articolo in pdf</a></p>
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		<title>Consenso e buon governo</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Feb 2004 11:39:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il dibattito sul declino del Paese


Impoverimento, declino: vi è da augurarsi che queste due parole si pongano al centro del dibattito politico e che vi restino fino al voto 2006. C&#8217; è da augurarselo, perché la questione del declino è reale, non fittizia, e perché solo la politica può nello stesso tempo ascoltare e guidare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il dibattito sul declino del Paese</em></p>
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<p>Impoverimento, declino: vi è da augurarsi che queste due parole si pongano al centro del dibattito politico e che vi restino fino al voto 2006. C&#8217; è da augurarselo, perché la questione del declino è reale, non fittizia, e perché solo la politica può nello stesso tempo ascoltare e guidare l&#8217; Italia ad affrontarla. E proprio di ascolto e guida c&#8217; è bisogno.</p>
<p>Ho riletto l&#8217; appassionante inchiesta di Dario Di Vico «Profondo Italia», a disposizione di chiunque sul sito del <em>Corriere</em>: fatti, analisi, pareri d&#8217; esperti, contributi di lettori. Colpisce il contrasto tra la complessità italiana e il rischio di semplicismo della risposta politica.</p>
<p>Complessità, perché vi sono nuovi poveri, ma anche nuovi ricchi; desiderio di protezione, ma anche di selezione; volontà di emigrare, ma anche attaccamento all&#8217; Italia; critiche ai governi, ma anche invocazioni. Rischio di semplificazione, perché guai se il dibattito si riducesse a un confronto tra statistiche buone e cattive, tra Istat ed Eurispes, tra chi afferma che «la ricchezza cresce e i poveri diminuiscono» e chi dice il contrario.</p>
<p>Si parla, ovviamente, della cosiddetta povertà relativa, non della povertà assoluta, che pure in Italia esiste e che dovrebbe essere la vera, forse unica, destinataria dell&#8217; assistenza e della compassione. Madre Teresa accettò di aprire una casa a Roma solo dopo avervi personalmente constatato la presenza di luoghi di miseria simili a Calcutta.</p>
<p>La povertà relativa riguarda invece il ceto medio, di cui fa parte la maggioranza degli italiani; sono coloro che ricevono non un&#8217; eredità, ma in famiglia un&#8217; educazione di vita, e a scuola un&#8217; istruzione corrispondente alla loro capacità e volontà di studiare. Orbene, se guardiamo al ceto medio, vediamo quanto sia cambiata l&#8217; Italia in una generazione. Rispetto ai genitori, un trentenne di oggi ha maggiori disponibilità, ma gli manca una fiducia fondamentale: di vivere in un Paese e in un continente dove i figli raggiungono traguardi di benessere preclusi ai loro padri. Benessere privato (abitazione, lavoro, consumi, risparmio), ma anche qualità dei beni pubblici, pulizia dell&#8217; ambiente naturale e civile, presenza nel mondo.</p>
<p>L&#8217; Italia vive un declino da dieci o vent&#8217; anni, non da tre o quattro. Ed esso non nasce solo dal modo in cui si governa in questa legislatura, riguarda anche le precedenti. Chiamare oggi «truffa mediatica» la tesi della povertà è insensato; ma è insensato anche suggerire che declino e impoverimento nascano adesso.</p>
<p>La società e la politica sono, da qualche anno, entrambe a un bivio. La società, tra andare avanti e tornare indietro, tra cercare sicurezza nella protezione e cercarla premiando la qualità, tra accettare le sfide e fuggirle. La politica, tra ascoltare soltanto o anche guidare. Ascoltare soltanto vuol dire amplificare e rincorrere ogni umore sociale, farne leva solo per la conquista e la conservazione del potere. Guidare significa essere consapevoli che ogni governo deve guardare più lontano di chi pur l&#8217; ha democraticamente eletto, deve essere buon pedagogo, deve elaborare sintesi e compiere scelte che superino le contraddizioni e gli umori della società. Certo, nella società le persone hanno preferenze diverse; ma è anche vero che ciascuna è indecisa su che cosa preferire, suscettibile di essere convinta, desiderosa di guida e di esempio morale.</p>
<p>Si racconta che Margareth Thatcher, a un collaboratore che le pronosticava perdita di consenso se avesse preso una certa decisione, reagì inviperita come se avesse sentito una parolaccia: «Consenso?! Consenso?! Io non sono qui per il consenso, sono qui per il bene del mio Paese». Anche per questo, governò per dodici anni.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/11/Corsera_nazionale_16_02_2004.pdf">Vedi l&#8217;articolo in pdf</a></p>
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