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	<title> &#187; 1 &#8211; Attualità</title>
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		<title>Intervista a Paul Volcker: «La riforma finanziaria di Obama funziona»</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Feb 2011 14:06:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Vittorio Da Rold
L&#8217;occasione è di quelle che capitano di rado: poter parlare con Paul Volcker, l&#8217;ex banchiere centrale americano che sconfisse l&#8217;inflazione negli Stati Uniti ai tempi di Ronald Reagan e il consigliere economico forse più influente di Barack Obama per la riforma finanziaria che ha condotto all&#8217;approvazione della Dodd-Frank act. Volcker, 84 anni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Vittorio Da Rold</em></p>
<p>L&#8217;occasione è di quelle che capitano di rado: poter parlare con Paul Volcker, l&#8217;ex banchiere centrale americano che sconfisse l&#8217;inflazione negli Stati Uniti ai tempi di Ronald Reagan e il consigliere economico forse più influente di Barack Obama per la riforma finanziaria che ha condotto all&#8217;approvazione della Dodd-Frank act. Volcker, 84 anni, è a Milano per la commemorazione di Tommaso Padoa-Schioppa, suo collega nel gruppo dei 30 dopo aver appena lasciato l&#8217;incarico di responsabile dell&#8217;Economic Recovery Advisory Board, il gruppo di consiglieri di Obama per la politica economica istituito nel febbraio 2009 .</p>
<p>La prima domanda riguarda la contestata riforma finanziaria proposta dal presidente Obama e dal suo segretario al Tesoro Timothy Geithner: tra le nevi di Davos Gary Cohn presidente di Goldman Sachs, a nome di Wall Street, si è lamentato pubblicamente per i suoi effetti distorsivi a favore dello shadow banking system, vale a dire hedge funds rispetto al sistema bancario che è più trasparente e meno opaco? Cosa riponde a queste accuse?</p>
<p>«Queste lamentele dei banchieri di Wall Street significano semplicemente che la riforma finanziaria (la cosidetta Volcker rule) funziona davvero», ribatte secco l&#8217;ex governatore della Federal Reseve. La riforma Volcker infatti ha tre capisaldi importanti. Le banche non possono essere troppo grandi per fallire (too big to fail) per evitare i rischi sistemici del fallimento di Lehman Brother. Le banche che raccolgono risparmio e hanno quindi la tutela dello Stato non possono rischiare con operazioni in proprio, (propetary trading) oltre certi limiti, sui mercati speculativi. Infine i derivati vanno posti sono attento controllo. Non è una regola completa, forse è anche superata concettualmente perché si rifà alla Glass-Steagall del 1933, ma almeno pone i problemi veri a cui al riforma Dood-Frank si è ispirata. E ora che si tratta di applicarla aumenta il fuoco di sbarramento delle banche americane che non vogliono perdere i profitti speculativi, pericolosi ma anche più redditizi.</p>
<p>Che ne pensa &#8211; chiediamo ancora – della frase di John Reed, 71 anni, ex fondatore e co-chief executive officer di Citigroup, secondo cui «solo il 25% dei cambiamenti in campo finanziario di cui abbiamo bisogno sono stati effettuati negli Stati Uniti»?</p>
<p>«No, non sono d&#8217;accordo con questo commento. Non è vero che solo il 25% dei cambiamenti sono sttai effetuati, bensì siamo di fronte al 56 per cento dei cambiamenti necessari» risponde Volcker sorridendo.</p>
<p>Poi torna su Tommaso Padoa-Schioppa per cui è venuto espressamente a Milano per la commemorazione all&#8217;Università Bocconi.</p>
<p>Chi era per lei TPS, come veniva confidenzialmente chiamato dai suoi amici?</p>
<p>«È stato in pratica l&#8217;ambasciatore dell&#8217;Europa verso il mondo finanziario, convincendo perfino i più scettici che la Bce e l&#8217;euro erano destinati a durare», spiega Volcker. Negli Stati Uniti erano (e sono) ancora molti coloro (tra cui il professore di harverd Martin Feldstein) che non credono nella possibilità di una moneta unica senza una politica fiscale comune.</p>
<p>«Tommaso era un italiano orgoglioso, con una capacità inusuale di capire le posizioni degli altri. Il suo istinto era sempre quello di cercare un approccio comune nell&#8217;interesse collettivo», prosegue l&#8217;ex numero uno della banca centrale americana che si dimise dalla carica di governatore perché rifiutava di approvare le regole sulla deregulation finanziaria, causa prima secondo il suo parere della crisi finanziaria futura.</p>
<p>«Furono proprio queste qualità &#8211; ha aggiunto &#8211; insieme alla sua vocazione europea, che lo portarono a lavorare insieme a Jacques Delors nel creare l&#8217;euro. E poi a lavorare insieme a Jean-Claude Trichet per creare una banca centrale europea forte e indipendente».</p>
<p>L&#8217;ex presidente della Federal Riserve ha poi ricordato di come offrì a Padoa-Schioppa la presidenza dell&#8217;International Accounting Standards Committee dopo che era finito il mandato a Francoforte dell&#8217;economista e in attesa che «gli venisse affidato un incarico di governo».</p>
<p>Inizialmente Padoa-Schioppa fu accolto con un certo grado di scetticismo dal mondo della contabilità internazionale, ha ricordato Volcker, «ma a dimostrazione del suo valore vi é la velocità con cui quel mondo finì con il rispettare Tommaso e la sua forte leadership». «Ci ha lasciato al picco della sua influenza &#8211; ha aggiunto Volcker &#8211; uno dei pochi leader nel mondo degli affari finanziari internazionali che hanno mantenuto viva la possibilità di riformare il sistema monetario globale ereditato da Bretton Woods. È stato Tommaso che insieme ad altri mi ha persuaso che era giunto il modo di promuovere quella riforma come una questione prioritaria per il G20». Per fortuna, ha concluso Volcker, ci ha lasciato una grande eredità, un&#8217;eredita composta dei suoi contributi all&#8217;Unione Europea, all&#8217;euro, alla Banca centrale europea e sì, anche all&#8217;idea che gli standard contabili internazionali siano vicini alla realtà». Detto da un uomo della statura di Volcker è più di un complimento, è un viatico per Olimpo degli economisti mondiali.</p>
<p><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-02-05/intervista-paul-volcker-riforma-132107.shtml?uuid=AarXyx5C#continue" target="_blank">link alla pagina dell&#8217;articolo</a></p>
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		<title>Intervista SKY &#8211; Partita Doppia</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 16:58:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[3 - Economia]]></category>
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		<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervista del direttore Andrea Cabrini

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Intervista del direttore Andrea Cabrini</p>
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		<title>Chi non paga per gli errori</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 08:43:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[3 - L'Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Le banche e la crisi
Mentre le fabbriche chiudono e i lavoratori perdono il posto, le banche, vere responsabili della crisi, fanno profitti; li fanno dopo essere state salvate dai contribuenti e li devolvono in gran parte a se stesse sotto forma di lauti guadagni per dirigenti e amministratori; nello stesso tempo rifiutano il credito alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le banche e la crisi</em></p>
<p>Mentre le fabbriche chiudono e i lavoratori perdono il posto, le banche, vere responsabili della crisi, fanno profitti; li fanno dopo essere state salvate dai contribuenti e li devolvono in gran parte a se stesse sotto forma di lauti guadagni per dirigenti e amministratori; nello stesso tempo rifiutano il credito alle imprese e, obbligandole a chiudere e a licenziare, affossano l&#8217;economia. Sono accuse note; le ripete anche il presidente Obama.</p>
<p>Come non farsi travolgere da simili accuse indirizzate a unmestiere già impopolare prima della crisi? Invece bisogna ragionare e non farsi travolgere. E se il ragionare comincia col distinguere, occorre esaminare le accuse una per una.</p>
<p>Oggi guardiamo ai salvataggi bancari, questione bruciante perché il denaro usato era del contribuente. Si noti che i salvataggi — cerniera tra il prima e il dopo crisi— sono avvenuti soprattutto in Paesi orgogliosamente predicanti le virtù magiche della proprietà privata e del mercato libero: Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Olanda; non in Italia, dove le banche si sono rafforzate con capitali privati. Si noti anche che il tema va tenuto distinto da altre questioni riguardanti il modo in cui le banche si conducono oggi coi loro debitori, nel mercato finanziario, nel compensare dirigenti e amministratori: questioni su cui occorrerà tornare e che riguardano tutte le banche, non soltanto quelle in cui lo Stato ha immesso capitale.</p>
<p>È, era, giusto salvare le banche? In condizioni normali la risposta è no. Se è cronicamente incapace di fare utili, qualunque impresa, anche se banca, deve uscire dal mercato perché, invece di creare, distrugge ricchezza. Il fallimento è un modo di uscire, non l&#8217;unico né sempre il migliore; altri sono il passaggio di proprietà o la rilevazione da parte di un concorrente.</p>
<p>Le condizioni del 2008, però, non erano normali; stava crollando non una banca, ma la funzione bancaria stessa; e le perdite erano spesso un fatto momentaneo dovuto a cattiva gestione o a panico, non un indebolimento irrimediabile. Se la moneta cessa di circolare e nessuno fa più credito ad alcuno, ogni economia basata sullo scambio (dunque, nel mondo di oggi, tutte le economie) crolla e ricostruirla è arduo. Il perdurare del panico avrebbe moltiplicato a dismisura le vittime innocenti: risparmi e posti di lavoro perduti.</p>
<p>In quelle circostanze l&#8217;interesse a salvare le banche era generale, prima che dei banchieri.</p>
<p>Non solo: per il contribuente che lo paga, il salvataggio è per lo più un buon affare, non una perdita. Ciò che egli compera vale assai più del bassissimo prezzo pagato ed è destinato a rivalutarsi. I giganteschi utili che la banca centrale americana ha appena annunciato ne sono la riprova: e le banche centrali devono sapere (ma qualche volta lo dimenticano!) che i loro utili sono destinati non a se stesse ma alle casse dello Stato.</p>
<p>Salvare sì, dunque; ma chi? Chi tra azionisti, amministratori, dirigenti, impiegati, depositanti, debitori? Mentre in un fallimento puro la risposta sarebbe «nessuno», in un salvataggio non può essere «tutti». Almeno i primi tre dei sei soggetti elencati dovrebbero perdere soldi e funzioni.</p>
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<p>È da deplorare che ciò non sempre sia avvenuto. Ma nei casi in cui non è avvenuto, la critica va rivolta al salvante più che al salvato. Spettava al potere pubblico distinguere tra continuità della banca e discontinuità della sua proprietà e del comando.</p>
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		<title>Attualità</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 09:26:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Come riportare l’Italia dalla stagnazione alla crescita? Come superare il malessere che impone alla società italiana uno sviluppo al rallentatore? Come migliorare la qualità e l’efficienza della pubblica amministrazione, ripristinare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, riportare in patria i giovani che hanno cercato all’estero le opportunità di carriera che in Italia non erano possibili? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come riportare l’Italia dalla stagnazione alla crescita? Come superare il malessere che impone alla società italiana uno sviluppo al rallentatore? Come migliorare la qualità e l’efficienza della pubblica amministrazione, ripristinare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, riportare in patria i giovani che hanno cercato all’estero le opportunità di carriera che in Italia non erano possibili? Con quale spirito questi temi dovrebbero essere affrontati da chi governa? Quale il compito della società civile e di quella sua parte, la più influente e responsabile, che va sotto il nome di classe dirigente?<br />
<br/>Gli articoli e gli interventi raccolti in questa sezione offrono spunti di riflessione su questi e su altri temi, affrontati in prevalenza, ma non solo, dalle colonne del Corriere della Sera nell’ultimo decennio.</p>
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		<title>Il cittadino e la politica</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 11:58:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Le primarie, al di là delle sortite del Pd.
Nella giornata di oggi gli italiani disposti a dichiararsene elettori possono, spendendo due euro, scegliere il capo di uno dei due partiti politici che si contendono il governo del Paese. Anche prima che si sappia quanti risponderanno all&#8217;invito e chi sarà l&#8217;eletto, l&#8217;avvenimento merita una riflessione.
È inconsueto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le primarie, al di là delle sortite del Pd.</em></p>
<p>Nella giornata di oggi gli italiani disposti a dichiararsene elettori possono, spendendo due euro, scegliere il capo di uno dei due partiti politici che si contendono il governo del Paese. Anche prima che si sappia quanti risponderanno all&#8217;invito e chi sarà l&#8217;eletto, l&#8217;avvenimento merita una riflessione.</p>
<p>È inconsueto che un partito si rivolga a tutti i suoi elettori per scegliere il proprio capo. Ovunque, questa scelta la fanno militanti iscritti, che partecipano attivamente (o così dovrebbero) alla vita del partito, al dibattito interno, alle campagne elettorali. Le primarie, dove ci sono, riguardano non la guida del partito bensì quella del governo, per la quale, del resto, designano solo un candidato.</p>
<p>La procedura inconsueta è il sintomo certo, e il rimedio sperato, di un grave male che oggi mina la democrazia, non soltanto la nostra: un corrompimento del rapporto tra popolo e potere, che si manifesta in entrambi i versanti della demo-crazia. Dal lato del Kratos, osserviamo il male quando chi esercita il potere (o si propone per esercitarlo, dunque anche il partito all&#8217;opposizione) dimentica un punto essenziale: che ben-governare significa, certo, non opprimere il popolo, ma significa anche non assecondarlo sempre e tantomeno blandirne gli istinti peggiori. Dal lato del Demos, il corrompimento consiste nell&#8217;indifferenza, nel biasimare il potere senza mai criticare se stessi, nell’accettare l&#8217;inganno populista sentendosene vittime anziché corresponsabili.</p>
<p>La democrazia definisce la scelta di chi governa, non dice che cosa significhi governare: governare significa — per l&#8217;appunto —guidare, dunque rendere il popolo consapevole di dure necessità, persuaderlo ad accettare il prezzo per realizzare speranze e vincere sfide.</p>
<p>Nella società vi è assai di più che il popolo e i potenti; e per curare i mali della democrazia è essenziale guardare anche a strutture che stanno tra il Demos e il Kratos. In Italia, sono proprio esse ad avere maggiormente mancato: in primo luogo i partiti e la classe dirigente. Credere che il buongoverno democratico sia possibile senza l&#8217;opera attiva di queste strutture intermedie sarebbe un fatale errore.</p>
<p>Il fatto che oggi il gruppo dirigente di un partito guardi al di fuori di se stesso e chiami chi lo desidera a dare una mano dovrebbe perciò essere salutato con favore da ogni cittadino. È segno che quel gruppo dirigente risponde al sintomo e cerca un rimedio. Altrettanto positivo è che si tratti di un&#8217;elezione vera, dall&#8217;esito incerto.</p>
<p>Le primarie saranno anche rimedio, oltre che sintomo? Non lo sappiamo. Dipenderà innanzitutto dall&#8217;affluenza di oggi. Meglio sarebbe stato, a mio giudizio, legare la partecipazione a un&#8217;adesione di simpatia meno stringente del dichiararsi elettore di un partito che, agli occhi di molti, il voto deve ancora guadagnarselo.</p>
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<p>La campagna delle scorse settimane non ha aiutato a capire come sarà il partito di domani e che differenza faccia—su questioni fondamentali—la scelta che oggi si pone. Ma proprio per questo tutti, destra e sinistra, dovrebbero auspicare una forte partecipazione di cittadini (dis)interessati; cittadini a cui la politica sta a cuore, che si accostano ad essa per passione dell&#8217;interesse pubblico, non per interesse privato.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/11/Corsera_naz_25_10_2009.pdf">Vedi l&#8217;articolo in pdf</a></p>
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		<title>Si parli di Stato non di Nazione</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Sep 2009 11:55:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[2011, che cosa va celebrato.
Ricordo le celebra­zioni di Italia 1961: in un Paese giovane e laborio­so crescevano il benessere e la democrazia. Lo studio del farsi dell&#8217;unità d&#8217;Italia, ripetuto alle elementari, al­le medie e al liceo aveva co­stituito in me, come in mol­ti, la struttura stessa del pensarmi come cittadino. Fui inorridito, trent&#8217;anni dopo, quando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>2011, che cosa va celebrato.</em></p>
<p>Ricordo le celebra­zioni di Italia 1961: in un Paese giovane e laborio­so crescevano il benessere e la democrazia. Lo studio del farsi dell&#8217;unità d&#8217;Italia, ripetuto alle elementari, al­le medie e al liceo aveva co­stituito in me, come in mol­ti, la struttura stessa del pensarmi come cittadino. Fui inorridito, trent&#8217;anni dopo, quando constatai che in un illustre liceo di Roma il capitolo sul Risor­gimento, uno solo dell&#8217;im­menso manuale adottato, era tra quelli che non si chiedeva agli allievi di stu­diare.</p>
<p>Il terzo cinquantenario<strong> </strong>si celebra in un momento assai più buio non solo del secondo, ma anche del pri­mo, segnato dalle riforme giolittiane. Oggi ministri che hanno giurato sulla Co­stituzione annunciano la se­cessione senza che alcuno strale li colpisca in modo immediato e diretto. Chi ta­ce acconsente. Per il 2011 sono previste, oltre che opere pubbliche, iniziative storico-culturali. E poiché se ne cerca tuttora il filo conduttore, oso una proposta.</p>
<p>Bisogna chiarire bene l&#8217;anniversario<strong> </strong>che sarà cele­brato; finora il dibattito pubblico ha del tutto man­cato di farlo. Nel 2011 si ce­lebrerà non la nascita della nazione italiana (un fatto di cultura), bensì la fonda­zione dello Stato italiano (un fatto politico e istituzio­nale). La nazione esiste dal Medioevo, precede addirit­tura il formarsi della tede­sca, francese, spagnola, bri­tannica. La lingua parlata oggi in Italia assomiglia a quella di Dante come nessu­na lingua europea assomi­glia al suo progenitore del XIII o XIV secolo. E ha seco­li di storia non solo la nazio­ne, ma anche la coscienza di essa da parte degli spiriti illuminati: basta rileggere Dante, Petrarca, poi Machia­velli.</p>
<p>Soltanto dopo secoli di divisione, asservimento, de­cadenza materiale e civile, crebbe e si realizzò l&#8217;idea di dare all&#8217;Italia uno Stato, isti­tuzioni, leggi, poteri. La pe­culiarità della storia italia­na non è la nascita recente della nazione, è la combina­zione di una nazione preco­ce e di uno Stato tardivo. Finalmente, nell&#8217;Ottocen­to, lo Stato italiano nasce e nel 2011 è dunque di questo che si deve parlare. Tanto più che molta, molta mate­ria ci impone di riflettere, di compiere un esame di co­scienza, di correggere com­portamenti e istituzioni. Nell&#8217;Italia di oggi ce n&#8217;è per ogni regione e per ogni ce­to, per la parte pubblica e per la privata.</p>
<p>Tutte le celebrazioni del 150˚dovrebbero ruotare, a mio giudizio, intorno a un solo grande tema: lo stato dello Stato italiano . È que­sto — oggi, ma in realtà da tempo — l&#8217;organo malato dell&#8217;Italia, quello la cui pato­logia sta facendo deperire l&#8217;intero corpo sociale, l&#8217;eco­nomia, la terra e le acque, la cultura, la scienza, il rap­porto con la sfera religiosa. Non è un&#8217;esagerazione af­fermare che dei 150 anni trascorsi dal 1861 forse la metà sono stati consacrati alla costruzione dello Stato italiano; altrettanti a una ve­ra opera di distruzione che si è fatta più intensa negli ultimi decenni e ancor più negli anni recenti. È una du­ra affermazione che può (e dovrebbe) essere documen­tata in modo specifico pro­prio all&#8217;avvicinarsi dell&#8217;anni­versario al fine di preparare un riscatto. Sono ormai gravemente minacciati la democrazia, principi fondamentali del­lo Stato di diritto, la preser­vazione del patrimonio arti­stico, l&#8217;ambiente naturale, il fatto stesso di essere uno Stato unitario. Lo Stato, non la nazione, è e deve essere il tema di Italia 2011.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/11/Corsera_naz_20_09_2009.pdf">Vedi l&#8217;articolo in pdf</a></p>
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		<title>La democrazia in un solo Paese: incompleta, e sempre in pericolo</title>
		<link>http://www.tommasopadoaschioppa.eu/italia/la-parola-governo-va-declinata-al-plurale-dall%e2%80%99assemblea-di-condominio-al-mondo</link>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2009 10:19:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[dibattito]]></category>

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		<description><![CDATA[La parola governo va declinata al plurale: dall&#8217;assemblea di condominio al mondo

Alla domanda «chi deve governare?» la democrazia risponde: il popolo, il Kratos deve essere del Demos. La risposta sembra semplice, ma se ci riferiamo a tempi e luoghi reali, ci accorgiamo che essa presuppone altre domande: chi è il Demos? Governo al singolare o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La parola governo va declinata al plurale: dall&#8217;assemblea di condominio al mondo<br />
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<p>Alla domanda «chi deve governare?» la democrazia risponde: il popolo, il Kratos deve essere del Demos. La risposta sembra semplice, ma se ci riferiamo a tempi e luoghi reali, ci accorgiamo che essa presuppone altre domande: chi è il Demos? Governo al singolare o governi al plurale? Il fondamento della democrazia è solido soltanto se i princìpi che l’ispirano (responsabilità, uguaglianza, autonomia) si traducono in istituti coerenti con le risposte date a queste domande.</p>
<p>Iniziamo allora dalle perso­ne, e chiediamoci come si co­stituisce il Demos cui fa riferi­mento il governo. La risposta della storia non fa apparire un criterio univoco lungo i secoli e i continenti. Il De­mos spesso è stato frutto del caso. In Europa per molti secoli fu definito sul campo di bat­taglia o nella camera da letto, da conquiste militari e matrimoni dinastici. Nell’ossario di Verdun sono raccolte le ossa indistinguibili di un milione e mezzo di uomini uccisisi a vicenda per spostare di poche centinaia di metri il confine franco-tedesco. La risposta della ragione è, invece, univoca: un governo è necessario là dove bisogni, sco­pi, esigenze comuni a più persone possono es­sere conseguiti soltanto attraverso decisioni, azioni, iniziative, risorse anch’esse comuni.</p>
<p>Questa risposta individua un Demos-del­la- ragione<strong> </strong>e ritiene che il campo del governo sia definito da fattori oggettivi piuttosto che soggettivi, dal bisogno più che dall’affezione, res publica piuttosto che idem sentire. Istituire un governo non è una scelta di elezione, am­messo che sia scelta, è un piegarsi alla necessi­tà. Ciò che realmente hanno in comune i gover­nati non sono affinità di gusti e di costumi, simpatia reciproca o spirito di rinuncia, bensì la tensione tra due opposti: vicinanza, contigui­tà, dipendenza reciproca, sì; ma nello stesso tempo diversità di preferenze e di opinioni, ostilità potenziale, costante impulso a prevari­care e sopraffare.</p>
<p>Più forte, più frequente, più seducente di quella della ragione<strong> </strong>è però, ancora oggi, la ri­sposta del cuore. Per essa il perimetro del go­verno deve essere tracciato secondo il criterio degli affetti. Il Demos è costituito dagli elemen­ti culturali, di costume, etnici, religiosi, lingui­stici che vengono associati alla parola popolo o alla parola nazione e che si ritiene siano cemen­tati da un sentimento comune: stato e nazione, Kratos e Demos-del-cuore devono coincidere. A prima vista, paiono argomenti convincen­ti. Ma una riflessione più approfondita e spas­sionata porta a una conclusione opposta: la ri­sposta del cuore è errata sul piano concettuale, smentita dalla storia, pericolosa per la civiltà umana, nefasta per la democrazia.</p>
<p>Chiediamoci: quale sarebbe il regime appro­priato<strong> </strong>per i rapporti tra esseri umani che non sono uniti da alcun vincolo affettivo o anche solo di cultura e di costumi, ma che tuttavia dipendono gli uni dagli altri perché hanno lo stesso bisogno di sicurezza, scambiano i pro­pri prodotti, sono soggetti alle stesse minacce climatiche, solcano gli stessi mari e gli stessi cieli, danno e ricevono flussi migratori? Chi ri­tiene che la formazione di un governo sia giu­stificata solo qualora esista un Demos-del-cuo­re, risponde: il regime appropriato è l’anar­chia, la legge della giungla.</p>
<p>Ma quale persona razionale può non vedere subito che una simile risposta è semplicemen­te cervellotica perché contraddice del tutto i propri stessi presupposti? Come potrà mai la legge del più forte dare a un popolo la sicurez­za che non subirà la prepotenza e il sopruso di altre comunità più forti, più aggressive, inten­zionate a conquistarlo o addirittura a stermi­narlo? E, poi, dove finisce un popolo e dove ne inizia un altro? E che fare dei territori dove più popoli sono mescolati? E che cosa identifica un popolo? E chi decide se io appartengo a un popolo o a un altro? E che si fa nei confronti dei membri dei popoli cui viene meno l’idem sentire ma continuano a osservare le leggi?</p>
<p>La conclusione è una sola: il Demos della de­mocrazia deve essere definito dalla ragione e non dal cuore. Poco importa sapere se le perso­ne si siano scelte a vicenda o no né quali senti­menti le leghino; il più delle volte sono conve­nute nello stesso luogo come gli inquilini di uno stabile si sono trovati a detenere millesimi di uno stesso. Sono persone e gruppi spesso addirittura infastiditi dalla vicinanza e dalla re­ciproca dipendenza, che mal sopportano la lo­ro diversità di abitudini, gusti e stili di vita. Non si può dunque parlare di Demos se non si parla, oltre che delle persone, delle cose, della res publica. Le «cose», la scienza economica le chiama «beni pubblici»: le forze armate difen­dono tutti; se l’aria e le strade sono pulite, lo sono per tutti (e tra i «tutti» ci sono quelli che evadono il fisco).</p>
<p>Dobbiamo però chiederci: che significa «tut­ti »? Ci sono tutti i condomini e tutti gli abitanti della contrada, tutti i senesi e tutti i toscani, tut­ti gli italiani, tutti gli europei, tutta l’umanità. Ognuno di noi condivide con gli altri condomi­ni l’uso dell’ascensore e la protezione del tetto; coi cittadini del comune la nettezza urbana e il giardino pubblico; con gli abitanti della regione il trasporto pubblico; con la comunità naziona­le l’amministrazione della giustizia e il sistema previdenziale; con l’Unione europea l’euro e il mercato unico; con l’intero mondo l’effetto ser­ra e le regole di navigazione aerea e marina.</p>
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<p>La parola governo deve dunque essere decli­nata al plurale. Non c’è democrazia se il Demos più ampio opprime il più ristretto; né se que­st’ultimo impedisce al più ampio di governare la sua cosa pubblica. I principi di responsabili­tà, autonomia e rappresentatività che danno valore alla democrazia facendola preferire ad altre forme di governo saranno pienamente re­alizzati soltanto quando si applicheranno a tut­ti i livelli di governo. Per la persona che aspira alla libertà e alla responsabile partecipazione alla vita della polis, la democrazia in un solo Paese è non solo incompleta, è anche precaria e costantemente in pericolo.</p>
<p><a href="../wp-content/uploads/2009/04/Corsera_nazionale27_04_2009.pdf">Vedi l&#8217;articolo in pdf</a></p>
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		<title>Demos e Crazia in Europa</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2009 17:03:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[2 - La Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[1. Sono grato, come cittadino, a chi ha organizzato questi giorni di riflessione e dibattito sulla democrazia e mi ha invitato a parteciparvi. Condivido la convinzione che la democrazia sia sempre minacciata e che l’indispensabile difesa contro le malattie che continuamente la colpiscono siano gli anticorpi costituiti dalla coscienza civile dei cittadini. Di quanto possa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>1. Sono grato, come cittadino, a chi ha organizzato questi giorni di riflessione e dibattito sulla democrazia e mi ha invitato a parteciparvi. Condivido la convinzione che la democrazia sia sempre minacciata e che l’indispensabile difesa contro le malattie che continuamente la colpiscono siano gli anticorpi costituiti dalla coscienza civile dei cittadini. Di quanto possa essere forte la risposta a chi si adopera per tenere desta questa coscienza, abbiamo una stupenda dimostrazione qui a Torino in questi giorni.<br />
Le mie considerazioni di oggi muovono dalla osservazione che la democrazia è l’unione di due sostantivi, nessuno dei quali deve divenire vassallo dell’altro: il popolo e il governo, il Demos e il Kratos. Kratos è parola greca che si traduce in ‘autorità, forza, potenza’ e che perciò racchiude la prerogativa indispensabile a ogni governo.<br />
2. La democrazia &#8211; nell’Unione europea in quanto tale e singolarmente negli stati che ne fanno parte, nell’Italia in modo particolare &#8211; soffre oggi di uno stesso male: la crescente difficoltà di ogni governo, centrale o locale, nel corrispondere a quelle tra le esigenze del popolo, dei cittadini, che è suo compito soddisfare. Non sono patologie uguali e coincidenti quasi per caso; è un’unica patologia che si manifesta in punti diversi del corpo sociale.<br />
Lo iato tra i bisogni del Demos e l’operare del Kratos costituisce oggi, a mio giudizio, uno dei maggiori pericoli per la sopravvivenza della democrazia come forma di governo fondata su principi di responsabilità, autonomia e uguaglianza. E ritengo che esso non possa essere corretto se non operando simultaneamente sui governi di diverso livello, municipale, regionale, nazionale, europeo, mondiale.<br />
Tra poche settimane gli europei sceglieranno il loro Parlamento: la chiamata alle urne è il momento centrale di una democrazia perché è allora che il popolo si esprime. Si teme che molti elettori non parteciperanno al voto del 7 giugno; e se quel timore sarà confermato dai fatti, sentiremo dire che agli europei poco importa dell’Unione europea. Qualche storico più esperto del futuro che del passato, fedele al luogo comune nazionalista, ci ripeterà che c’è poco da stupirsi perché ‘l’ideologia europeista è falsa, le sue promesse sono false, impossibili da realizzarsi.’ Ci annuncerà con frase lapidaria che ‘non ci sarà mai uno stato federale europeo.’<br />
Chi vi parla, non ha lo stesso dono di conoscere il futuro, anzi ritiene che ci sia sempre, davanti a noi, più di un futuro possibile e che, quali uomini nella storia, nostro compito sia di adoperarci perché si realizzi il migliore tra essi, non di speculare sul come andrà a finire per fare scommesse sul probabile vincitore.<br />
Il luogo comune nazionalista lega strettamente l’antieuropeismo al tema della democrazia. E lo fa argomentando pressappoco così: l’Unione europea è una costruzione politica dove la democrazia è impossibile perché ‘manca il Demos’. Il Demos è nazionale e perciò i veri depositari della democrazia sono e non possono che essere gli stati nazionali; ergo, l’unione politica dell’Europa, lo stato federale europeo, è al tempo stesso impossibile, indesiderabile e incompatibile con l’ideale democratico.<br />
Nelle mie parole di stamattina mi propongo di mostrare che la tesi ora enunciata è fallace e pericolosa proprio per la democrazia in Europa. Nella realtà di oggi i bisogni degli europei eccedono le capacità dei loro governi nazionali, che tuttavia rimangono i formali titolari del potere; quei bisogni sono anche il fondamento su cui da decenni si sta edificando un governo europeo, che integra le funzioni dei governi nazionali e locali. Se oggi l’Unione europea ci delude è perché l’edificio è incompiuto; l’Europa che c’è, è democratica ed è presidio della democrazia nei paesi membri; la non-Europa, l’Europa che manca, contraddice le esigenze del suo popolo e mette a repentaglio la democrazia. Difendere la democrazia e realizzare un’Europa unita sono perciò, e devono essere, uno e un solo impegno; non si può difendere la democrazia se non si affronta in modo corretto la questione del governo europeo.<br />
Questa è la sintesi. Poiché il luogo comune mette le sue radici nella confusione del ragionamento e delle definizioni, la maggior parte del mio dire verterà su questioni concettuali. Ma si vedrà presto quanto siano concreti ragionamenti che sembrano astratti.<br />
3. Sappiamo tutti che la democrazia è, tra le risposte possibili alla domanda ‘chi deve governare?’ quella che dice: deve governare il popolo, il Kratos deve essere del Demos.<br />
È una risposta che sembra semplice. Ma se ci riferiamo a tempi e luoghi reali, ci accorgiamo subito che la risposta democratica è difficile da applicare se non sono state prima affrontate altre domande come queste: perché occorre un governo? quali sono i suoi compiti? di quali strumenti deve disporre? governo al singolare o governi al plurale, a diversi livelli? Gli istituti e le procedure in cui si traduce l’affermazione ‘deve governare il popolo’ hanno un solido fondamento soltanto se sono coerenti con le risposte date a queste altre domande. Soltanto se quella coerenza c’è si realizzano i principi stessi che fanno ritenere la democrazia preferibile ad altre forme di governo: principi di responsabilità, di uguaglianza, di autonomia. Infatti, un governo che avesse compiti impossibili o strumenti perversi, o che pretendesse di governare persone che non hanno nulla in comune, non sarebbe buongoverno neppure se fosse scelto dal popolo; mancherebbe dello stesso fondamento etico insito nel principio democratico.<br />
4. Con quale criterio tracciare il perimetro del governo: un criterio antropologico, geografico, un altro ancora? Iniziamo dalle persone, quelle per le quali il governo esiste e che in democrazia scelgono il governo e chiediamoci come si costituisce l’aggregato umano &#8211; il Demos &#8211; cui fa riferimento il governo.<br />
La risposta della storia è mutata nel tempo e nello spazio. Non appare un criterio univoco che abbia percorso i secoli e i continenti. La formazione del Demos spesso è stata frutto del caso. In Europa per molti secoli il perimetro del governo fu tracciato sul campo di battaglia o nella camera da letto, conquiste militari e matrimoni dinastici. All’auspicio ‘pace in terra agli uomini di buona volontà’ gli uomini hanno risposto provando e riprovando: oltre all’alcova, la religione, la lingua, la razza, la classe. E i tentativi sono quasi tutti finiti nel sangue del campo di battaglia. Nell’ossario di Verdun sono raccolte le ossa indistinguibili di un milione e mezzo di uomini che si sono uccisi a vicenda per spostare di poche centinaia di metri il confine del governo francese e di quello tedesco.<br />
La risposta della ragione è, invece, univoca: istituire un governo è necessario là dove bisogni, scopi, esigenze comuni a più persone possono essere conseguiti soltanto attraverso decisioni, azioni, iniziative, risorse che siano anch’esse comuni. Altrimenti quei bisogni rimarrebbero insoddisfatti, primo fra tutti il bisogno di sicurezza: senza un governo non ci sarebbero pace, né giustizia, né rispetto dei contratti, nessuno degli elementi che danno sicurezza alla nostra vita individuale e collettiva, che ci mettono al riparo dal sopruso, dalla prepotenza e dalla sopraffazione. Ma senza un governo non ci sarebbero nemmeno costruzione e manutenzione delle strade, pulizia dell’aria e delle acque; senza un codice della strada gli incidenti di traffico aumenterebbero a dismisura.<br />
5. Questa risposta individua un Demos-della-ragione e ritiene che il campo del governo sia definito da fattori oggettivi piuttosto che soggettivi, dal bisogno più che dall’affezione, res publica piuttosto che idem sentire; significa porre a base del governo non un’originaria intenzione di ‘mettersi insieme’, bensì il fortuito ‘essere insieme’. Istituire un governo non è una scelta di elezione, ammesso che sia scelta, è un piegarsi alla necessità.<br />
Ciò che innanzi tutto hanno in comune i governati non sono affinità di gusti e di costumi, simpatia reciproca, o spirito di rinuncia. È la tensione tra due opposti: vicinanza, contiguità, dipendenza reciproca, sì; ma nello stesso tempo diversità di preferenze e di opinioni, ostilità potenziale, costante impulso a prevaricare e sopraffare. Proprio questa tensione crea lo spazio in cui si insedia il governante – re, o tiranno, o saggio legislatore – il quale soddisfa ad un tempo (e in proporzioni diverse secondo la sua natura e le circostanze) il suo gusto del potere e il bisogno del popolo. La combinazione della vicinanza e del &#8211; possibile, probabile &#8211; disaccordo dà luogo a una sorta di convivenza forzata, la cui manifestazione più significativa è il condominio.<br />
6. Più forte, più frequente, più seducente di quella della ragione è però, ancora oggi, la risposta del cuore. Per essa, quel Demos che entra nella parola ‘demo-crazia’ è, deve essere, unito non tanto dalle cose quanto dagli elementi culturali, di costume, etnici, religiosi, linguistici che oggi tanto spesso vengono associati alla parola popolo o alla parola nazione e che si ritiene siano cementati da un sentimento comune. Stato e nazione, Kratos e Demos-del-cuore devono dunque coincidere. Ne consegue che la democrazia non è possibile se non per una comunità di affetti, che una società degli affetti è condizione necessaria dell’esistenza di un governo e perciò presupposto della democrazia.<br />
Curiosamente, gli argomenti portati a sostegno di questa tesi sono assai simili – pericolosamente simili, vorrei dire &#8211; a quelli invocati a sostegno della democrazia tout court: indipendenza, libertà, autonomia. Si è detto, si dice, che un popolo deve costituirsi in potere sovrano, in Stato, per avere – giustappunto &#8211; indipendenza, libertà e autonomia, per non dipendere da poteri esterni, per non essere oppresso da altri popoli, per vivere a modo proprio, per non perdere le proprie tradizioni e la propria identità.<br />
A prima vista, paiono argomenti convincenti. Tuttavia una riflessione più approfondita e spassionata porta necessariamente a una conclusione opposta: la risposta del cuore è errata sul piano concettuale, smentita dalla storia, pericolosa per la civiltà umana, nefasta per la democrazia.<br />
Chiunque voglia riflettere e approfondire, non può non vedere che quella risposta tiene il governo e la democrazia nella condizione di ostaggi in cui li ha posti il mito romantico della nazione negli ultimi due secoli, un tempo brevissimo nel corso delle vicende umane. E non può non vedere come, nel suo pur breve arco di vita, quel mito abbia prodotto e continui a produrre catastrofi umane, come abbia distrutto interi popoli e come rischi di travolgere i principi stessi che rendono la democrazia una forma di governo superiore alle altre.<br />
Chiediamoci: quale sarebbe il regime appropriato per definire i rapporti tra esseri umani che non sono uniti da alcun vincolo affettivo o anche solo di cultura e di costumi, ma che tuttavia hanno esigenze comuni e dipendono gli uni dagli altri perché hanno lo stesso bisogno di sicurezza, scambiano i propri prodotti, sono soggetti alle stesse minacce climatiche, solcano gli stessi mari e gli stessi cieli, danno e ricevono flussi migratori? Chi ritiene che la formazione di un governo sia giustificata solo qualora esista un Demos-del-cuore, un idem sentire, risponde: il regime appropriato è l’anarchia, la legge della giungla. Tra i popoli devono valere la legge del più forte e la guerra di tutti contro tutti, proprio quei metodi che entro ciascun popolo sono stati sostituiti dal governo e dalla legge.<br />
Ma quale persona razionale può non vedere subito che una simile risposta e proposta è semplicemente cervellotica perché contraddice del tutto i propri stessi presupposti? Per un popolo la sicurezza è un bisogno primario così come lo è per l’individuo. E allora, come potrà mai la legge del più forte dare a un popolo, alla comunità di affetti che esso costituisce, la sicurezza che non subirà la prepotenza e il sopruso di altre comunità più forti, più aggressive, intenzionate a conquistarlo o addirittura a sterminarlo? E poi, dove finisce un popolo e dove ne inizia un altro? E che fare dei territori dove più popoli sono mescolati? E che cosa identifica un popolo? E chi decide se io appartengo a un popolo o a un altro? E che si fa nei confronti dei membri dei popoli cui viene meno l’idem sentire ma che continuano a osservare le leggi?<br />
Sono le questioni e le domande che hanno tormentato generazioni di europei e solcato di morte il continente. Esse hanno distillato infine una chiara risposta: se persino entro una riconosciuta comunità la sicurezza è minacciata dalla prepotenza di alcuni suoi membri, onde un governo è necessario, allo stesso modo, guidati dalla ragione, occorre creare un ‘Demos dei Demos’ che dia sicurezza e giustizia nei rapporti tra essi. Ciò che è buono per un popolo è buono anche per i popoli al plurale, perché è evidente che ciascuno di essi sarebbe ancor più minacciato nella sua sopravvivenza se non esistesse alcun potere superiore, alcun governo dei popoli. La sicurezza dei popoli la si trova non nell’indipendenza assoluta e illusoria, bensì seguendo lo stesso principio di ragione che ha instaurato, entro ogni popolo, entro ogni comunità, la pace e il primato del diritto sulla forza.<br />
La conclusione è una sola: il Demos della democrazia deve essere definito dalla ragione e non dal cuore. Poco importa sapere se le persone si siano scelte a vicenda o no, né sapere quali sentimenti le leghino; il più delle volte non si sono affatto scelte, sono convenute nello stesso luogo come i condomini si sono trovati a detenere millesimi di uno stesso stabile o come movimenti migratori hanno portato gruppi umani disparati a insediarsi nelle stesse terre. Sono persone e gruppi spesso addirittura infastiditi dalla vicinanza e dalla reciproca dipendenza, che mal sopportano la loro diversità di abitudini, di gusti e di stili di vita. Chi non ricorda le tensioni che determinò in questa città l’ondata di immigrazione dal Mezzogiorno una o due generazioni fa?<br />
7. Quanto detto finora significa che non si può parlare di Demos se non si parla, oltre che delle persone, delle cose, della res publica, perché è innanzi tutto dalle cose che nasce la necessità di un governo: esigenze, scopi, bisogni che sono comuni a più persone e che possono essere conseguiti soltanto attraverso decisioni, iniziative, risorse anch’esse comuni.<br />
Le ‘cose’, la res publica, la scienza economica le chiama ‘beni pubblici’ e le definisce come quei beni e servizi che né il mercato né l’azione individuale sono in grado di produrre e che per ciò stesso costituiscono la ragione d’essere del governo: si chiamano sicurezza, giustizia, rispetto dei contratti, salvaguardia delle risorse naturali e dell’ambiente, strade e altre opere di ingegneria. Gli economisti dicono che i beni pubblici hanno la duplice caratteristica della non-esclusione e della non-rivalità: una volta prodotti nessuno può essere impedito dal goderne, e l’usarne da parte di uno non riduce la quantità a disposizione di altri. Le forze armate difendono tutti; se l’aria e le strade sono pulite, lo sono per tutti (e tra i ‘tutti’ ci sono quelli che evadono il fisco).<br />
Dobbiamo però chiederci: che significa ‘tutti? e che significa la parola ‘pubblico’ riferita alle cose che costituiscono il Demos? Nessuna delle due parole, infatti, ha un significato univoco; ci sono tutti i condomini e tutti gli abitanti della contrada, tutti i senesi e tutti i toscani, tutti gli italiani, tutti gli europei, tutta l’umanità. Ognuno di noi è parte di un sistema di interdipendenze a più dimensioni; condivide con gli altri condomini l’uso dell’ascensore e la protezione del tetto; con i cittadini del comune la nettezza urbana e il giardino pubblico; con gli abitanti della regione il trasporto pubblico locale; con la comunità nazionale l’amministrazione della giustizia e il sistema previdenziale; con L’Unione europea l’euro e il mercato unico; con l’intero mondo l’effetto serra e le regole di navigazione aerea e marina. Ognuno di noi è membro di molte collettività umane, via via più ampie, ciascuna definita da interessi comuni e dipendenze reciproche e ognuna di esse richiede forme di governo. Se ne possono contare, per ogni persona, almeno cinque: municipio, regione, paese, continente, mondo.<br />
La parola governo deve dunque essere declinata al plurale non solo lungo la scala orizzontale della giustapposizione sulla superficie terrestre, ma anche, e forse ancor più, lungo quella verticale dell’inclusione, delle cerchie sempre più ampie di esseri umani a cui ciascuno di noi contemporaneamente appartiene.<br />
8. Attenzione: non c’è democrazia se il Demos più ampio opprime il più ristretto; né se quest’ultimo impedisce al più ampio di governare la sua cosa pubblica. I principi di responsabilità, autonomia e rappresentatività che danno valore alla democrazia facendola preferire ad altre forme di governo sono pienamente realizzati soltanto quando si applicano – in forme necessariamente diverse &#8211; a tutti i livelli di governo. Per la persona che aspira alla libertà e alla responsabile partecipazione alla vita della polis, la democrazia in un solo paese è non solo incompleta, è anche precaria, costantemente esposta a pericolo di morte.<br />
Questi concetti semplici sono oscuri alla retorica dei luoghi comuni antieuropei, ma erano chiarissimi a Dante Alighieri, che distingue in modo sublime tra la ragione e gli affetti. Nel De Vulgari Eloquentia egli scriveva, a proposito delle lingue: “Chiunque ha ragione così guasta da ritenere che il proprio luogo natio sia il più bello sotto il sole, parimenti stima il volgare proprio, o lingua materna, al di sopra di tutti gli altri; e per conseguenza crede che proprio esso sia stato la lingua di Adamo. Io invece, cui il mondo è patria come l’acqua ai pesci, &#8211; benché abbia bevuto dell’Arno prima di mettere i denti e tanto ami Firenze che, per amor suo, soffro ingiustamente la pena dell’esilio &#8211; appoggio la bilancia del mio giudizio sulla ragione e non sull’affetto. E pur se al mio piacere e alla sensazione del mio appetito sensitivo non si presti luogo, al mondo, migliore di Firenze, &#8211; io […] ho ponderato e fermamente ritengo esservi molte regioni e città più nobili e più deliziose della Toscana e di Firenze, di cui sono originario e<br />
cittadino, e parecchi popoli e stirpi usare una lingua più gradevole e più utile di quella che usano gli Italici”.<br />
9. Dopo aver detto del Demos, veniamo al Kratos, il secondo termine della demo-crazia, il potere.<br />
Abbiamo già osservato che il governo è necessario perché il Demos è diviso. Ogni cosa pubblica (dall’ascensore alla biosfera) è una, ma i modi di realizzarla sono molti e su di essi divergono sia le opinioni sia gli interessi: l’alta velocità può diversamente percorrere le valli del Piemonte e l’autostrada del Tirreno può traversare la Maremma in punti diversi. E poiché i servizi e i beni pubblici non possono essere prodotti dall’interazione spontanea di comportamenti individuali privi di regole, è necessario che qualcuno decida e agisca per tutti. Per far ciò deve avere, secondo un codice da tutti riconosciuto (una costituzione) capacità di decidere e mezzi per agire; e deve potere attuare le decisioni prese, anche quando parte del popolo le ostacola. Questo è il Kratos: fare e far rispettare la legge, imporre &#8211; se necessario con la forza – le deliberazioni legittimamente assunte, far rispettare i contratti liberamente stipulati tra singoli soggetti, difendere il territorio chiamando i cittadini alle armi e mandandoli a morire.<br />
Ma il governo deve disporre di forza e di autorità anche per un diverso e più profondo motivo, un motivo che attiene non alla divisione del Demos ma al corretto rapporto tra esso e il Kratos. Questo motivo si può esprimere con una formula: chi governa deve essere scelto da chi è governato, ma deve governare chi lo ha scelto.<br />
Spieghiamo la formula iniziando dalla sua seconda parte, chi governa deve governare chi lo ha scelto. In un regime autocratico, Ulisse ordina ai suoi marinai di legarlo all’albero maestro e di turarsi le orecchie con la cera affinché non sentano né il canto delle sirene né il suo contrordine. Ma in democrazia Ulisse è scelto dal popolo, e il popolo è la sirena; è allora Ulisse che deve riempire di cera le proprie orecchie per non udire il popolo che gli chiede di cambiare rotta non appena la navigazione si fa difficile. E perché la critica degli avversari della democrazia non appaia fondata al popolo stesso, inducendolo a invocare l’autocrate, è necessario che il governo governi davvero; non dimentichiamo che per secoli e secoli il pensiero politico ha identificato la democrazia con l’anarchia e la corruzione. Perché la democrazia funzioni occorre un grado di autonomia del governante dai governati.<br />
Quanto alla prima parte della formula &#8211; chi governa deve essere scelto da chi è governato – essa qualifica quanto ora detto sull’autonomia del governante e tocca il tema dell’interesse generale. Dovrebbe essere considerato ovvio, innanzi tutto, che i beni pubblici appartengono al Demos, non al Kratos. Ma va anche detto ciò che è meno ovvio: i beni ‘pubblici’ non sono il bene di un’entità astratta come la collettività, la polis o la patria; sono il bene ‘privato’ dei membri stessi del Demos, di quegli stessi cittadini, imprese, famiglie, associazioni che perseguono il proprio interesse individuale; costoro (e siamo noi) ‘consumano’ beni pubblici esattamente come consumano cibo, vestiti e svaghi. L’interesse generale si chiama così perché è un interesse particolare di tutti, non l’interesse particolare di un soggetto terzo. Lo stato, la patria, la nazione non sono il soggetto che consuma il bene o il servizio pubblico; sono semmai il soggetto attraverso cui i cittadini che lo consumano collettivamente lo producono.<br />
Parlare di sacrificio dell’interesse particolare all’interesse generale è espressione abusata e falsa; se si ponessero in gerarchia tutti i nostri interessi particolari (conseguibili individualmente, o attraverso il mercato o, ancora, attraverso il governo) risulterebbe immediatamente chiaro che i primi posti della graduatoria sono occupati da interessi che solo il governo può soddisfare: sicurezza, giustizia, solidarietà, istruzione.<br />
10. Da quanto siamo venuti dicendo è possibile trarre considerazioni, giudizi, indirizzi d’azione riferibili alla nostra democrazia, quella di noi europei viventi in Italia, in Piemonte, a Torino. Il cittadino di Torino che qui ascolta (così come il suo simile a Siviglia, Monaco o Copenhagen) vivrà in una democrazia compiuta solo il giorno in cui per ognuna delle comunità di persone tra loro interdipendenti alle quali appartiene (lo ripeto: città, regione, stato, Europa, mondo) esisterà un governo che abbia due caratteristiche: essere stato scelto liberamente dal suo Demos, essere dotato del Kratos necessario a governarne la res publica. Sono necessarie entrambe, perché la parola democrazia è l’unione di due sostantivi.<br />
Salta subito agli occhi quanto l’umanità sia ancora lontana da quella condizione e quanto vasta sia l’opera da compiere per realizzare l’ideale della demo-crazia.<br />
11. Ebbene, nel nostro continente viviamo in questa penosa condizione: all’Europa sono assegnati compiti possibili, ma è negato il Kratos; agli stati è dato il Kratos, ma sono assegnati compiti impossibili. Sono due facce di una stessa contraddizione che mette a repentaglio la democrazia.<br />
La situazione dell’Europa può essere sintetizzata in pochi punti.<br />
Primo: il Demos-della-ragione europeo esiste. La cosa appare evidente oggi ancor più di quando furono gettate le basi della costruzione europea. Se allora, alla fine del ciclo di guerre che va dal 1870 al 1945, la res publica era innanzi tutto la pace, il disperato bisogno di dare alle relazioni tra gli stati europei una base meno precaria dell’equilibrio delle forze, oggi è evidente che la res publica europea si è estesa a dismisura. Quasi più nessuno dei classici beni pubblici è tale per una sola delle ventisette comunità nazionali in cui il popolo europeo è ancora frammentato: non la sicurezza a, e oltre, le frontiere, non la prosperità economica, non la stabilità monetaria e finanziaria, non la salvaguardia dell’ambiente, né la sfida energetica, né la lotta all’evasione fiscale o al crimine organizzato, né la difesa degli istituti dello stato sociale, né il governo dei flussi migratori o della società multiculturale. Nulla di tutto ciò è più cosa pubblica esclusiva degli stati ‘storici’, nemmeno del maggiore tra essi, la Germania, che fonda il suo benessere sulle esportazioni, che affida la propria difesa alla Nato, su cui i venti portano aria inquinata da fabbriche collocate fuori dai suoi confini, che mette i propri marchi su prodotti manufatti in altri paesi, che si sente minacciata dall’instabilità finanziaria dell’ex impero sovietico e dai paradisi fiscali che la circondano.<br />
Secondo: una costruzione politica fondata sulla res publica europea già esiste. La condizione di reciproca dipendenza gli europei l’hanno iscritta in quella che è, a tutti gli effetti, la loro costituzione (che cos’è, infatti, se non una costituzione, una legge comune riconosciuta &#8211; nei fatti, nella dottrina e nei tribunali &#8211; come più forte delle leggi nazionali?). Chi legga i Trattati europei vi trova elencati i beni, i fini comuni, i principi dell’Unione in modo del tutto equivalente a quello che leggiamo nel preambolo o nella prima parte delle costituzioni degli stati: pace, sicurezza, diritti umani, libertà di circolazione dei beni e delle persone, protezione dell’ambiente, stabilità e solidarietà economica, e via dicendo. I trattati, inoltre, danno vita (ed è perciò che sono una costituzione e non una semplice dichiarazione) a istituzioni, regole e poteri deputati al governo della res publica europea, cioè al perseguimento dei fini e alla ‘produzione’ dei beni che essi definiscono pubblici per i cittadini dell’Europa, non degli abitanti dei singoli stati, o delle regioni entro essi, o delle città e dei villaggi.<br />
Terzo: la costituzione europea è democratica. Le istituzioni europee previste dai trattati – soprattutto il Parlamento e la Commissione – sono infatti costruite, benché in maniera imperfetta, secondo i canoni della democrazia parlamentare: il Parlamento è eletto dal popolo e solamente in virtù di un suo voto di fiducia la Commissione acquisisce i suoi poteri. Certo, nessuna democrazia è mai perfetta e quella dell’Unione lo è forse meno di quella di altri stati che si dicono democratici: in particolare, la co-decisione del Parlamento europeo non è completa. Ma parlare di deficit di democrazia come se fossimo in presenza di una forma di governo basata su altro che la volontà del popolo è del tutto improprio.<br />
Quarto: un grave difetto di costruzione impedisce al governo dell’Unione di svolgere appieno il proprio compito. Il difetto riguarda la capacità di funzionamento del governo, non la sua rappresentatività o il legame con la volontà del popolo. La democrazia è realizzata solo in parte non perché manchi il Demos europeo o perché sia debole il nesso tra i cittadini e le istituzioni dell’Unione, bensì perché manca il Kratos: mancano la capacità di decidere e i mezzi per attuare le decisioni. E la carenza persiste nonostante che gli abitanti dell’Europa abbiano in misura fortissima i requisiti sia per essere qualificati come un Demos-della-ragione sia per riconoscersi come un Demos-del-cuore.<br />
12. La carenza di Kratos riguarda il Consiglio dei Ministri dell’Unione, che è l’istituzione europea disgiunta dalla volontà del popolo europeo, ed è determinata da due sue caratteristiche: la composizione intergovernativa e la regola dell’unanimità. Il Consiglio è formato da ministri degli stati Membri e non prende decisioni – salvo in casi rari o insignificanti – se non c’è l’accordo di tutti.<br />
Prese insieme, le due caratteristiche fanno del Consiglio un tavolo di negoziati tra governi, nel modo classico delle relazioni internazionali, non un organo collegiale nel modo delle istituzioni di governo delle realtà statuali. Nessuno dei membri ‘decidenti’ del Consiglio è investito di un mandato europeo, nessuno di loro rappresenta l’Unione, quasi nessuno dedica alla sua funzione di componente del Consiglio più di un breve tempo di preparazione durante il viaggio verso Bruxelles, nel quale prende conoscenza delle decisioni preparate dagli apparati amministrativi, legge il menu del pasto precotto che consumerà nelle poche ore che seguiranno.<br />
Se non si è tutti d’accordo, non si decide; se non si decide, l’Unione con la ‘u’ maiuscola esiste solo nella retorica dei comunicati, non esiste come unione con la ‘u’ minuscola, come soggetto politico. Il popolo, rimasto senza governi, è scontento e diserta le urne o boccia l’Europa nei referendum. L’opinione superficiale dei commentatori decreta che il popolo non c’è, che l’Europa unita è impossibile, che ‘non ci sarà mai uno stato federale Europeo’. L’Europa è invece soltanto incompiuta e per questo, anche per questo, è incompiuta la democrazia in cui viviamo.<br />
13. Proclamare l’impossibilità dell’Europa unita (così come, anni fa, ammonirmi che mai ci sarebbe stata, né avrebbe potuto esserci, una moneta europea sicché adoperarsi per essa era un andare a caccia di farfalle) è semplicemente una sciocchezza. Lo dimostrano tre formidabili personaggi: la ragione, l’esperienza storica e la realtà.<br />
La ragione ci obbliga a riconoscere, come abbiamo visto, che un governo è reso necessario dalla semplice esistenza di una res publica. Se tra i condomini vi è T.Padoa-Schioppa, Demos e Crazia in Europa, 26 aprile 2009. 8<br />
interdipendenza, dunque impossibilità di conseguire da soli i propri fini, occorre unire le forze e conviene darsi regole e giustizia per uscire dalla guerra di tutti contro tutti. È così anche, anzi soprattutto, quando manca l’affectio societatis.<br />
L’esperienza storica mostra che gli uomini si sono mostrati pienamente capaci di attuare, per libero concorso di volontà, la soluzione suggerita dalla ragione e di costituire un governo nuovo. Essa ci mostra anche che nel corso dei secoli il Demos che ho chiamato ‘del cuore’ è stato assai più spesso l’effetto che l’origine delle unioni politiche. Non fu certo l’affezione a unire gallesi, inglesi, scozzesi e irlandesi sotto un’unica corona, né affezione quella che pose l’Aquitania sotto il potere del re di Francia. E passarono secoli di odio e di repressione prima che si affacciassero sulla scena i cantori del popolo francese e del popolo britannico.<br />
L’osservazione dei fatti, infine, mostra che il patrimonio comune di tradizioni, costumi, istituzioni, cultura esiste eccome, solo che gli europei si confrontino con gli altri popoli del pianeta, anziché soltanto tra loro. Qualunque abitante di uno dei ventisette paesi dell’unione passi anche solo pochi giorni in un altro continente si rende immediatamente conto di essere europeo e si qualificherà come tale a chiunque lo interroghi, oltre che come cittadino del suo paese e nativo di una città e di una regione di questo. Nella loro varietà, articolazione, continua osmosi, sono europee l’arte e i costumi, il diritto e gli stili di vita, la storia e le istituzioni sociali. I pretesi ostacoli al compimento dell’unione, come quello della pluralità delle lingue, sono argomenti futili: nel mondo ci sono seimila lingue e ‘solo’ duecento stati sovrani; quando fu fatta l’unità d’Italia l’italiano era parlato in casa da una percentuale infima della popolazione; mentre alcuni degli stati dell’Unione dovettero quasi inventarsi una lingua nazionale andando a ricavarla dai dialetti parlati dai contadini. Gli elementi oggettivi per cui gli animi del popolo si potrebbero infiammare per il mito della nazione europea così come si infiammarono per il mito della nazione tedesca o italiana ci sono tutti.<br />
14. Spesso chi afferma l’impossibilità dell’unione se ne dichiara dispiaciuto; ci assicura che nessuno più di lui vorrebbe essere smentito dai fatti; rende omaggio alla tesi europeista, anche se la relega sorridendo nel paese che non esiste, nel non-luogo che Tommaso Moro chiama U-topia. Per il presente, si dichiara indisponibile a qualsiasi impegno europeo, perché incamminarsi verso una meta irraggiungibile, arruolarsi per una battaglia impossibile sarebbe tempo sprecato e sottrarrebbe energie preziose ad altre imprese meno esaltanti, sì, ma realizzabili.<br />
Ma se ci sarà o no, un giorno, uno stato federale europeo non lo sappiamo. Sappiamo che esso è auspicabile, che il futuro è aperto, che l’unione politica dell’Europa è possibile, che realizzarla dipende anche da noi, che senza di esso la nostra democrazia resterà incompiuta.<br />
15. Da dove potrebbe venire l’impulso a correggere gli attuali difetti della costruzione europea, a completare l’unione politica dell’Europa e dunque a realizzare più pienamente la democrazia nel nostro continente?<br />
Non verrà certo dall’alcova, né dal ferro e dal fuoco con cui le grandi monarchie europee formarono gli stati sovrani dal medioevo sino alla fine del diciottesimo secolo e con cui Napoleone e poi Hitler tentarono di unificare l’Europa. Quel tempo è passato e lo sappiamo.<br />
Ma è anche assai difficile che venga dal mito romantico della nazione che negli ultimi due secoli ha sostituito la camera da letto e il campo di battaglia e portato alla T.Padoa-Schioppa, Demos e Crazia in Europa, 26 aprile 2009. 9<br />
T.Padoa-Schioppa, Demos e Crazia in Europa, 26 aprile 2009. 10<br />
costituzione in stato della nazione tedesca, di quella italiana e poi di tante altre: Estonia, Lituania, Slovacchia, Ucraina, Montenegro e via dicendo. Sebbene molti non lo sappiano, forse per l’Europa anche quel tempo è passato. Il mito nazionale, cui essi devono la propria esistenza, i governi ora lo usano per impedire il nascere di un pieno governo europeo e per conservare le parvenze del loro potere anche oggi che i problemi da affrontare sono divenuti più grandi di loro.<br />
Una cosa è l’esistenza di un Demos del cuore, altra cosa è la consapevolezza di esso, altra ancora trasformare la consapevolezza in azione politica. In Europa il grande movimento di idee e di sentimenti che va sotto il nome di risveglio delle nazioni non sembra esaurito; lo vediamo nei Paesi baschi e nei Balcani, in Fiandra e in Irlanda. Ma invece che verso l’aggregazione, come nel diciannovesimo secolo in Italia o in Germania, sembra più spesso indirizzarsi verso la disgregazione. La memoria degli orrori delle guerre passate si dissolve; e alla generazione Erasmus l’Europa appare spesso come un edificio già costruito e abitato, non bisognoso di opere di completamento e di manutenzione. Questa generazione spesso ignora che così appariva l’Europa anche ai loro bisnonni nel 1914, prima che il colpo di pistola di Sarajevo li risvegliasse bruscamente. Per questa generazione la molla deve essere la passione civile, la passione della democrazia compiuta.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/12/demos_crazia_biennale.pdf">Leggi l&#8217;intervento in pdf</a></p>
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		<title>Un uomo adatto a &#8220;tempi calamitosi&#8221; proprio come quelli dell&#8217;Italia di oggi</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Feb 2008 10:49:06 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Beniamino Andreatta è stato una straordinaria presenza umana che ha gettato semi e lasciato tracce in chiunque abbia avuto la fortuna di incontrarlo, anche una sola volta. Forse, il tratto più caratteristico della sua personalità è stato l&#8217; eccezionale capacità di coniugare due termini che troppo spesso vengono contrapposti: disciplina e libertà, rigore e quasi scandalosa spregiudicatezza, la spregiudicatezza di chi non si stanca di cercare il meglio. Con questo tratto egli ha segnato la sua opera di economista e di uomo di cultura, ma ancor più la sua azione, condotta &#8211; anche negli incarichi istituzionali &#8211; al di fuori degli schemi convenzionali, innovando nei metodi, negli indirizzi, nelle pratiche di lavoro, nella scelta delle persone, nel modo di parlare. Andreatta, è vero, i fiammiferi spenti con cui riaccendeva la pipa spesso se li metteva in tasca; ma con la stessa nonchalance sparpagliava semi a piene mani, con sovrana generosità: idee, suggerimenti, ispirazioni, iniziative che crescevano e germogliavano forse senza che egli nemmeno sapesse di esserne stato il promotore. Innumerevoli persone hanno contratto, in termini e tempi differenti, un debito di riconoscenza nei confronti suoi e del suo pensiero. E molti sono i luoghi e le istituzioni che ha fatto nascere o trasformato. Dell&#8217; importanza del passaggio di Andreatta in via Venti Settembre è testimonianza la ricca documentazione conservata negli archivi del Ministero. Vorrei sottolineare un filo conduttore che unisce questo materiale: è l&#8217; arte di imprimere un nuovo corso alle cose senza ricorrere allo strumento legislativo. Ci sono, purtroppo, ben note sia la propensione a identificare l&#8217; azione di governo con l&#8217; elaborazione di proposte di legge, sia l&#8217; esiguità degli spazi di movimento che l&#8217; ipertrofia della legislazione primaria lascia al potere esecutivo: due mali complementari in cui rischia di consumarsi una disgregazione di quello Stato unitario di cui ci prepariamo a celebrare il Centocinquantenario. Ebbene, Andreatta, come nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama, fu un grande interprete della funzione parlamentare, così in queste stanze ebbe la pazienza, l&#8217; umiltà, la fantasia di interpretare il senso più alto del governare. Il prodotto forse più noto di quest&#8217; arte è il semplice scambio di lettere &#8211; febbraio-marzo 1981 &#8211; che pose fine all&#8217; impegno della Banca d&#8217; Italia ad acquistare i Buoni del Tesoro rimasti invenduti alle aste, il cosiddetto divorzio. Il «divorzio» fu una rivoluzione compiuta con gesti snelli, concordati tra il Ministro e l&#8217; allora Governatore della Banca d&#8217; Italia Ciampi. Un semplice atto del Ministro impresse la svolta necessaria a conferire trasparenza e responsabilità alla politica di bilancio, autonomia e responsabilità alla politica monetaria. Un altro prodotto di quell&#8217; arte fu la Tesoreria unica, l&#8217; obbligo per tutti gli enti pubblici di utilizzare i conti infruttiferi accesi presso la Banca d&#8217; Italia, sui quali vengono versati i trasferimenti statali. Tanti altri furono i semi gettati e le tracce lasciate. Li ricordo con poche parole chiave: liquidazione del Banco Ambrosiano; trasparenza delle banche; concorrenza e maggior efficienza del sistema bancario; allentamento dei vincoli valutari; legge per i fondi di investimento mobiliare; contenimento del deficit; riduzione dell&#8217; effetto della spesa previdenziale sul bilancio dello Stato; disciplina del finanziamento degli enti locali; sostegno della partecipazione dell&#8217; Italia allo Sme; emissioni di titoli della Repubblica in Ecu; ristrutturazione industriale e credito alle imprese; cessazione delle politiche di intervento straordinario per il Mezzogiorno; avvio della «protezione civile». Negli ultimi anni Andreatta era divenuto una presenza silenziosa, sospesa, chiusa nel mistero del coma in cui era caduto dopo il malore che lo aveva colto in Parlamento. Una presenza a cui tanti andavano col pensiero e con l&#8217; affetto, chiedendosi che cosa avrebbe pensato e suggerito in una circostanza che angustiava loro o la vita nazionale. A questo proposito voglio ricordare le parole con cui Paolo Baffi mandò il giovane funzionario che ero allora a conoscere Andreatta, all&#8217; Hotel de la Ville, nei primi anni &#8216; 70. Quasi mi consegnò alle cure di un maestro di bottega. Innescò un colloquio che da allora non si è più interrotto. Mi disse Baffi: «Vada da lui, lo conosca&#8230; vedrà». Poi lo paragonò a Churchill, per corpulenza, personalità, possibile destino. Disse Baffi: «Andreatta, un uomo di genio. Ma ci vogliono tempi calamitosi perché un Paese si rivolga a lui». Signori, quei tempi l&#8217; Italia, ostinandosi a non vedere, li vive oggi. E noi, più che mai, vorremmo che Andreatta fosse qui.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/11/Corsera_nazionale_14_02_2008.pdf">Vedi l&#8217;articolo in pdf</a></p>
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		<title>Patriottismo sì Protezionismo no</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Mar 2006 10:52:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lo spirito di comunità e la difesa dei privilegi.
«Il patriottismo economico va eliminato dagli Stati, ma ciò è possibile solo se lo si ricostituisce a livello europeo». Me lo dice un capo d’industria parigino a commento di vicende recenti: una legge francese protegge dieci settori industriali da scalate straniere; Bnp-Paribas acquista Bnl; Électricité de France [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lo spirito di comunità e la difesa dei privilegi.</em></p>
<p>«Il patriottismo economico va eliminato dagli Stati, ma ciò è possibile solo se lo si ricostituisce a livello europeo». Me lo dice un capo d’industria parigino a commento di vicende recenti: una legge francese protegge dieci settori industriali da scalate straniere; Bnp-Paribas acquista Bnl; Électricité de France acquista Edison; Enel concupisce Suez; il suo governo fonde questa con Gaz de France. Il mio interlocutore ha forti convinzioni europee, nella linea di Jean Monnet e Jacques Delors. Condivido il suo auspicio di un patriottismo europeo, ma non lo seguo nel condannare quello nazionale. Su questo tema proprio il Corriere aveva aperto, poco più di un anno fa, un ampio dibattito (Tremonti, Scaroni, La Malfa, Nardozzi, Ostellino, oltre a chi scrive) che, riletto oggi, appare più attuale di ieri.</p>
<p>In linea generale direi: patriottismo sì, protezionismo no. Spirito di corpo e ambizione collettiva non sono mali da condannare; se bene instradati, sono l’indispensabile lievito del successo, anche economico, di ogni comunità, sia essa regionale, nazionale o europea. Non basta certo il talento di un imprenditore a creare ricchezza, se tribunali, scuola e servizi pubblici non funzionano. Non basta certo la guardia di finanza a far pagare le tasse, né i netturbini a tener pulite le strade. Ma senso civico e buon governo richiedono un grado di patriottismo. Senza questo è impossibile creare le condizioni generali che ogni successo richiede, collettivo o individuale. E perché lo spirito di comunità dovrebbe esprimersi solo nel calcio? Ma quando il patriottismo ricorre al protezionismo esso sbaglia la scelta dei mezzi: invece di promuovere il benessere di tutti, crea il privilegio di alcuni. A chi giova il protezionismo? Certo non alla generalità di quelli che giungono con fatica alla fine del mese e preferirebbero, per lo stesso prezzo, acquistare beni o servizi più abbondanti e migliori. Si obietta che se quei beni sono importati, chi li produce in Italia perderà il lavoro.</p>
<p>È vero, il protezionismo, almeno per qualche tempo, protegge loro; ma non la comunità nazionale nel suo insieme, non il sistema economico, non la sua capacità di competere nel mondo. Moltissimi consumatori sovvenzionano pochi produttori acquistando beni e servizi più cari di quelli che potrebbero ottenere altrimenti. Dunque, contrapposizione non tra italiani e stranieri ma tra italiani e altri italiani. Spetta alla politica, applicata all’economia, dirimerla. Che lo Stato soccorra chi perde il lavoro è ormai scritto nel nostro contratto sociale, un principio che rafforza il senso di appartenenza alla società e cementa il patriottismo. L’Europa può andare fiera di avere aggiunto la solidarietà alla pace, alla libertà, alla giustizia nella lista dei valori perseguiti nel governo della collettività; indica una via agli altri Paesi del mondo. Ma il soccorso può prendere diverse forme, più o meno costose in termini di risorse, più o meno eque in termini sociali; ed è qui che le strade del patriottismo e del protezionismo si dividono. Il soccorso può tenere artificiosamente in vita imprese o settori che altrimenti chiuderebbero; oppure aiutare ad apprendere e trovare un nuovo lavoro, assicurando un sussidio nella fase di passaggio. Spreco e ingiustizia nel primo caso; vera solidarietà nel secondo. Proprio perché privo di giustificazione economica il protezionismo cerca la giustificazione patriottica. Ma usurpa l’argomento. È patriottismo soccorrere il bisognoso, non infliggere all’intera economia un costo inutile. È difficile che una cattiva economia faccia una buona politica.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/11/Corsera_nazionale_22_03_2006.pdf">Vedi l&#8217;articolo in pdf</a></p>
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