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	<title> &#187; 2 &#8211; La Politica</title>
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		<title>Tre parole per un governo</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Oct 2010 07:54:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
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di Tommaso Padoa-Schioppa

Nel marzo scorso il presidente Sarkozy e il Cancelliere Merkel, da podi affiancati, invocarono un ‘governo economico’ per l’Europa. L’invocazione fu accolta dall’intero Consiglio europeo dopo solo tre mesi; ma chi leggeva il comunicato ufficiale scopriva che nelle principali lingue dell’Unione il concetto era espresso con tre parole diverse, di forza decrescente (Gouvernement, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p { margin-bottom: 0.21cm; } --></p>
<p style="text-align: left;"><em>di Tommaso Padoa-Schioppa</em></p>
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<p style="text-indent: 1.25cm;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">Nel marzo scorso il presidente Sarkozy e il Cancelliere Merkel, da podi affiancati, invocarono un ‘governo economico’ per l’Europa. L’invocazione fu accolta dall’intero Consiglio europeo dopo solo tre mesi; ma chi leggeva il comunicato ufficiale scopriva che nelle principali lingue dell’Unione il concetto era espresso con tre parole diverse, di forza decrescente (</span><span style="font-size: x-small;"><em>Gouvernement, Governance, Steuerung</em></span><span style="font-size: x-small;">). In settembre la Commissione ha proposto come tradurre quel concetto in regole, procedure, poteri, sanzioni. L’altro ieri sono stati fatti due nuovi importanti passi: l’accordo della Task Force in Lussemburgo e la dichiarazione franco-tedesca di Deauville, due documenti assai diversi per forza giuridica e definizione dei dettagli operativi. Tuttavia, solo leggendoli insieme si può avere un’idea di dove stia andando la politica economica europea dopo la crisi di primavera.</span></p>
<p style="text-indent: 1.25cm;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">Le proposte sono complesse e occorre guardarsi dai giudizi affrettati, anche perché non sappiamo né come saranno applicate le regole concordate in Lussemburgo, né come si attueranno i punti della dichiarazione di Deauville. Si intravvede tuttavia l’impianto e si può tentare una prima valutazione. </span></p>
<p style="text-indent: 1.25cm;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">L’impianto si può riassumere così: le regole di bilancio restano quelle del Patto di Stabilità, ma il debito pubblico (sotto il 60 per cento) – finora trascurato – assurge alla stessa importanza del deficit (sotto il 3); si rafforzano i meccanismi di controllo e le sanzioni; nasce una politica di prevenzione e correzione degli squilibri macroeconomici, che darà una responsabilità anche ai paesi in surplus; si fa più autonomo il potere della Commissione e più difficile il boicottaggio del Consiglio; diverrà permanente il Fondo Europeo per la Stabilità Finanziaria; si istituirà un meccanismo per la risoluzione delle crisi che prevederà una partecipazione dei creditori privati; chi violerà i principi subirà sanzioni che potranno giungere fino alla sospensione dei diritti di voto; dove necessario, i Trattati verranno emendati. </span></p>
<p style="text-indent: 1.25cm;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">La valutazione è positiva, perché siamo di fronte a riforme di notevole ampiezza che, se attuate con forza, faranno compiere importanti passi avanti all’Unione. E tuttavia, per completare l’opera, altre decisioni e altre azioni vanno aggiunte. La disciplina, la prevenzione e la risoluzione delle crisi sono condizioni necessarie ma non sufficienti del buongoverno economico dell’Unione economica e monetaria, della sua coesione e dell’equilibrio politico e sociale. I mercati stessi non si accontentano più di questo.</span></p>
<p style="text-indent: 1.25cm;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">Per completare l’opera occorrono altri due passi. Primo, superare il concetto dell’Unione come </span><span style="font-size: x-small;"><em>coordinatore</em></span><span style="font-size: x-small;"> di politiche degli Stati e farne, anche se in forma embrionale, un </span><span style="font-size: x-small;"><em>attore</em></span><span style="font-size: x-small;"> della politica economica. Secondo, indirizzare la politica economica europea non solo alla disciplina, ma anche, con strumenti propri, al sostegno della crescita: bilancio dell’Unione, tassa europea, eurobonds, uso attivo del nuovo Fondo di Stabilità Finanziaria. </span></p>
<p style="text-indent: 1.25cm;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">Ho altre volte sostenuto che una politica economica europea fondata sul mero coordinamento è nello stesso tempo troppo debole e troppo ambiziosa. Debole, perché minata dal fatto che sono i giudicati ad essere giudici, soprattutto quando la Commissione si lasci da essi intimidire. Ambiziosa, perché neppure là dove una vera federazione esiste, il governo federale ha un potere di coordinamento sulle politiche dei federati (si chiamino Stati, Länder, Province o Regioni). Quello che si propone ora è, forse, sì un governo europeo, ma – a differenza della moneta – un governo privo di sufficienti strumenti </span><span style="font-size: x-small;"><em>europei</em></span><span style="font-size: x-small;">, affannato a indirizzare strumenti e variabili </span><span style="font-size: x-small;"><em>nazionali</em></span><span style="font-size: x-small;">, quali il bilancio, il debito, la produttività, i salari. </span></p>
<p style="text-indent: 1.25cm;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">Limitarsi alla critica sarebbe però un errore. Non dimentichiamo che nel 1957 grandi europei come Altiero Spinelli sia Jean Monnet dettero del Trattato di Roma un giudizio assai più negativo di quello che la storia ed essi stessi decretarono in seguito. Bocciare gli accordi di lunedì scorso non spianerebbe la strada verso l’impianto giusto, verso il vero governo europeo; aumenterebbe le debolezze dell’impianto attuale. </span></p>
<p style="text-indent: 1.25cm;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">Il dibattito non è finito, e chi all’inizio pronunciava parole forti è parso poi preferire una sostanza debole. Il processo di riforme durerà ancora mesi e forse anni. Era accaduta un cosa simile 22 anni fa quando venne avviato il progetto dell’unione monetaria. Per la Germania doveva significare una moneta e una banca centrale; per la Francia un fondo di riserva comune, che lasciasse in vita molte monete e politiche monetarie nazionali. Prevalse il fondamentalismo tedesco e l’euro si fece.</span></p>
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		<title>Athens must not be left to stand alone</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 14:32:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
				<category><![CDATA[1 - Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[2 - La Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>

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For years, Otmar Issing and I worked side by side to make the euro a success, and I think we did. At the European Central Bank we almost always agreed on the stance of policy. When we could not, the hawk was sometimes me. Now comes the Greek debt crisis and the declaration [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>by Tommaso Padoa-Schioppa</em></p>
<p>For years, Otmar Issing and I worked side by side to make the euro a success, and I think we did. At the European Central Bank we almost always agreed on the stance of policy. When we could not, the hawk was sometimes me. Now comes the Greek debt crisis and the declaration by European leaders that they &#8220;will take determined and co-ordinated action, if needed, to safeguard financial stability in the euro area as a whole&#8221;. I welcome this statement; Otmar condemns it .</p>
<p>The spectrum of possible outcomes to this crisis is wide. At the best, the Greek government could win full public backing for a package that reduces the deficit and restores creditors&#8217; confidence. At the worst, we could see Greece default, with a domino effect knocking down other countries and even leading to a break-up of the eurozone. In-between lie many other, more likely outcomes.</p>
<p>In a climate of fear, markets can become as blind and destructive as a natural catastrophe and fail to distinguish between the errant and the irreproachable, between Greece and the outside. A point could soon be reached where not to act would invite disaster upon all. We are now so close to such a point that the EU leaders&#8217; statement was a wise step. Through inaction, virtuous but myopic countries could deal a blow to their own prosperity and stability. What is needed is not altruism, only enlightened self-interest.</p>
<p>As Mr Issing puts it, the Greek crisis is not a natural catastrophe, it is entirely man-made. To be fair, some of the blame lies outside Greece, because all EU countries bear a responsibility for failing to exert peer pressure and refusing to grant the Commission sufficient power and independence, including the power to establish the right statistics. But the crisis was wrought mainly by Greek hands.</p>
<p>Does it follow that a default would hurt only Greece? Or that &#8220;determined and co-ordinated action&#8221; would be more harmful to the eurozone than a default? Obviously not; and Mr Issing carefully stops short of stating the contrary. He is too good a scholar to forget that economics, unlike theology, is about pros and cons. No one can pretend that in all possible circumstances a Greek default is &#8211; for those outside Greece &#8211; economically preferable to &#8220;determined and co-ordinated action&#8221;. Probably there is, once again, little disagreement between us on the <em>economics</em> .</p>
<p>So, why should the EU not help? Because it is not a political union, is the amazing answer &#8211; amazing also, note, because it implicitly approves of domestic bail-outs. The disagreement must, therefore, be about the politics. (Remember Schumpeter&#8217;s answer to a journalist who asked him what economic policy was about: &#8220;politics, politics, politics!&#8221;)</p>
<p>True, monetary union came before political union. But it did not come with a promise that there would never be such a union. Quite to the contrary: the founding fathers wanted the euro primarily as a step towards political union, knowing little of the overriding technical arguments in its favour. Those who argued against it <em>then </em> on the grounds that &#8220;there can be no monetary union without political union&#8221; are precisely those who should welcome political union <em>now </em> that it finally knocks at the door claiming its rights.</p>
<p>Action is required; but what kind of action? It could range from exerting pressure, to providing liquidity assistance, to lending money, to making gifts. Everywhere in this crisis &#8211; virtuous countries are no exception &#8211; we have seen good and bad policy. The bottom line is that Greece should receive support, but no gifts.</p>
<p>The EU has been appropriately vague on the type of action it would take. Any delicate negotiation involves a degree of ambiguity, whether we like it or not. Otherwise, public opinion, labour unions, competing political parties and patriotism can all too easily become inflamed.</p>
<p>What should be made clear to the public is that no country has full sovereignty any longer &#8211; not Greece, because of its misbehaviour, and not even Germany, because of its openness (which is a major source of its prosperity).</p>
<p>Some luck is indispensable, but what matters most is enlightened political leadership backed by good economic advice. This is needed primarily in Athens, but also very much in Brussels, Berlin, Paris and every other European capital.</p>
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		<title>“The EU and the Lisbon Treaty: A New Chance for Serbia?”</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 09:53:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
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<p>One of the greatest Italian poets defines youth as the age in which ‘hope has a long span and memory a short one’. It is nice to see in this beautiful hall both people of my age, with a long span of memory, and people of the age of my children, who have a long span of hope. Although I could say that it is possible to have a long span of hope even at my age, the purpose of my remarks will be to instil in the younger part of this audience the sense that to work for a united Europe is a worthwhile objective and commitment.</p>
<p>For me, to be in Belgrade evokes long standing memories. I spent my adolescence in Trieste, at a time when the Iron Curtain surrounded the city at a distance of about 15km. Slovenia, whose capital can now be reached in an hour from Trieste, then seemed as distant as Vladivostok. So this part of Europe is to me strongly linked to memories of a gone past. I was in high-school in Trieste when, in March 1957, our Professor of History and Philosophy commented over the school internal radio about the signing of a treaty, which is now known as the Treaty of Rome. This treaty, he said, was creating a community; the intention was to unite six countries and form a common market.</p>
<p>The question of memory is a tricky one, because to lose one’s memory means to lose the ability to learn from mistakes, but if we are too deeply prisoners of memory, we will not be able to go beyond mistakes. I think that there is a need to both remember and forget. I speak for the six founding members of the EU, but of course I’m speaking also for this part of Europe.</p>
<p>Today’s seminar follows a conference organized yesterday by Notre Europe – the research centre based in Paris that Jacques Delors created in the mid-90s, which he chaired for ten years and which I now chair. Yesterday’s conference was entitled “Beyond the Wall” and it proceeded from a critical analysis of the diverging paths of Central Europe and the former Yugoslavia since 1989. My remarks today will be focused more on European politics and institutions, and on the relationship between the EU and the Western Balkan countries.</p>
<p>I speak with a double awareness. Firstly, anybody not from this part of Europe, should approach this region with great humility and the sense that the problems and the dramas are here so complex, so difficult, that no one from the outside – and maybe very few from the inside as well – should pretend to understand them in full. Secondly, in approaching the dilemmas of this region one should be aware that almost all of the vocabulary which we use when discussing the EU needs a careful use and some new thinking. I refer to words like “union”, “federation”, “identity”, “nation”, “sovereignty”, “state” and even “political” (what is political and what is something else?).</p>
<p>With these two remarks in mind, let me speak briefly about what is this EU that Serbia is approaching. I would define the EU as a union in the making. The word “union” means both to be united and to be in the process of becoming united – and the EU is a union in both these meanings. To describe what a union is, I often use the archetype of the condominium. Typically in a building live a number of families which did not choose each other. Often they don’t especially like one another, but they all have to run the condominium because the building has individual apartments and common parts, and the common parts they have to manage together. If they don’t do so, if the roof gets broken and they don’t fix it, the building will sooner or later be destroyed by the snow or by the rain. If the elevator is out of order and they disagree on how it should be repaired, they will have to walk the stairs. By the way, in my own experience, it is no easier to manage a condominium than the EU, maybe even more difficult.</p>
<p>What are the key elements of a union, of any union? They are three: the common goods, the ability to decide, and the means to act. The first element is the mixture of individual parts and common parts; you want to be free to do whatever you want in your own apartment, yet you shouldn’t be too loud as the noise can be heard in other apartments, particularly if the building is not of very high quality sound insulation standards. Second, for the common parts you need an ability to take decisions; and this ability is tested when opinions differ between those who would like to rebuild the elevator in wood and those who would like to have it done in glass or metal. The third thing you need are the means and resources to implement the decisions taken.</p>
<p>If we use the condominium archetype for the European Union, then we can see that in some aspects the European Union is a union in the sense of being united, while in other aspects it is a union in the sense of being in the process of becoming united. The union exists when the three elements are present. This is the case, broadly speaking, in the economic arena; it is fully in place for monetary matters; it is there in competition and trade. However, the three elements are not present in other fields in which too there is a common good at stake: security, external relations, internal security.</p>
<p>The common goods of the Union are fully recognised. If you read the European Treaties, you will notice that virtually all the items defining the res publica in a normal constitution of a normal state are declared to be common goods of the European Union. This includes human rights, protection of the environment, social solidarity, external security, justice, etc. Therefore the missing elements lie in the ability to decide and in the resources necessary to implement decisions.</p>
<p>The ability to decide is crucial. Whenever the rule for deciding is unanimity, there can be no decision taken, because unanimity is never reached. The essence and the paradox of a union, of any union, lies in the ability to decide when there is disagreement, namely when there the recognition that the good is common is accompanied by divergence of views as to the preferred way to assure this common good. To realise this paradox means achieving the Union and to achieve the Union means removing the rule of unanimity: when this happens, it means that you consider and accept the fact that your view of what is the best way to pursue the common good is less important than the need to have a single course of action. This is the Union that Serbia is approaching and hopefully will join.</p>
<p>The paradox of the Union that I have now described probably evokes for many of you similar paradoxes and dramas that you have gone through in recent years.</p>
<p>Let me now move to the following question: what is the moment that the European Union is facing, what is the state of the union that Serbia is approaching? It is, I think, a moment of fundamental change. The impression we get from what makes the headlines in the press is that the main events of these weeks are the entry into force of the Lisbon Treaty, the appointment of a new Commission, the beginning of a new legislature of the European Parliament coinciding with the celebrations of the twentieth anniversary of the Fall of the Berlin Wall. All this is important. However, the phase of change in the Union goes beyond these events. It is a phase in which the challenges and the raison d’être – the reason to exist – of the Union are becoming predominantly external, are no longer internal.</p>
<p>When the Union started in the 1950s, there was no overriding specific external objective for the project. The essence of it was to build a lasting peace amongst the initial group of six founding countries and to eradicate the possibility of war between France and Germany. Even the Euro, which came 40 years later, was conceived in a totally inward-looking way. I was part of this process: in the crucial years from 1988 to 1992, and then again in 1998, I never once participated in significant discussions about what the external role of the Euro should be. The objective of the Euro was to consolidate a single market with a single currency in order to avoid fragmentations and the resurgence of protectionism if one country were to devalue dramatically its currency. There was no project for the Euro to become an international currency, or to replace the Dollar, or to take a big share in international monetary affairs.</p>
<p>The inward-looking phase, in which the dangers were coming predominantly from within, is concluded in many respects. But remember that nothing is irreversible&#8230; Being here, one can’t forget that for my grandparents 1909, namely 100 years ago, was a year of peace in a Europe in which no passports were required to travel across frontiers, and there was absolutely no idea that five years later the tragedy would begin&#8230; So it can go, as you have seen yourself in this region.</p>
<p>The challenges today are mainly external: the financial crisis, the risk of a prolonged period of slow growth, the resurgence of protectionism, climate change, security – all these problems have a predominantly external dimension. And these are the areas in which the Union is still in the making, not really completed.</p>
<p>What does this mean for the relationship between the Union and Serbia and for the attitudes you, in this country, need to define – your own attitudes towards the EU? The experience of past enlargements tells us that what makes the attraction towards the EU almost irresistible are its achievements. Most achievements of the Union are in the areas where the Union means being united and not going through the process of becoming united. In the jargon this is called acquis communautaire, referring to what has already been acquired in terms of unification.</p>
<p>Here comes the key point. If ‘acquiring the acquis’ were the sole reason for attraction and if there were no equal attraction for what is yet to be done, there would be disappointment and maybe even backfiring in the union dynamics. There are countries (I don’t want to name them here) which have joined the Union with the idea that what has already been united was excellent but that nothing else should be further united afterwards. And so they see their mission in the Union as consisting of stopping every further development in the process of becoming united. This is catastrophic for the Union and it is catastrophic also for the accession countries.</p>
<p>The union is a dynamic process which is not completed yet. And it does need to be completed in order to fulfil its promises and to justify the aspirations of those who have a long span for hope. To look forwards is better than to look backwards because if one looks backwards one sees plenty of lost opportunities, both on the side of the Union and on the side of this region of the Western Balkan.</p>
<p>What a comparison between the process of Western Europe after World War II and the dynamics at play in the Balkan region after World War III (if I may call the Cold War that way) tells us? After World War II the Marshall Plan provided immense support to the countries of Western Europe, with some conditions attached. One of such conditions was that the recipients should cooperate amongst themselves in order to manage the aid and that democracy should be restored without infringement of its principles. Europe was divided; a European federation was the dream of few. Looking now at the Western Balkan region, one sees countries which were caught by the end of World War III in a state of union; indeed Yugoslavia was a federation. “Federation” is a word to be handled with great care. In the European Union a federation is a possible end point of the process of uniting Europe and many are allergic to the word, whereas here, there was a federation and what followed the end of the Cold War was the disintegration of it.</p>
<p>I don’t think that the European Union can lecture on what should have happened in the Western Balkans in the post Cold War years; the EU did not help in averting the tragedy. However, I would say that the part of the Union which did not help in avoiding the tragedy was the part in which it was not a union. Different EU member countries had different agendas and different attitudes towards the Balkan region and this strongly contributed making the tragedy greater rather than smaller.</p>
<p>Today, joining the EU is seen by many, and I think rightly so, as the way forward, as the way out of the tragedies of the last twenty years.</p>
<p>The Notre Europe’s researcher who conducted most of the work for the “Beyond the Wall” symposium of yesterday, interviewed a number of people in this region and reported to me of a sentence pronounced by one of her interlocutors when talking about the relationship between the EU and Serbia: “A bad doctor for a difficult patient.” I think this is a very good description. It is not because the doctor is bad that you can do without. Maybe the reason why the doctor is bad is that he is himself sick, and often has the same illness that the patient. So my conclusion is that we must try to improve the relationship between the bad doctor and the difficult patient. The patient must be aware of his own illness but perhaps he must help the doctor in finding the right treatment for both. Thank you.</p>
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		<title>La Politica</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 13:28:42 +0000</pubDate>
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“Il processo di unificazione europea è la più forte eredità positiva che il secolo lascia agli uomini nella sfera degli ordinamenti politici. E’ la dimostrazione che la società umana può, con mezzi pacifici, passare dallo stato di natura alla civiltà anche in un campo – i rapporti tra stati sovrani – nel quale il passaggio [...]]]></description>
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<p style="margin-top: 0.49cm; margin-bottom: 0.49cm;"><em>“Il processo di unificazione europea è la più forte eredità positiva che il secolo lascia agli uomini nella sfera degli ordinamenti politici. E’ la dimostrazione che la società umana può, con mezzi pacifici, passare dallo stato di natura alla civiltà anche in un campo – i rapporti tra stati sovrani – nel quale il passaggio non era ancora riuscito.</em><em></p>
<p></em><em>Che anche nei rapporti tra stati sia possibile sostituire l’imperio della legge alla legge del più forte ora è stato dimostrato e la dimostrazione è avvenuta in quella parte del mondo dove inventare una forma nuova della politica era a un tempo più difficile e più necessario: difficile, perché tanto cospicui erano i valori e le realtà degli stati nazionali; necessario, perché tanto tragica era stata l’esperienza dei loro eccessi.” </em></p>
<p style="margin-top: 0.49cm; margin-bottom: 0.49cm;">(da <em>“Europa, forza gentile”</em>, gennaio 2001)</p>
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		<title>Demos e Crazia in Europa</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2009 17:03:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1. Sono grato, come cittadino, a chi ha organizzato questi giorni di riflessione e dibattito sulla democrazia e mi ha invitato a parteciparvi. Condivido la convinzione che la democrazia sia sempre minacciata e che l’indispensabile difesa contro le malattie che continuamente la colpiscono siano gli anticorpi costituiti dalla coscienza civile dei cittadini. Di quanto possa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>1. Sono grato, come cittadino, a chi ha organizzato questi giorni di riflessione e dibattito sulla democrazia e mi ha invitato a parteciparvi. Condivido la convinzione che la democrazia sia sempre minacciata e che l’indispensabile difesa contro le malattie che continuamente la colpiscono siano gli anticorpi costituiti dalla coscienza civile dei cittadini. Di quanto possa essere forte la risposta a chi si adopera per tenere desta questa coscienza, abbiamo una stupenda dimostrazione qui a Torino in questi giorni.<br />
Le mie considerazioni di oggi muovono dalla osservazione che la democrazia è l’unione di due sostantivi, nessuno dei quali deve divenire vassallo dell’altro: il popolo e il governo, il Demos e il Kratos. Kratos è parola greca che si traduce in ‘autorità, forza, potenza’ e che perciò racchiude la prerogativa indispensabile a ogni governo.<br />
2. La democrazia &#8211; nell’Unione europea in quanto tale e singolarmente negli stati che ne fanno parte, nell’Italia in modo particolare &#8211; soffre oggi di uno stesso male: la crescente difficoltà di ogni governo, centrale o locale, nel corrispondere a quelle tra le esigenze del popolo, dei cittadini, che è suo compito soddisfare. Non sono patologie uguali e coincidenti quasi per caso; è un’unica patologia che si manifesta in punti diversi del corpo sociale.<br />
Lo iato tra i bisogni del Demos e l’operare del Kratos costituisce oggi, a mio giudizio, uno dei maggiori pericoli per la sopravvivenza della democrazia come forma di governo fondata su principi di responsabilità, autonomia e uguaglianza. E ritengo che esso non possa essere corretto se non operando simultaneamente sui governi di diverso livello, municipale, regionale, nazionale, europeo, mondiale.<br />
Tra poche settimane gli europei sceglieranno il loro Parlamento: la chiamata alle urne è il momento centrale di una democrazia perché è allora che il popolo si esprime. Si teme che molti elettori non parteciperanno al voto del 7 giugno; e se quel timore sarà confermato dai fatti, sentiremo dire che agli europei poco importa dell’Unione europea. Qualche storico più esperto del futuro che del passato, fedele al luogo comune nazionalista, ci ripeterà che c’è poco da stupirsi perché ‘l’ideologia europeista è falsa, le sue promesse sono false, impossibili da realizzarsi.’ Ci annuncerà con frase lapidaria che ‘non ci sarà mai uno stato federale europeo.’<br />
Chi vi parla, non ha lo stesso dono di conoscere il futuro, anzi ritiene che ci sia sempre, davanti a noi, più di un futuro possibile e che, quali uomini nella storia, nostro compito sia di adoperarci perché si realizzi il migliore tra essi, non di speculare sul come andrà a finire per fare scommesse sul probabile vincitore.<br />
Il luogo comune nazionalista lega strettamente l’antieuropeismo al tema della democrazia. E lo fa argomentando pressappoco così: l’Unione europea è una costruzione politica dove la democrazia è impossibile perché ‘manca il Demos’. Il Demos è nazionale e perciò i veri depositari della democrazia sono e non possono che essere gli stati nazionali; ergo, l’unione politica dell’Europa, lo stato federale europeo, è al tempo stesso impossibile, indesiderabile e incompatibile con l’ideale democratico.<br />
Nelle mie parole di stamattina mi propongo di mostrare che la tesi ora enunciata è fallace e pericolosa proprio per la democrazia in Europa. Nella realtà di oggi i bisogni degli europei eccedono le capacità dei loro governi nazionali, che tuttavia rimangono i formali titolari del potere; quei bisogni sono anche il fondamento su cui da decenni si sta edificando un governo europeo, che integra le funzioni dei governi nazionali e locali. Se oggi l’Unione europea ci delude è perché l’edificio è incompiuto; l’Europa che c’è, è democratica ed è presidio della democrazia nei paesi membri; la non-Europa, l’Europa che manca, contraddice le esigenze del suo popolo e mette a repentaglio la democrazia. Difendere la democrazia e realizzare un’Europa unita sono perciò, e devono essere, uno e un solo impegno; non si può difendere la democrazia se non si affronta in modo corretto la questione del governo europeo.<br />
Questa è la sintesi. Poiché il luogo comune mette le sue radici nella confusione del ragionamento e delle definizioni, la maggior parte del mio dire verterà su questioni concettuali. Ma si vedrà presto quanto siano concreti ragionamenti che sembrano astratti.<br />
3. Sappiamo tutti che la democrazia è, tra le risposte possibili alla domanda ‘chi deve governare?’ quella che dice: deve governare il popolo, il Kratos deve essere del Demos.<br />
È una risposta che sembra semplice. Ma se ci riferiamo a tempi e luoghi reali, ci accorgiamo subito che la risposta democratica è difficile da applicare se non sono state prima affrontate altre domande come queste: perché occorre un governo? quali sono i suoi compiti? di quali strumenti deve disporre? governo al singolare o governi al plurale, a diversi livelli? Gli istituti e le procedure in cui si traduce l’affermazione ‘deve governare il popolo’ hanno un solido fondamento soltanto se sono coerenti con le risposte date a queste altre domande. Soltanto se quella coerenza c’è si realizzano i principi stessi che fanno ritenere la democrazia preferibile ad altre forme di governo: principi di responsabilità, di uguaglianza, di autonomia. Infatti, un governo che avesse compiti impossibili o strumenti perversi, o che pretendesse di governare persone che non hanno nulla in comune, non sarebbe buongoverno neppure se fosse scelto dal popolo; mancherebbe dello stesso fondamento etico insito nel principio democratico.<br />
4. Con quale criterio tracciare il perimetro del governo: un criterio antropologico, geografico, un altro ancora? Iniziamo dalle persone, quelle per le quali il governo esiste e che in democrazia scelgono il governo e chiediamoci come si costituisce l’aggregato umano &#8211; il Demos &#8211; cui fa riferimento il governo.<br />
La risposta della storia è mutata nel tempo e nello spazio. Non appare un criterio univoco che abbia percorso i secoli e i continenti. La formazione del Demos spesso è stata frutto del caso. In Europa per molti secoli il perimetro del governo fu tracciato sul campo di battaglia o nella camera da letto, conquiste militari e matrimoni dinastici. All’auspicio ‘pace in terra agli uomini di buona volontà’ gli uomini hanno risposto provando e riprovando: oltre all’alcova, la religione, la lingua, la razza, la classe. E i tentativi sono quasi tutti finiti nel sangue del campo di battaglia. Nell’ossario di Verdun sono raccolte le ossa indistinguibili di un milione e mezzo di uomini che si sono uccisi a vicenda per spostare di poche centinaia di metri il confine del governo francese e di quello tedesco.<br />
La risposta della ragione è, invece, univoca: istituire un governo è necessario là dove bisogni, scopi, esigenze comuni a più persone possono essere conseguiti soltanto attraverso decisioni, azioni, iniziative, risorse che siano anch’esse comuni. Altrimenti quei bisogni rimarrebbero insoddisfatti, primo fra tutti il bisogno di sicurezza: senza un governo non ci sarebbero pace, né giustizia, né rispetto dei contratti, nessuno degli elementi che danno sicurezza alla nostra vita individuale e collettiva, che ci mettono al riparo dal sopruso, dalla prepotenza e dalla sopraffazione. Ma senza un governo non ci sarebbero nemmeno costruzione e manutenzione delle strade, pulizia dell’aria e delle acque; senza un codice della strada gli incidenti di traffico aumenterebbero a dismisura.<br />
5. Questa risposta individua un Demos-della-ragione e ritiene che il campo del governo sia definito da fattori oggettivi piuttosto che soggettivi, dal bisogno più che dall’affezione, res publica piuttosto che idem sentire; significa porre a base del governo non un’originaria intenzione di ‘mettersi insieme’, bensì il fortuito ‘essere insieme’. Istituire un governo non è una scelta di elezione, ammesso che sia scelta, è un piegarsi alla necessità.<br />
Ciò che innanzi tutto hanno in comune i governati non sono affinità di gusti e di costumi, simpatia reciproca, o spirito di rinuncia. È la tensione tra due opposti: vicinanza, contiguità, dipendenza reciproca, sì; ma nello stesso tempo diversità di preferenze e di opinioni, ostilità potenziale, costante impulso a prevaricare e sopraffare. Proprio questa tensione crea lo spazio in cui si insedia il governante – re, o tiranno, o saggio legislatore – il quale soddisfa ad un tempo (e in proporzioni diverse secondo la sua natura e le circostanze) il suo gusto del potere e il bisogno del popolo. La combinazione della vicinanza e del &#8211; possibile, probabile &#8211; disaccordo dà luogo a una sorta di convivenza forzata, la cui manifestazione più significativa è il condominio.<br />
6. Più forte, più frequente, più seducente di quella della ragione è però, ancora oggi, la risposta del cuore. Per essa, quel Demos che entra nella parola ‘demo-crazia’ è, deve essere, unito non tanto dalle cose quanto dagli elementi culturali, di costume, etnici, religiosi, linguistici che oggi tanto spesso vengono associati alla parola popolo o alla parola nazione e che si ritiene siano cementati da un sentimento comune. Stato e nazione, Kratos e Demos-del-cuore devono dunque coincidere. Ne consegue che la democrazia non è possibile se non per una comunità di affetti, che una società degli affetti è condizione necessaria dell’esistenza di un governo e perciò presupposto della democrazia.<br />
Curiosamente, gli argomenti portati a sostegno di questa tesi sono assai simili – pericolosamente simili, vorrei dire &#8211; a quelli invocati a sostegno della democrazia tout court: indipendenza, libertà, autonomia. Si è detto, si dice, che un popolo deve costituirsi in potere sovrano, in Stato, per avere – giustappunto &#8211; indipendenza, libertà e autonomia, per non dipendere da poteri esterni, per non essere oppresso da altri popoli, per vivere a modo proprio, per non perdere le proprie tradizioni e la propria identità.<br />
A prima vista, paiono argomenti convincenti. Tuttavia una riflessione più approfondita e spassionata porta necessariamente a una conclusione opposta: la risposta del cuore è errata sul piano concettuale, smentita dalla storia, pericolosa per la civiltà umana, nefasta per la democrazia.<br />
Chiunque voglia riflettere e approfondire, non può non vedere che quella risposta tiene il governo e la democrazia nella condizione di ostaggi in cui li ha posti il mito romantico della nazione negli ultimi due secoli, un tempo brevissimo nel corso delle vicende umane. E non può non vedere come, nel suo pur breve arco di vita, quel mito abbia prodotto e continui a produrre catastrofi umane, come abbia distrutto interi popoli e come rischi di travolgere i principi stessi che rendono la democrazia una forma di governo superiore alle altre.<br />
Chiediamoci: quale sarebbe il regime appropriato per definire i rapporti tra esseri umani che non sono uniti da alcun vincolo affettivo o anche solo di cultura e di costumi, ma che tuttavia hanno esigenze comuni e dipendono gli uni dagli altri perché hanno lo stesso bisogno di sicurezza, scambiano i propri prodotti, sono soggetti alle stesse minacce climatiche, solcano gli stessi mari e gli stessi cieli, danno e ricevono flussi migratori? Chi ritiene che la formazione di un governo sia giustificata solo qualora esista un Demos-del-cuore, un idem sentire, risponde: il regime appropriato è l’anarchia, la legge della giungla. Tra i popoli devono valere la legge del più forte e la guerra di tutti contro tutti, proprio quei metodi che entro ciascun popolo sono stati sostituiti dal governo e dalla legge.<br />
Ma quale persona razionale può non vedere subito che una simile risposta e proposta è semplicemente cervellotica perché contraddice del tutto i propri stessi presupposti? Per un popolo la sicurezza è un bisogno primario così come lo è per l’individuo. E allora, come potrà mai la legge del più forte dare a un popolo, alla comunità di affetti che esso costituisce, la sicurezza che non subirà la prepotenza e il sopruso di altre comunità più forti, più aggressive, intenzionate a conquistarlo o addirittura a sterminarlo? E poi, dove finisce un popolo e dove ne inizia un altro? E che fare dei territori dove più popoli sono mescolati? E che cosa identifica un popolo? E chi decide se io appartengo a un popolo o a un altro? E che si fa nei confronti dei membri dei popoli cui viene meno l’idem sentire ma che continuano a osservare le leggi?<br />
Sono le questioni e le domande che hanno tormentato generazioni di europei e solcato di morte il continente. Esse hanno distillato infine una chiara risposta: se persino entro una riconosciuta comunità la sicurezza è minacciata dalla prepotenza di alcuni suoi membri, onde un governo è necessario, allo stesso modo, guidati dalla ragione, occorre creare un ‘Demos dei Demos’ che dia sicurezza e giustizia nei rapporti tra essi. Ciò che è buono per un popolo è buono anche per i popoli al plurale, perché è evidente che ciascuno di essi sarebbe ancor più minacciato nella sua sopravvivenza se non esistesse alcun potere superiore, alcun governo dei popoli. La sicurezza dei popoli la si trova non nell’indipendenza assoluta e illusoria, bensì seguendo lo stesso principio di ragione che ha instaurato, entro ogni popolo, entro ogni comunità, la pace e il primato del diritto sulla forza.<br />
La conclusione è una sola: il Demos della democrazia deve essere definito dalla ragione e non dal cuore. Poco importa sapere se le persone si siano scelte a vicenda o no, né sapere quali sentimenti le leghino; il più delle volte non si sono affatto scelte, sono convenute nello stesso luogo come i condomini si sono trovati a detenere millesimi di uno stesso stabile o come movimenti migratori hanno portato gruppi umani disparati a insediarsi nelle stesse terre. Sono persone e gruppi spesso addirittura infastiditi dalla vicinanza e dalla reciproca dipendenza, che mal sopportano la loro diversità di abitudini, di gusti e di stili di vita. Chi non ricorda le tensioni che determinò in questa città l’ondata di immigrazione dal Mezzogiorno una o due generazioni fa?<br />
7. Quanto detto finora significa che non si può parlare di Demos se non si parla, oltre che delle persone, delle cose, della res publica, perché è innanzi tutto dalle cose che nasce la necessità di un governo: esigenze, scopi, bisogni che sono comuni a più persone e che possono essere conseguiti soltanto attraverso decisioni, iniziative, risorse anch’esse comuni.<br />
Le ‘cose’, la res publica, la scienza economica le chiama ‘beni pubblici’ e le definisce come quei beni e servizi che né il mercato né l’azione individuale sono in grado di produrre e che per ciò stesso costituiscono la ragione d’essere del governo: si chiamano sicurezza, giustizia, rispetto dei contratti, salvaguardia delle risorse naturali e dell’ambiente, strade e altre opere di ingegneria. Gli economisti dicono che i beni pubblici hanno la duplice caratteristica della non-esclusione e della non-rivalità: una volta prodotti nessuno può essere impedito dal goderne, e l’usarne da parte di uno non riduce la quantità a disposizione di altri. Le forze armate difendono tutti; se l’aria e le strade sono pulite, lo sono per tutti (e tra i ‘tutti’ ci sono quelli che evadono il fisco).<br />
Dobbiamo però chiederci: che significa ‘tutti? e che significa la parola ‘pubblico’ riferita alle cose che costituiscono il Demos? Nessuna delle due parole, infatti, ha un significato univoco; ci sono tutti i condomini e tutti gli abitanti della contrada, tutti i senesi e tutti i toscani, tutti gli italiani, tutti gli europei, tutta l’umanità. Ognuno di noi è parte di un sistema di interdipendenze a più dimensioni; condivide con gli altri condomini l’uso dell’ascensore e la protezione del tetto; con i cittadini del comune la nettezza urbana e il giardino pubblico; con gli abitanti della regione il trasporto pubblico locale; con la comunità nazionale l’amministrazione della giustizia e il sistema previdenziale; con L’Unione europea l’euro e il mercato unico; con l’intero mondo l’effetto serra e le regole di navigazione aerea e marina. Ognuno di noi è membro di molte collettività umane, via via più ampie, ciascuna definita da interessi comuni e dipendenze reciproche e ognuna di esse richiede forme di governo. Se ne possono contare, per ogni persona, almeno cinque: municipio, regione, paese, continente, mondo.<br />
La parola governo deve dunque essere declinata al plurale non solo lungo la scala orizzontale della giustapposizione sulla superficie terrestre, ma anche, e forse ancor più, lungo quella verticale dell’inclusione, delle cerchie sempre più ampie di esseri umani a cui ciascuno di noi contemporaneamente appartiene.<br />
8. Attenzione: non c’è democrazia se il Demos più ampio opprime il più ristretto; né se quest’ultimo impedisce al più ampio di governare la sua cosa pubblica. I principi di responsabilità, autonomia e rappresentatività che danno valore alla democrazia facendola preferire ad altre forme di governo sono pienamente realizzati soltanto quando si applicano – in forme necessariamente diverse &#8211; a tutti i livelli di governo. Per la persona che aspira alla libertà e alla responsabile partecipazione alla vita della polis, la democrazia in un solo paese è non solo incompleta, è anche precaria, costantemente esposta a pericolo di morte.<br />
Questi concetti semplici sono oscuri alla retorica dei luoghi comuni antieuropei, ma erano chiarissimi a Dante Alighieri, che distingue in modo sublime tra la ragione e gli affetti. Nel De Vulgari Eloquentia egli scriveva, a proposito delle lingue: “Chiunque ha ragione così guasta da ritenere che il proprio luogo natio sia il più bello sotto il sole, parimenti stima il volgare proprio, o lingua materna, al di sopra di tutti gli altri; e per conseguenza crede che proprio esso sia stato la lingua di Adamo. Io invece, cui il mondo è patria come l’acqua ai pesci, &#8211; benché abbia bevuto dell’Arno prima di mettere i denti e tanto ami Firenze che, per amor suo, soffro ingiustamente la pena dell’esilio &#8211; appoggio la bilancia del mio giudizio sulla ragione e non sull’affetto. E pur se al mio piacere e alla sensazione del mio appetito sensitivo non si presti luogo, al mondo, migliore di Firenze, &#8211; io […] ho ponderato e fermamente ritengo esservi molte regioni e città più nobili e più deliziose della Toscana e di Firenze, di cui sono originario e<br />
cittadino, e parecchi popoli e stirpi usare una lingua più gradevole e più utile di quella che usano gli Italici”.<br />
9. Dopo aver detto del Demos, veniamo al Kratos, il secondo termine della demo-crazia, il potere.<br />
Abbiamo già osservato che il governo è necessario perché il Demos è diviso. Ogni cosa pubblica (dall’ascensore alla biosfera) è una, ma i modi di realizzarla sono molti e su di essi divergono sia le opinioni sia gli interessi: l’alta velocità può diversamente percorrere le valli del Piemonte e l’autostrada del Tirreno può traversare la Maremma in punti diversi. E poiché i servizi e i beni pubblici non possono essere prodotti dall’interazione spontanea di comportamenti individuali privi di regole, è necessario che qualcuno decida e agisca per tutti. Per far ciò deve avere, secondo un codice da tutti riconosciuto (una costituzione) capacità di decidere e mezzi per agire; e deve potere attuare le decisioni prese, anche quando parte del popolo le ostacola. Questo è il Kratos: fare e far rispettare la legge, imporre &#8211; se necessario con la forza – le deliberazioni legittimamente assunte, far rispettare i contratti liberamente stipulati tra singoli soggetti, difendere il territorio chiamando i cittadini alle armi e mandandoli a morire.<br />
Ma il governo deve disporre di forza e di autorità anche per un diverso e più profondo motivo, un motivo che attiene non alla divisione del Demos ma al corretto rapporto tra esso e il Kratos. Questo motivo si può esprimere con una formula: chi governa deve essere scelto da chi è governato, ma deve governare chi lo ha scelto.<br />
Spieghiamo la formula iniziando dalla sua seconda parte, chi governa deve governare chi lo ha scelto. In un regime autocratico, Ulisse ordina ai suoi marinai di legarlo all’albero maestro e di turarsi le orecchie con la cera affinché non sentano né il canto delle sirene né il suo contrordine. Ma in democrazia Ulisse è scelto dal popolo, e il popolo è la sirena; è allora Ulisse che deve riempire di cera le proprie orecchie per non udire il popolo che gli chiede di cambiare rotta non appena la navigazione si fa difficile. E perché la critica degli avversari della democrazia non appaia fondata al popolo stesso, inducendolo a invocare l’autocrate, è necessario che il governo governi davvero; non dimentichiamo che per secoli e secoli il pensiero politico ha identificato la democrazia con l’anarchia e la corruzione. Perché la democrazia funzioni occorre un grado di autonomia del governante dai governati.<br />
Quanto alla prima parte della formula &#8211; chi governa deve essere scelto da chi è governato – essa qualifica quanto ora detto sull’autonomia del governante e tocca il tema dell’interesse generale. Dovrebbe essere considerato ovvio, innanzi tutto, che i beni pubblici appartengono al Demos, non al Kratos. Ma va anche detto ciò che è meno ovvio: i beni ‘pubblici’ non sono il bene di un’entità astratta come la collettività, la polis o la patria; sono il bene ‘privato’ dei membri stessi del Demos, di quegli stessi cittadini, imprese, famiglie, associazioni che perseguono il proprio interesse individuale; costoro (e siamo noi) ‘consumano’ beni pubblici esattamente come consumano cibo, vestiti e svaghi. L’interesse generale si chiama così perché è un interesse particolare di tutti, non l’interesse particolare di un soggetto terzo. Lo stato, la patria, la nazione non sono il soggetto che consuma il bene o il servizio pubblico; sono semmai il soggetto attraverso cui i cittadini che lo consumano collettivamente lo producono.<br />
Parlare di sacrificio dell’interesse particolare all’interesse generale è espressione abusata e falsa; se si ponessero in gerarchia tutti i nostri interessi particolari (conseguibili individualmente, o attraverso il mercato o, ancora, attraverso il governo) risulterebbe immediatamente chiaro che i primi posti della graduatoria sono occupati da interessi che solo il governo può soddisfare: sicurezza, giustizia, solidarietà, istruzione.<br />
10. Da quanto siamo venuti dicendo è possibile trarre considerazioni, giudizi, indirizzi d’azione riferibili alla nostra democrazia, quella di noi europei viventi in Italia, in Piemonte, a Torino. Il cittadino di Torino che qui ascolta (così come il suo simile a Siviglia, Monaco o Copenhagen) vivrà in una democrazia compiuta solo il giorno in cui per ognuna delle comunità di persone tra loro interdipendenti alle quali appartiene (lo ripeto: città, regione, stato, Europa, mondo) esisterà un governo che abbia due caratteristiche: essere stato scelto liberamente dal suo Demos, essere dotato del Kratos necessario a governarne la res publica. Sono necessarie entrambe, perché la parola democrazia è l’unione di due sostantivi.<br />
Salta subito agli occhi quanto l’umanità sia ancora lontana da quella condizione e quanto vasta sia l’opera da compiere per realizzare l’ideale della demo-crazia.<br />
11. Ebbene, nel nostro continente viviamo in questa penosa condizione: all’Europa sono assegnati compiti possibili, ma è negato il Kratos; agli stati è dato il Kratos, ma sono assegnati compiti impossibili. Sono due facce di una stessa contraddizione che mette a repentaglio la democrazia.<br />
La situazione dell’Europa può essere sintetizzata in pochi punti.<br />
Primo: il Demos-della-ragione europeo esiste. La cosa appare evidente oggi ancor più di quando furono gettate le basi della costruzione europea. Se allora, alla fine del ciclo di guerre che va dal 1870 al 1945, la res publica era innanzi tutto la pace, il disperato bisogno di dare alle relazioni tra gli stati europei una base meno precaria dell’equilibrio delle forze, oggi è evidente che la res publica europea si è estesa a dismisura. Quasi più nessuno dei classici beni pubblici è tale per una sola delle ventisette comunità nazionali in cui il popolo europeo è ancora frammentato: non la sicurezza a, e oltre, le frontiere, non la prosperità economica, non la stabilità monetaria e finanziaria, non la salvaguardia dell’ambiente, né la sfida energetica, né la lotta all’evasione fiscale o al crimine organizzato, né la difesa degli istituti dello stato sociale, né il governo dei flussi migratori o della società multiculturale. Nulla di tutto ciò è più cosa pubblica esclusiva degli stati ‘storici’, nemmeno del maggiore tra essi, la Germania, che fonda il suo benessere sulle esportazioni, che affida la propria difesa alla Nato, su cui i venti portano aria inquinata da fabbriche collocate fuori dai suoi confini, che mette i propri marchi su prodotti manufatti in altri paesi, che si sente minacciata dall’instabilità finanziaria dell’ex impero sovietico e dai paradisi fiscali che la circondano.<br />
Secondo: una costruzione politica fondata sulla res publica europea già esiste. La condizione di reciproca dipendenza gli europei l’hanno iscritta in quella che è, a tutti gli effetti, la loro costituzione (che cos’è, infatti, se non una costituzione, una legge comune riconosciuta &#8211; nei fatti, nella dottrina e nei tribunali &#8211; come più forte delle leggi nazionali?). Chi legga i Trattati europei vi trova elencati i beni, i fini comuni, i principi dell’Unione in modo del tutto equivalente a quello che leggiamo nel preambolo o nella prima parte delle costituzioni degli stati: pace, sicurezza, diritti umani, libertà di circolazione dei beni e delle persone, protezione dell’ambiente, stabilità e solidarietà economica, e via dicendo. I trattati, inoltre, danno vita (ed è perciò che sono una costituzione e non una semplice dichiarazione) a istituzioni, regole e poteri deputati al governo della res publica europea, cioè al perseguimento dei fini e alla ‘produzione’ dei beni che essi definiscono pubblici per i cittadini dell’Europa, non degli abitanti dei singoli stati, o delle regioni entro essi, o delle città e dei villaggi.<br />
Terzo: la costituzione europea è democratica. Le istituzioni europee previste dai trattati – soprattutto il Parlamento e la Commissione – sono infatti costruite, benché in maniera imperfetta, secondo i canoni della democrazia parlamentare: il Parlamento è eletto dal popolo e solamente in virtù di un suo voto di fiducia la Commissione acquisisce i suoi poteri. Certo, nessuna democrazia è mai perfetta e quella dell’Unione lo è forse meno di quella di altri stati che si dicono democratici: in particolare, la co-decisione del Parlamento europeo non è completa. Ma parlare di deficit di democrazia come se fossimo in presenza di una forma di governo basata su altro che la volontà del popolo è del tutto improprio.<br />
Quarto: un grave difetto di costruzione impedisce al governo dell’Unione di svolgere appieno il proprio compito. Il difetto riguarda la capacità di funzionamento del governo, non la sua rappresentatività o il legame con la volontà del popolo. La democrazia è realizzata solo in parte non perché manchi il Demos europeo o perché sia debole il nesso tra i cittadini e le istituzioni dell’Unione, bensì perché manca il Kratos: mancano la capacità di decidere e i mezzi per attuare le decisioni. E la carenza persiste nonostante che gli abitanti dell’Europa abbiano in misura fortissima i requisiti sia per essere qualificati come un Demos-della-ragione sia per riconoscersi come un Demos-del-cuore.<br />
12. La carenza di Kratos riguarda il Consiglio dei Ministri dell’Unione, che è l’istituzione europea disgiunta dalla volontà del popolo europeo, ed è determinata da due sue caratteristiche: la composizione intergovernativa e la regola dell’unanimità. Il Consiglio è formato da ministri degli stati Membri e non prende decisioni – salvo in casi rari o insignificanti – se non c’è l’accordo di tutti.<br />
Prese insieme, le due caratteristiche fanno del Consiglio un tavolo di negoziati tra governi, nel modo classico delle relazioni internazionali, non un organo collegiale nel modo delle istituzioni di governo delle realtà statuali. Nessuno dei membri ‘decidenti’ del Consiglio è investito di un mandato europeo, nessuno di loro rappresenta l’Unione, quasi nessuno dedica alla sua funzione di componente del Consiglio più di un breve tempo di preparazione durante il viaggio verso Bruxelles, nel quale prende conoscenza delle decisioni preparate dagli apparati amministrativi, legge il menu del pasto precotto che consumerà nelle poche ore che seguiranno.<br />
Se non si è tutti d’accordo, non si decide; se non si decide, l’Unione con la ‘u’ maiuscola esiste solo nella retorica dei comunicati, non esiste come unione con la ‘u’ minuscola, come soggetto politico. Il popolo, rimasto senza governi, è scontento e diserta le urne o boccia l’Europa nei referendum. L’opinione superficiale dei commentatori decreta che il popolo non c’è, che l’Europa unita è impossibile, che ‘non ci sarà mai uno stato federale Europeo’. L’Europa è invece soltanto incompiuta e per questo, anche per questo, è incompiuta la democrazia in cui viviamo.<br />
13. Proclamare l’impossibilità dell’Europa unita (così come, anni fa, ammonirmi che mai ci sarebbe stata, né avrebbe potuto esserci, una moneta europea sicché adoperarsi per essa era un andare a caccia di farfalle) è semplicemente una sciocchezza. Lo dimostrano tre formidabili personaggi: la ragione, l’esperienza storica e la realtà.<br />
La ragione ci obbliga a riconoscere, come abbiamo visto, che un governo è reso necessario dalla semplice esistenza di una res publica. Se tra i condomini vi è T.Padoa-Schioppa, Demos e Crazia in Europa, 26 aprile 2009. 8<br />
interdipendenza, dunque impossibilità di conseguire da soli i propri fini, occorre unire le forze e conviene darsi regole e giustizia per uscire dalla guerra di tutti contro tutti. È così anche, anzi soprattutto, quando manca l’affectio societatis.<br />
L’esperienza storica mostra che gli uomini si sono mostrati pienamente capaci di attuare, per libero concorso di volontà, la soluzione suggerita dalla ragione e di costituire un governo nuovo. Essa ci mostra anche che nel corso dei secoli il Demos che ho chiamato ‘del cuore’ è stato assai più spesso l’effetto che l’origine delle unioni politiche. Non fu certo l’affezione a unire gallesi, inglesi, scozzesi e irlandesi sotto un’unica corona, né affezione quella che pose l’Aquitania sotto il potere del re di Francia. E passarono secoli di odio e di repressione prima che si affacciassero sulla scena i cantori del popolo francese e del popolo britannico.<br />
L’osservazione dei fatti, infine, mostra che il patrimonio comune di tradizioni, costumi, istituzioni, cultura esiste eccome, solo che gli europei si confrontino con gli altri popoli del pianeta, anziché soltanto tra loro. Qualunque abitante di uno dei ventisette paesi dell’unione passi anche solo pochi giorni in un altro continente si rende immediatamente conto di essere europeo e si qualificherà come tale a chiunque lo interroghi, oltre che come cittadino del suo paese e nativo di una città e di una regione di questo. Nella loro varietà, articolazione, continua osmosi, sono europee l’arte e i costumi, il diritto e gli stili di vita, la storia e le istituzioni sociali. I pretesi ostacoli al compimento dell’unione, come quello della pluralità delle lingue, sono argomenti futili: nel mondo ci sono seimila lingue e ‘solo’ duecento stati sovrani; quando fu fatta l’unità d’Italia l’italiano era parlato in casa da una percentuale infima della popolazione; mentre alcuni degli stati dell’Unione dovettero quasi inventarsi una lingua nazionale andando a ricavarla dai dialetti parlati dai contadini. Gli elementi oggettivi per cui gli animi del popolo si potrebbero infiammare per il mito della nazione europea così come si infiammarono per il mito della nazione tedesca o italiana ci sono tutti.<br />
14. Spesso chi afferma l’impossibilità dell’unione se ne dichiara dispiaciuto; ci assicura che nessuno più di lui vorrebbe essere smentito dai fatti; rende omaggio alla tesi europeista, anche se la relega sorridendo nel paese che non esiste, nel non-luogo che Tommaso Moro chiama U-topia. Per il presente, si dichiara indisponibile a qualsiasi impegno europeo, perché incamminarsi verso una meta irraggiungibile, arruolarsi per una battaglia impossibile sarebbe tempo sprecato e sottrarrebbe energie preziose ad altre imprese meno esaltanti, sì, ma realizzabili.<br />
Ma se ci sarà o no, un giorno, uno stato federale europeo non lo sappiamo. Sappiamo che esso è auspicabile, che il futuro è aperto, che l’unione politica dell’Europa è possibile, che realizzarla dipende anche da noi, che senza di esso la nostra democrazia resterà incompiuta.<br />
15. Da dove potrebbe venire l’impulso a correggere gli attuali difetti della costruzione europea, a completare l’unione politica dell’Europa e dunque a realizzare più pienamente la democrazia nel nostro continente?<br />
Non verrà certo dall’alcova, né dal ferro e dal fuoco con cui le grandi monarchie europee formarono gli stati sovrani dal medioevo sino alla fine del diciottesimo secolo e con cui Napoleone e poi Hitler tentarono di unificare l’Europa. Quel tempo è passato e lo sappiamo.<br />
Ma è anche assai difficile che venga dal mito romantico della nazione che negli ultimi due secoli ha sostituito la camera da letto e il campo di battaglia e portato alla T.Padoa-Schioppa, Demos e Crazia in Europa, 26 aprile 2009. 9<br />
T.Padoa-Schioppa, Demos e Crazia in Europa, 26 aprile 2009. 10<br />
costituzione in stato della nazione tedesca, di quella italiana e poi di tante altre: Estonia, Lituania, Slovacchia, Ucraina, Montenegro e via dicendo. Sebbene molti non lo sappiano, forse per l’Europa anche quel tempo è passato. Il mito nazionale, cui essi devono la propria esistenza, i governi ora lo usano per impedire il nascere di un pieno governo europeo e per conservare le parvenze del loro potere anche oggi che i problemi da affrontare sono divenuti più grandi di loro.<br />
Una cosa è l’esistenza di un Demos del cuore, altra cosa è la consapevolezza di esso, altra ancora trasformare la consapevolezza in azione politica. In Europa il grande movimento di idee e di sentimenti che va sotto il nome di risveglio delle nazioni non sembra esaurito; lo vediamo nei Paesi baschi e nei Balcani, in Fiandra e in Irlanda. Ma invece che verso l’aggregazione, come nel diciannovesimo secolo in Italia o in Germania, sembra più spesso indirizzarsi verso la disgregazione. La memoria degli orrori delle guerre passate si dissolve; e alla generazione Erasmus l’Europa appare spesso come un edificio già costruito e abitato, non bisognoso di opere di completamento e di manutenzione. Questa generazione spesso ignora che così appariva l’Europa anche ai loro bisnonni nel 1914, prima che il colpo di pistola di Sarajevo li risvegliasse bruscamente. Per questa generazione la molla deve essere la passione civile, la passione della democrazia compiuta.</p>
<p><a href="http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/12/demos_crazia_biennale.pdf">Leggi l&#8217;intervento in pdf</a></p>
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		<title>La Francia ritrovi la sua leadership in Europa</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 11:41:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Président de Notre Europe, Tommaso Padoa-Schioppa est ancien ministre de l&#8217;Economie et des Finances italien.
La France hérite de la présidence de l&#8217;Union au moment où les opinions publiques expriment défiance ou lassitude envers l&#8217;Europe. Les citoyens réclament une autre Europe ou moins d&#8217;Europe ?
L&#8217;opinion publique est une notion difficile à cerner et si facile à [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Président de Notre Europe, Tommaso Padoa-Schioppa est ancien ministre de l&#8217;Economie et des Finances italien.<br />
La France hérite de la présidence de l&#8217;Union au moment où les opinions publiques expriment défiance ou lassitude envers l&#8217;Europe. Les citoyens réclament une autre Europe ou moins d&#8217;Europe ?<br />
L&#8217;opinion publique est une notion difficile à cerner et si facile à manipuler que chacun est tenté de l&#8217;utiliser à son profit : Il faut résister à cette tentation . Avant même le &#8221; non &#8221; irlandais, si l&#8217;on fait la somme des &#8220;oui&#8221; et des &#8220;non&#8221; dans les pays où s&#8217;est déroulé un référendum sur le traité constitutionnel en 2005 &#8211; l&#8217;Espagne, la France, le Luxembourg et les Pays-Bas -, le &#8220;oui&#8221; est majoritaire ! Les sondages eurobaromètres montrent que dans leur majorité, les Européens veulent une Défense commune et plus d&#8217;Europe dans toute une série de domaines. Mais si l&#8217;Europe leur est présentée par desgouvernement frileux, et dans un langage incompréhensible, les gens disent non. La question n&#8217;est pas &#8220;combien d&#8217;Europe&#8221;, mais &#8220;comment l&#8217;Europe ?&#8221;.<br />
On peut d&#8217;ailleurs contester l&#8217;utilisation même du référendum, obligatoire en Irlande, interdit en Alle-magne et en Italie, facultatif en France et aux Pays-Bas. Les Allemands ont compris qu&#8217;il s&#8217;agit d&#8217;une forme dangereuse d&#8217;exercice de la démocratie depuis qu&#8217;Hitler s&#8217;en est servi pour consolider son pouvoir. En Italie il est exclu par la Constitution dans le domaine fiscal et les traités internationaux ce qui à mon sens une mesure de sagesse. En France et aux Pays Bas, le référendum a constitué une abdication de leur responsabilité par les gouvernements en place.<br />
Il n&#8217;y a donc pas de malaise entre les citoyens et l&#8217;Union européenne ?<br />
Je ne nie pas ce malaise. Mais je m&#8217;interroge. Ce fossé est il plus profond qu&#8217;il y a trente ans ? je ne le crois pas. Il a une composante nationale très forte. Et il est entretenu et encouragé par la classe poli-tique. L&#8217;Union européenne a une telle force, une telle crédibilité que les gouvernements ont cru pouvoir lui mettre sur le dos toutes les décisions impopulaires. C&#8217;est une énorme myopie politique et un phénomène grave qui a aggravé un sentiment de défiance des opinions publiques sur laquelle les souverainistes et les eurosceptiques ont beaucoup investi.<br />
Mais à l&#8217;heure actuelle, le &#8220;parler vrai&#8221; rapporte beaucoup plus qu&#8217;il ne coûte. La mauvaise humeur des opinions publiques est aussi une réaction au &#8220;parler faux&#8221;.</p>
<p>Nicolas Sarkozy se veut un adepte du parler vrai. Cette méthode peut-elle porter des fruits au niveau européen ?<br />
L&#8217;expérience a montré que la politique européenne d&#8217;un pays ne se définit pas forcément lors de sa présidence. Le rôle historique des présidents français dans la construction européenne n&#8217;a pas été spécialement lié aux semestres de présidence de l&#8217;Union, qu&#8217;il s&#8217;agisse de Valéry Giscard d&#8217;Estaing ou de François Mitterrand. La France a ou pourrait avoir un rôle de leadership européen quelque soit sa position dans les séquences de présidence.</p>
<p>Le style même du président français depuis un an, est-il de bonne augure ?<br />
Aucun pays n&#8217;est aussi décisif pour l&#8217;avenir de l&#8217;Europe que la France. Cela reste aussi vrai que dans les années cinquante. La France a inventé la formule européenne, l&#8217;a fait avancer et, périodiquement, l&#8217;a bloqué. C&#8217;est le seul pays qui ne puisse être clairement classé parmi les pro-européen ou les eurosceptiques. En Italie en Allemagne, en Espagne, en Belgique, en Autriche existe une très large majorité européenne qui transcende les clivages politiques. A l&#8217;opposé, le Royaume-uni est, en majorité eurosceptique. En France les deux camps existent sur tout l&#8217;échiquier politique. Ce pays a tendu la main à l&#8217;Allemagne, lui a proposé de partager l&#8217;acier et le charbon cinq ans après la fin de la guerre. Mais c&#8217;est aussi celui qui refuse la décision à la majorité sur les taux de TVA&#8230;En fait, le leadership français n&#8217;a plus été exercé depuis Maastricht. Pour qu&#8217;elle l&#8217;exerce à nouveau, il faut, à mon avis, abandonner cette idéologie française de l&#8217;unanimité et du veto, et passer à la majorité.</p>
<p>Comment la France peut-elle rompre avec cette idéologie ?<br />
Il y a mille manière de décliner l&#8217;abandon du mythe du veto et de l&#8217;unanimité. L&#8217;une est de recourir à l&#8217;avant garde, qui est à l&#8217;origine même de la construction européenne : à la Conférence de Messine, en 1955, quand on a jeté les bases du traité de Rome, la Grande-Bretagne a décidé de quitter la conférence et les autres ont décidé d&#8217;aller de l&#8217;avant. Schengen, le SME, l&#8217;euro sont autant d&#8217;exemple d&#8217;avant gardes. Aujourd&#8217;hui, c&#8217;est la seule chance de faire avancer l&#8217;Europe.</p>
<p>Vous pensez que si la France proposait une avant garde ou une coopération renforcée sur cer-tains sujets, elle serait suivie ?<br />
L&#8217;art du leadership consiste justement à trouver le bon projet, à convaincre, et à former un noyau à quelques uns tout en laissant la porte ouverte aux autres. C&#8217;est l&#8217;inverse d&#8217;un directoire, dont les portes sont fermées.</p>
<p>Les priorités de la présidence pourraient-elles servir de base à de telles avancées ?<br />
Il faut distinguer entre la tâche de toutes les présidences, faire avancer et aboutir des dossiers qui sont dans l&#8217;engrenage du calendrier européen, et celle qui consiste à proposer des projets novateurs.</p>
<p>Dans quels domaines ces projets pourraient-ils voir le jour ?<br />
Dans le programme français, il y existe par exemple, un projet de régulation et de supervision du sys-tème financier européen. Actuellement, le système est doublement pénalisant. Une première fois en raison du surcoût de la régulation provenant de l&#8217;absence de régulation uniforme entre les 27 pays membres, en dépit de directives communes. Et une deuxième fois par la perte d&#8217;efficacité provoquée par cette fragmentation, en terme de transparence et de stabilité, qui sont le but même de la régulation. L&#8217;accord Bâle 2 s&#8217;est ainsi traduit par des obligations très différentes d&#8217;un pays à l&#8217;autre. Il y a autant d&#8217;interprétations de la directive que d&#8217;Etats membres. Un groupe bancaire qui opère dans 15 pays doit dans chacune de ses filiales obéir à une version différente de Bâle 2. Peut-on y remédier à 27 ? Probablement pas. Pourquoi ne pas laisser ceux qui le souhaitent aller de l&#8217;avant ? On peut trouver des exemples similaires dans l&#8217;énergie, la recherche, la politique étrangère.</p>
<p>Les priorités de la présidence française &#8211; l&#8217;immigration, l&#8217;énergie, la PAC &#8211; répondent-elles aux préoccupations des citoyens ?<br />
Cet agenda est dicté en grande partie par la réalité. Sur nombre de sujets une solution exclusivement nationale est devenue une non-solution et passe par une dimension européenne voire mondiale pour le réchauffement climatique. C&#8217;est cette tension entre les promesses nationales et des réponses dépassant ce cadre qui explique les difficultés à trouver un accord à Bruxelles.</p>
<p>Si l&#8217;on en juge par les critiques qui fusent actuellement l&#8217;Europe est ressentie comme trop li-bérale et pas assez sociale. Qu&#8217;en pensez-vous ?<br />
Il suffit de lire le traité de Rome pour voir que le social a été fortement présent, dès le début, même si cela n&#8217;a peut-être pas été assez affiché. Et même dans le monde ouvert d&#8217;aujourd&#8217;hui, on ne peut affirmer que la compétitivité et le social ne sont pas compatible. Il suffit de regarder la Suède la Finlande, le Danemark. Une bonne partie des pays qui réussissent le mieux aujourd&#8217;hui sont fortement marqués par le social, plus encore que la France et l&#8217;Italie. La question centrale est de savoir si l&#8217;on veut que le social devienne une compétence de l&#8217;Union ou reste une compétence nationale. A mon avis, les instances de sécurité sociale ne gagneraient pas à un transfert massif. On ne peut, par exemple, imaginer un salaire minimum européen, car les situations sont trop différentes entre les pays membres. La Bulgarie ou la Roumanie doivent pouvoir profiter aujourd&#8217;hui de bas salaires comme l&#8217;Italie l&#8217;a fait dans les années cinquante, avant de voir leur revenus s&#8217;améliorer.</p>
<p>Propos recueillis par Catherine Chatignoux et Françoise Crouïgneau</p>
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		<title>Intervento all&#8217; 83° Giornata Mondiale del Risparmio</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 15:25:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Leggi l&#8217;intervento del Ministro dell’Economia e delle Finanze Tommaso Padoa-Schioppaall&#8217; 83° Giornata Mondiale del Risparmio
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/10/20071031_18309_2.pdf'>Leggi l&#8217;intervento del Ministro dell’Economia e delle Finanze Tommaso Padoa-Schioppaall&#8217; 83° Giornata Mondiale del Risparmio</a></p>
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		<title>Europa: una ‘road map’ solo se è chiaro dove vogliamo arrivare.</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2007 10:53:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Intervista con il ministro dell&#8217;Economia e Finanze Tommaso Padoa-Schioppa: si può stabilire una road map per l&#8217;Unione europea solo se è chiaro dove vogliamo arrivare.
Leggi l&#8217;intervista
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Intervista con il ministro dell&#8217;Economia e Finanze Tommaso Padoa-Schioppa: si può stabilire una road map per l&#8217;Unione europea solo se è chiaro dove vogliamo arrivare.<br />
<a href='http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/10/20070403_9723_1.pdf'>Leggi l&#8217;intervista</a></p>
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		<title>Ora gettiamo la maschera. Riflessioni sull&#8217;Ue.</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Mar 2007 15:34:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Leggi l&#8217;intervento
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2009/10/20070325_9709_2.pdf'>Leggi l&#8217;intervento</a></p>
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		<title>L&#8217;Europa pensata da Jean Monnet</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Mar 2007 10:15:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ascolta l&#8217;intervista
Tommaso Padoa-Schioppa: Grazie, buongiorno
Queste sono puntate speciali nelle quali noi ricordiamo i 50 anni dell’anniversario dei trattati
di Roma e lo facciamo avvicinandosi al 25 marzo. Ministro quello che diceva poco fa, come abbiamo
sentito dalla voce di Jean Monnet, carbone e acciaio europeo, è stato questo il modo di arrivare
alla pace di garantire questi 50 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.tommasopadoaschioppa.eu/wp-content/uploads/2007/03/20070310_18190.mp3'>Ascolta l&#8217;intervista</a><br />
Tommaso Padoa-Schioppa: Grazie, buongiorno</p>
<p>Queste sono puntate speciali nelle quali noi ricordiamo i 50 anni dell’anniversario dei trattati<br />
di Roma e lo facciamo avvicinandosi al 25 marzo. Ministro quello che diceva poco fa, come abbiamo<br />
sentito dalla voce di Jean Monnet, carbone e acciaio europeo, è stato questo il modo di arrivare<br />
alla pace di garantire questi 50 anni di pace in Europa.</p>
<p>Tommaso Padoa-Schioppa: Quello è stato l’inizio, l’intuizione geniale di Jean Monnet e’ stata duplice,<br />
 la prima e’ stata quella di fare dell’oggetto del conflitto il terreno dell’incontro; il carbone e<br />
 l’acciaio di cui l’Europa era ricca proprio in quella regione che sta fra Belgio Germania Lussemburgo<br />
 Francia in cui si erano combattute le ultime tre guerre  fra il 1870 e il 1945, quella regione e’<br />
diventata, per le sue risorse di carbone e di acciaio, la regione dell’unione, la regione dell’incontro;<br />
 l’altra grande intuizione e’ stata quella di creare su un oggetto specifico e apparentemente limitato,<br />
come erano il carbone e l’acciaio,  la piena realizzazione di un unione  soprannazionale di un potere<br />
superiore a quello degli stati e quindi di sperimentare, sia pure su un oggetto circoscritto, che cosa<br />
 vuol dire veramente unirsi.</p>
<p>Secondo lei l’Europa pensata da Jean Monnet è l’Europa che oggi faticosamente di costruisce. </p>
<p>Tommaso Padoa-Schioppa: Nell’Europa intanto molto si è costruito, non è solo l’Europa che si<br />
 costruisce, in gran parte l’Europa che è stata costruita e non c’è dubbio, secondo me, che<br />
 questa Europa, quella che si è già costruita e quella che si deve ancora costruire, si fonda<br />
 sul pensiero e sull’azione di due grandi personalità, una è Jean Monnet e l’altro e Alfiero Spinelli.</p>
<p>Entrambi con due visioni diverse e in qualche modo ognuno ha portato qualcosa a questa Europa</p>
<p>Tommaso Padoa-Schioppa: Si, nella rappresentazione che si fa di solito le due visioni sono diverse,<br />
, quella di Jean Monnet viene chiamata visione funzionale, funzionalista e cioè di cercare l’unione<br />
 attraverso l’esercizio in comune di certe funzione come presenta l’amministrazione del carbone e<br />
 dell’acciaio o dell’energia atomica; mentre la visione di Spinelli viene considerata una visione<br />
 costituzionale, cioè più simile a quella con cui si sono fatti gli stati nel 700 e nell’800<br />
attraverso un processo costituzionale non progettuale su un singolo settore, Però avevano in<br />
 comune l’idea che la cosa da fare era l’unione degli stati d’Europa, l’unione politica. J<br />
ean Monnet chiamò il suo comitato comitato d’azione per gli stati uniti d’Europa, quindi c’erano<br />
 differenze di metodo non contrarie, differenze di metodo per un obiettivo comune.</p>
<p>Ministro Padoa-Schioppa noi ci avviciniamo, fra due settimana sarà  il 25 marzo, si celebreranno<br />
 i trattati di Roma, la firma a Roma, lei ha un ricordo personale di quel 25 marzo?</p>
<p>Tommaso Padoa-Schioppa: Io ho un ricordo personale molto preciso perché  avevo 17anni facevo<br />
la prima liceo a Trieste e quella firma fu commentata, anzi ci fu un’informazione, un commento<br />
  attraverso la radio interna al liceo che frequentavo allora da parte di uno dei nostri professori<br />
di storia e filosofia che spiego a tutto il liceo che ascoltava nelle classi che cosa era successo<br />
a Roma quel giorno e qual’era l’importanza  di creare una comunità economica europea  un mercato<br />
comune attraverso un trattato. Posso dire di ricordare quell evento dal primo giorno, anche se ero un ragazzo</p>
<p>Quindi una scuola gia impegnata da questo punto di vista, cioè a guarda l’Europa la scuola di allora l’Italia?</p>
<p>Tommaso Padoa-Schioppa: Penso che tutta l’Europa , certo tutta l’Italia era impegnata l’idea<br />
 di un unione europea  era un idea che aveva una grandissima rispondenza nell’animo dei cittadini<br />
  nel 1957, i ricordi della guerra erano vivissimi, c’erano ancora macerie nelle città, Trieste<br />
era ridiventata una città pienamente italiana da soli tre anni e quindi partecipava anche<br />
 in questo senso particolare. Del resto, nonostante quello  che si dice, ancora oggi i sondaggi<br />
 periodici che fa l’eurobarometro dicono che c’è una grandissima maggioranza dei cittadini europei<br />
che vogliono l’unione europea compiuta.</p>
<p>Agganciamo proprio a questi cittadini, lei ministro che conosce benissimo tutte le euro istituzioni<br />
 e ha lavorato dalla commissione di Bruxelles alla banca centrale di Francaforte, è convinto che<br />
 effettivamente che queste euro istituzioni lavorino per farsi sentire dai cittadini, oppure dai<br />
 cittadini oppure sono troppo lontane.</p>
<p>Tommaso Padoa-Schioppa: La capitale di una grande unione di tipo federale com’è l’unione europea<br />
è naturalmente più lontana dai cittadini di quanto sia il municipio del comune in cui ciascuno vive.<br />
 Però ogni cittadino c’è un governo vicino che è quello del comune, c’è un governo un po’ meno vicino<br />
 che è quello della regione, poi c’è la capitale e poi c’è Bruxelles. Questo è vero anche negli Stati<br />
 Unititi, Washington è sentita come un’entità lontana dai cittadini spesso e una parte della polemica<br />
 politica degli Stati Uniti, è una polemica contro Washington.<br />
Dobbiamo, da questo punto di vista, accettare il fatto che il governo piu’ alto è  anche per certi<br />
versi il governo piu’ lontano e questo governo più alto certo deve farsi sentire dal cittadino e certo<br />
 deve contribuire in modo efficace a risolvere quei problemi che gli sono affidati, se questo lo fa il cittadino lo sente.</p>
<p>Ministro Padoa-Schioppa passiamo alle riforme istituzionali, se ne parlava i questi giorni anche<br />
 nel vertice europea, il trattato da rilanciare, fino a che punto effettivamente semplificherà questo<br />
 funzionamento e poi fino a che punto si può arrivare dalla dichiarazione di Berlino che aveva<br />
 escluso la costituzione europea. I paletti per arrivarci vanno sempre più avanti.</p>
<p>Tommaso Padoa-Schioppa: L’Europa ha bisogno di una costituzione, in una certa misure  ce l’ha già<br />
perché i trattati vigenti sono una specie di costituzione  tant’è che sono leggi più forti delle<br />
leggi nazionali per esplicita e formale  dichiarazione di tutte le corti costituzionali nazionale<br />
 però non e’ una costituzione compiuta e questo trattato fa fare importanti passi avanti anche se<br />
 non arriva fino alla meta finale di un’unione politica europea. Io penso che il trattato contenga<br />
 possibilità di semplificazione, come lei dice, perché, per esempio, la procedura per fare le leggi<br />
 europee, è una procedura estremamente complessa, verrebbe semplificata dall’entrata in vigore del<br />
 trattato.  Penso anche che il trattato sia una tappa e non  sia ancora il  punto di arrivo.</p>
<p>Lei è stato uno dei protagonisti del passaggio all’euro. Cosa manca alla moneta unica perché<br />
 possa essere considerata da tutti un vero successo?</p>
<p>Tommaso Padoa-Schioppa: L’euro e’ un vero  successo, nessuno mette in discussione che l’euro<br />
 e’ la moneta che ci appartiene che portiamo in tasca con la quale facciamo i conti gli acquisti,<br />
 viaggiamo nel mondo, a una moneta non si chiedono voli di poesia si chiede di essere una cosa<br />
 pratica che funziona e che la gente  usa  considerando perfettamente naturale il fatto di usarla.<br />
 Tutto questo per l’euro c’è,  quello che vogliamo sono altre cose dell’economia oltre a questa<br />
  e cioè vogliamo più crescita, vogliamo più dinamismo economico più capacità di esportare, più<br />
 innovazione,  miglioramento delle strutture sociali, queste sono cose fondamentali ma  non dipendono<br />
 dall’euro,  l’euro le consente.</p>
<p>Però c’è l’euro e non c’è una politica economica comune in Europa, è un’altra anomalia? </p>
<p>Tommaso Padoa-Schioppa: Anche questa cosa non va esagerata, certo se noi avessimo una difesa comune,<br />
 una sicurezza comune, una politica comune dell’energia, della ricerca, dell’ambiente avremmo anche<br />
bisogno di risorse comuni e quindi avremmo un bilancio dell’unione europea  di dimensioni più ampie<br />
 di quello attuale, magari non tanto più ampie ma del 2 del 3 per cento anziche del 1virgola qualcosa<br />
 che abbiamo adesso rispetto al nostro prodotto complessivo  e questo bilancio sarebbe anche un agente<br />
 di  politica economica europea. Naturalmente non si può gonfiare il bilancio per il gusto di fare<br />
politica economica, bisogna dare all’unione certe competenze e allora ci saranno anche le risorse<br />
e ci sarà anche la politica economica. Ma poi la politica economica e fatta di tante altre cose<br />
alcune delle quali ci sono già  piu’ integrazione del mercato, più concorrenza, più frontiere aperte<br />
in molti campi queste sono cose che hanno fatto grandi passi ma altri ne devono fare.</p>
<p>A 50 anni dalla firma dei trattati di Roma, noi chiediamo ai nostri ospiti, soprattutto a lei, ministro<br />
 abbiamo fatto la scorsa settimana con il presidente Prodi, qual è il suo sogno per l’Europa, il suo augurio anche?</p>
<p>Tommaso Padoa-Schioppa: Il sogno è l’augurio che questo cammino si concluda prima che  ci si<br />
dimentichi delle tragedie che hanno  aperto gli occhi a tutti sulla necessita di compierlo una<br />
 persona della mia età si ricorda ancora la guerra e le città distrutte,  persone che hanno<br />
l’età dei miei figli questo ricordo non ce l’hanno e quasi certe volte pensano che l’Europa sia<br />
una cosa già fatta di cui possono godere che non richiede un loro impegno per realizzarsi<br />
compiutamente e il mio sogno è che questo impegno venga e che la generazione di chi oggi ha 40 anni,<br />
  30 anni , 20 anni sappia che deve completare questo cammino.</p>
<p>Noi ringraziamo il ministro Padoa-Schioppa per essere stato con noi “In Europa”  grazie.</p>
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